Eurallumina e gli impatti ambientali e paesaggistici [di Fondo Ambiente Italiano Sardegna]

DCF 1.0

Premessa.  La Sardegna, percepita diffusamente come luogo di eccellenze ambientali e culturali, prima meta turistica nelle intenzioni degli italiani, nella realtà ha un territorio, per inquinamento e densità edilizia sulle coste, a “macchia di leopardo”. Ospita aree di assoluta criticità per gli intensivi processi di inquinamento e per il vorticoso consumo di territorio, spesso coincidenti o prossimi ad aree di rara bellezza paesaggistica e di alto valore naturale.

Uno degli esempi più significativi di questa attività industriale è quello dei “depositi di fanghi rossi” a Portoscuso e Portovesme, definiti un “disastro ambientale” nelle carte del processo in corso a Cagliari agli ex dirigenti di Eurallumina.

Malgrado ciò, piuttosto che creare alternativi percorsi di lavoro per migliaia di disoccupati e cassintegrati della petrolchimica, della Carbosulcis, dell’Eurallumina, dell’Alcoa e di tutte le industrie nate già obsolete e poco remunerative, ancor più oggi nell’era dei mercati globalizzati, si ripropone con la proposta “Eurallumina” lo stesso vecchio e superato modello di sviluppo industriale. Un modello che non ha risolto il fenomeno della disoccupazione in Sardegna. Anzi lo ha accentuato, generando quel sottosviluppo così nocivo a uomini e paesaggi, che non ha creato duraturi posti di lavoro ma in più si è rivelato un autentico scempio culturale e ambientale.

Di recente è stato rammentato che nel 2012 due economisti, Francesco Pigliaru (oggi Presidente della Giunta Regionale sarda) e Alessandro Lanza, descrissero su La Nuova Sardegna i danni cagionati dal modello Alcoa e Carbosulcis: solo nel decennio 1985-1995, costarono in sussidi a fondo perduto 1.200 miliardi di lire, pari a circa 600 milioni di euro.

Nonostante tutti i limiti di questo modello, si continuò a teorizzare quell’industrialismo che disconosceva le vere risorse della Sardegna, e non a caso ancora negli anni Novanta fu realizzato l’insediamento della multinazionale Alcoa nel Sulcis per produrre alluminio ottenuto da bauxite australiana.

È proprio durante la lavorazione della bauxite, per produrre allumina, che si sono rilasciati i fanghi rossi, caratterizzanti i paesaggi di Portoscuso e Portovesme.

Il Polo Industriale di Portoscuso-Portovesme oggi.  Il Polo Industriale di Portoscuso-Portovesme è nato come evoluzione e riconversione dell’industria mineraria del carbone e del polo piombo-zinco del Sulcis. Furono realizzati una grande centrale termoelettrica ed un elettrodotto sottomarino per l’interconnessione con la rete nazionale, mentre, agli inizi degli anni ’70, sorsero un impianto per la produzione di alluminio primario e due impianti per la produzione dei semilavorati.

L’impianto di produzione di allumina, elemento necessario per la produzione di alluminio, è costituito da una linea produttiva adatta al trattamento di bauxite acquistata in Australia. Le caratteristiche degli impianti hanno costi di esercizio tali che hanno reso la produzione non competitiva al punto che nel marzo 2009 la società ha deciso di sospendere l’attività produttiva.

 La proposta di rilancio industriale.  Eurallumina ha proposto nel 2009 un progetto di riqualificazione produttiva, finalizzato a rendere l’azienda competitiva per i prossimi 25 anni che prevede un investimento di circa 185 milioni di euro (74 milioni arrivano da Invitalia [1])  e una serie di modifiche e integrazioni impiantistiche la cui realizzazione dovrebbe avvenire entro giugno del 2018, data a partire dalla quale la società ipotizza la ripresa della produzione.

Il progetto individua tre interventi principali, finalizzati alla riduzione dei costi di esercizio:

  1. modifica della raffineria per renderla adatta all’utilizzo di bauxiti tri-idrate. Queste bauxiti, prodotte in miniere di proprietà dell’azionista RUSAL, verrebbero trattate con minore quantità di soda caustica e a più bassa temperatura; il processo di produzione risulterebbe, dunque, più economico sia per il risparmio dei costi della soda sia per quello della produzione dell’energia termica;
  2. costruzione di un impianto termoelettrico a carbone (CHP – CombinedHeat&Power), finalizzato alla riduzione dei costi di produzione del vapore (attualmente prodotto mediante caldaie a olio) e di approvvigionamento dell’energia elettrica (attualmente acquistata dalla rete pubblica);
  3. modifica della tecnologia di smaltimento dei residui di lavorazione (fanghi rossi) e ampliamento della discarica (bacino esistente dei fanghi rossi) per incrementare il periodo di esercizio fino a 25 anni e giustificare in questo modo gli investimenti legati alle azioni descritte ai punti precedenti.

 Gli impatti ambientali e paesaggisti. Ecco alcune ragioni tratte dalla Relazione del Soprintendente i beni paesaggistici arch. Fausto Martino, che ha espresso parere negativo alla riattivazione dell’impianto Eurallumina.

Contrasto con il PPR (Piano Paesaggistico Regionale) vigente: nel PPR l’area viene definita “di recupero ambientale” e prescrive il divieto di interventi rivolti ad aggravare le condizioni di degrado ovvero che possano pregiudicarne il recupero. Inoltre la Scheda d’Ambito di paesaggio contenuta nel PPR (scheda n. 6 Carbonia e Isole Sulcitane – lo strumento di indirizzo delle “azioni di conservazione, ricostruzione o trasformazione del territorio”) orienta univocamente verso la riqualificazione dell’area industriale.

 –Punto 10. Riequilibrare progressivamente il rapporto tra la presenza industriale del polo di Portovesme, l’insediamento urbano, la fruizione turistica, le attività agricole e la pesca marina e lagunare dell’Ambito, riducendo i problemi di interferenza delle attività industriali con il sistema ambientale.

 – Punto 11. Riqualificare le aree del degrado industriale, selezionando ambiti prioritari di intervento, su cui attivare un progressivo processo di disinquinamento e di rigenerazione ambientale, che necessita di un coordinamento unitario per i comuni interessati in relazione ai problemi di alto rischio ambientale, per i programmi di disinquinamento e di monitoraggio ambientale.

Quanto qui richiamato fa scrivere al soprintendente che l’intervento in esame non sia conforme alla disciplina paesaggistica dettata dal PPR per l’area.

La non conformità è sottolineata dal fatto che nell’area, anziché iniziare quanto prescritto dallo strumento regionale,  si progettano interventi di segno completamente opposto:

  1. il bacino dei fanghi rossi verrebbe ampliato orizzontalmente e verticalmente: orizzontalmente con l’individuazione di un nuovo settore (“Settore D”) di circa 20 ettari di superficie. Si passerebbe da una superficie di 159 ettari a una di 178. Verticalmente, il progetto prevede l’incremento dell’altezza di circa il 74%, della quota attuale fino a raggiungere la quota finale di 46 m. Vi è oltretutto il problema che eventuali interventi di “mitigazione vegetazionale” (ossia, di utilizzo di piante e arbusti per ridurre l’impatto dell’opera) sarebbero attuabili solo una volta pieno il deposito, e che non sono quindi previste soluzioni a breve e medio termine per ridurre l’impatto di tale ampliamento;
  1. per alimentare lo stabilimento si vorrebbe costruire una nuova centrale a carbone, cioè un impianto che utilizza un combustibile fossile tra i più inquinanti al mondo, oltre che un nastro trasportatore. Il carbone inoltre verrebbe importato dall’estero;
  1. l’ampliamento della vasca per i fanghi rossi viene progettato a ridosso di un sito di importanza comunitaria esplicitamente tutelato dal PPR.

La creazione quindi di un’enorme collina artificiale di rifiuti tossici a ridosso della linea di costa, affiancata da una nuova centrale a carbone e dalle infrastrutture atte a trattamento,  trasporto, trasbordo, delle materie prime (ivi compreso il carbone) andrebbe così ad annullare il valore paesaggistico dell’area e, di conseguenza, quello delle vocazioni economiche e culturali locali, le quali traggono la loro legittimazione proprio dalle emergenze ambientali e culturali di cui si è diffusamente trattato.

Il MIBACT, infine, ribadisce quanto il Consiglio di Stato, a partire dagli anni Novanta, ha sancito: non è lecito aggravare le compromissioni ambientali in aree ad alto valore paesaggistico e culturale in virtù del fatto che, precedentemente a vincoli e riconoscimento del loro valore, altri lo hanno fatto. In parole povere, non vale il principio per cui si può compromettere ad libitum un luogo perché già prima qualcun altro aveva iniziato a farlo.

Maria Antonietta Mongiu   Presidente Regionale  FAI Sardegna Fausto Pani               Referente Regionale Ambiente FAI Sardegna Franco Masala Referente Regionale Paesaggio FAI Sardegna Sergio Vacca  Referente Regionale Politiche del suolo e dell’energia FAI Sardegna

[1]
Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. Nel 2015 dichiarava di investire 74 milioni su un totale di 100 milioni, oggi saliti a 185 milioni

 

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