Brexit: a mente fredda [di Alessandro Columbu]

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Mentre io mi sono prontamente sfogato e arrabbiato in maniera impulsiva, qualcuno più saggio di me ha subito reagito in maniera molto fredda al Brexit, l’uscita del Regno Unito dalla UE. Quello tra l’Europa e i britannici non era mai stato un matrimonio facile – mi hanno fanno notare – tantomeno una storia d’amore. Londra era sempre riuscita ad ottenere una relazione “aperta” con Bruxelles.

È vero, e d’altronde i britannici sono notoriamente un paese particolarmente orgoglioso delle proprie istituzioni e della propria indipendenza, che nel recente passato aveva già lanciato segnali molto chiari eleggendo rappresentanti dello UKIP (euroscettici) a Bruxelles due anni fa, e giusto l’anno scorso aveva confermato al governo David Cameron, notoriamente un euroscettico seppur moderato, che il 19 febbraio di quest’anno aveva ottenuto un ennesimo accordo con l’Unione, il migliore possibile, per continuare a essere membri ma alle proprie condizioni.

Il Regno Unito non mai ha adottato l’Euro, non ha mai aderito al rivoluzionario trattato di Schengen per la libera circolazione dei cittadini europei in Europa, e anche nei casi di governi caratterizzati da posizioni progressiste e moderate ha sempre mantenuto un vago scetticismo nei confronti di Bruxelles. Scetticismo che tuttavia non aveva impedito alla Gran Bretagna di godere dei benefici del mercato unico, e di costruire grazie soprattutto all’Europa un’economia dinamica e in crescita, di riprendersi almeno in parte dalla deindustrializzazione degli anni ’80, specialmente in aree come il Galles che oggi in maniera paradossale hanno votato in massa per separarsi dall’Europa.

L’accesso del Regno al mercato unico ha coinciso guarda caso con l’affermazione di Londra come metropoli di ricchezza e dimensioni enormi, diventando rapidamente la capitale finanziaria dell’Europa che rimane (Brexit permettendo a questo punto) il suo partner commerciale più congeniale. La libera circolazione delle persone invece tra le altre cose ha permesso ai cittadini dell’Irlanda del Nord, unica contea irlandese sotto controllo britannico, di attraversare il confine che la separa dal resto dell’isola, facilitando la risoluzione del lungo e complicato processo di pace tra cattolici e protestanti.

Ma tant’è, questo difficile e travagliato matrimonio fatto di mancanza di fiducia e di tradimenti è finito qualche giorno fa, e temo che a pagarne le conseguenze come spesso accade nei divorzi saranno i figli.

Per la Gran Bretagna infatti non sarà tutto rose e fiori e il risultato di questo referendum deve fare riflettere tutti, ma soprattutto gli antieuropeisti dell’ultima ora. La retorica paternalista e populista che si è scatenata in questi giorni in contesto italofono da parte di molti politici e commentatori pigri e disattenti, idealizza l’elettorato britannico come maturo e coraggioso, pronto alle sfide più impensabili, che “non ha paura” di punire un’Europa cattivona, burocratica, fatta di “banche e leggi”, rivelando con questo linguaggio un’evidente miopia oltre a una superficialità imbarazzante.

È verissimo che questa votazione è stata l’occasione per molti elettori, per far sentire la propria voce, per trasmettere la propria rabbia nei confronti di partiti e leader che non sanno più servire le fasce più deboli della popolazione, e che privilegiando in maniera clamorosa con tagli e politiche sociali sciagurate le popolazioni della classe medio-alta urbana, hanno trascurato la provincia mai ripresasi del tutto dalle politiche dei governi guidati da Margaret Thatcher.

Il sistema maggioritario infatti lascia ben poco margine agli individui per organizzarsi e far avere un impatto concreto al proprio voto, caratteristica che peraltro consente ai governi di Westminster di conquistare la maggioranza necessaria a governare in maniera relativamente tranquilla per cinque anni. Pertanto come avvenne già nel 2014 quando il 45% degli scozzesi votarono per l’indipendenza, il referendum sulla UE è stato l’occasione per dare un segnale forte, in un paese in larga parte segregato, dove la forbice tra ricchi è poveri e tra le più larghe al mondo.

Peccato che questo segnale sia andato nella direzione sbagliata. Gli elettori hanno “abbaiato contro l’albero sbagliato” come dice un modo di dire inglese, scegliendo di uscire dall’Europa, lasciando tuttavia intatti i privilegi e le disuguaglianze che sono la piaga di questa società, credendo alle ridicole promesse di riconquista della sovranità perduta, isolandosi e addossando la responsabilità dei propri mali agli immigrati (europei e non).

Proprio l’immigrazione è stata al centro di una campagna avvelenata, un fenomeno indubbiamente non da sottovalutare ma dal quale la società britannica non si libererà con questo voto, e del quale tra l’altro ha solo beneficiato attirando centinaia di migliaia di lavoratori qualificati e di studenti che con l’indotto che creano costituiscono una risorsa imprescindibile per Londra, ma anche e soprattutto per tante città di provincia.

Mi si dirà che anche l’Unione Europea non è perfetta. Ma quale iniziativa umana lo è? E se a tanti appare lontana e macchinosa è probabilmente perché si tratta di un’istituzione sovranazionale, democratica, pluralista e inclusiva le cui possibilità di riforma e di azione sono numerose. L’UE è caratterizzata però da decisioni lente, lentissime che sono la conseguenza inevitabile di un tentativo molto complesso e ambizioso, ma nondimeno fantastico: quello di armonizzare le istituzioni e le culture dell’Europa per rendere i paesi membri forti e coesi.

Non esistono strade facili per realizzarla, e il rispetto della diversità e delle disparità di ricchezza impongono processi lenti, attenti e accurati che in tempi di magra possono diventare facilmente il capro espiatorio. Ed è proprio questo che è accaduto giovedì, e potrebbe in futuro accadere in altri paesi europei dove il populismo euroscettico fa la voce grossa. Non a caso in tanti hanno sottolineato l’inadeguatezza dello strumento referendario per decisioni di portata globale come questa, perché un processo così delicato di rinegoziazione della membership può avvenire in molti altri modi senza per forza assecondare un desiderio isterico e impulsivo, di strappi estremi, di schiaffi che servono da lezione.

La democrazia diretta dei referendum è ancor meno opportuna quando le questioni chiave non sono quelle sovranazionali di competenza diretta di Bruxelles, ma quelle di squisita natura locale come l’istruzione, il divario tra campagne e città, il servizio sanitario nazionale, la sicurezza, i contratti di lavoro che infatti sono state il vero fattore chiave di questa campagna Brexit.

Quello degli elettori britannici col Brexit in altre parole, più che un voto di condanna alla tanto vituperata Europa, è meglio interpretabile come uno schiaffo fortissimo all’establishment politico britannico, perché questo è soprattutto un fallimento epocale per Laburisti e Conservatori. Indeboliti dagli errori di Tony Blair prima e dalla leadership molle di Corbyn poi, i Laburisti sono oggi un partito senza un’identità politica, che ha fallito miseramente la campagna per convincere il proprio elettorato a rimanere in Europa e continuare a godere di quei vantaggi che l’Europa può offrire.

Ormai estintisi nella ex roccaforte scozzese, rivelatasi fondamentale in passato nelle battaglie elettorali per Westminster, e rimpiazzati a Edimburgo dalle più dinamiche e coraggiose forze locali dell’SNP, i Laburisti non rappresentano più un’alternativa credibile. Non sono riusciti neppure nella missione più congeniale alla loro natura e alla loro tradizione, quella di convincere l’elettorato dell’importanza fondamentale delle istituzioni europee per la pace, l’unità dei popoli e la necessità che oggi più che mai si sente della propria unità per rispondere alle sfide umane ed economiche che il pianeta si trova ad affrontare.

I Conservatori di Cameron, nonostante appaiano galvanizzati da questa situazione, hanno conquistato una vittoria di Pirro. Il primo ministro dimissionario Cameron, sostenitore della permanenza in Europa, lascia un partito profondamente diviso tra sostenitori dell’uscita come l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, visibilmente scioccato nella prima conferenza stampa da un disastro che lui stesso ha contribuito attivamente a costruire, e filoeuropei come lo stesso Cameron, fino a ieri considerato un leader e un riformatore di grande successo, che verrà ricordato come il primo ministro che ha condannato il Regno a diventare un paese più povero, più debole, più piccolo e più brutto.

Ho l’impressione che l’entusiasmo di tanti cittadini sfumerà molto presto e il “divorzio breve” che l’Europa chiede ora a gran voce presenterà presto il proprio conto. Questa decisione inaspettata non risolverà i problemi delle fasce di popolazione, delle aree e delle classi sociali che hanno votato per la separazione. Al contrario, saranno proprio quelle fasce a pagare le conseguenze più dolorose di una scelta che rifiuta i valori di inclusività, pluralismo e cooperazione che sono alla base delle società più prospere e dinamiche.

2 Comments

  1. Salvatore Angelo Ortu

    “Verrà ricordato come il primo ministro che ha condannato il Regno a diventare un paese più povero, più debole, più piccolo e più brutto.”
    il vaticinio non è mai un esercizio infallibile in economia e finanza, L’Inghilerra è una grande nazione con basi democratiche migliori delle nostre, con risorse finanziarie ed economiche notevoli,troverà sicuramente la sua strada ed il suo mercato e ricordo che in un mondo globalizzato, le frontiere sono niente… trovo inoltre disdicevole ed elitario dipingere un popolo che abbaia,la democrazia è anche questo risultato. La democrazia ha un costo e gli inglesi hanno deciso di pagarlo.
    Le scelte imposte dall’alto spesso hanno prodotto disastri grandiosi come lei ben sa.
    mi permetta inoltre di non condividere ne scusare la lentezza della burocrazia europea, distante dai popoli che amministra, forte di una camicia di nesso che è l’euro, camicia che porterà alla fine dell’europa se non verra corretto l’attuale coacervo di patti. Ricordo inoltre quanto è risibile la politica estera comune e quella economica, per non parlare di quella tributaria.
    L’europa è un sogno che non può essere realizzato troppo lentamente altrimenti questo sogno è destinato a fallire.
    Questa europa, per come è strutturata ora , ha arricchito i ricchi ed impoverito la classe medio bassa, ha favorito le aziende con finanziamenti e delocalizazioni e perdita di migliaia di posti di lavoro.
    Le ricordo inoltre l’enorme debito della BCE, ben più grande del debito italiano, debito che prima o poi bisognerà pagare!
    Concludo riflettendo sulle sue ultime righe, non credo che gli inglesi poveri rifiutino i valori di inclusività, pluralismo e cooperazione , si stanno rifiutando di pagare un conto salato di una europa tutta finanza e banche con un capitalismo aziendale finanziario vorace.
    Per ultimo mi perdoni: la sua idea di democrazia elitaria la trovo estremamente pericolosa al pari delle decisioni politiche di esportare la democrazia con la guerra vedi Libia Iraq e Siria, per le guerre non si fanno referendum Vero?

  2. Alessandro Columbu

    Caro Salvatore, vorrei rispondere solo nel merito dell’espressione “abbaiare contro l’albero sbagliato”, è un modo di dire inglese (barking at the wrong tree) come ho specificato nell’articolo, per descrivere chi dà la colpa dei propri mali alla cosa o alla persona sbagliata. Sulle altre cose mi sembra che siamo molto distanti, non credo di essere elitario, ma tantomento mi interessa idealizzare il ‘popolo’ per raccogliere facili lodi.

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