Giuseppe Laterza: «Una classe dirigente c’è già, ma la politica non la riconosce» [di Stefano Feltri]

predica

Il Fatto quotidiano, 11 gennaio 2017. In un’epoca che premia i politici che parlano di pancia e alla pancia, Giuseppe Laterza sembra fuori fase. Dire che “la cultura ci rende cittadini migliori” non garantisce popolarità. Proprio per questo è da lui che bisogna partire per capire dove si può trovare una classe dirigente per questo Paese. Alla fine la crisi della politica sta tutta lì: la parabola del renzismo è stata così rapida perché si reggeva sui compagni di scuola di Matteo Renzi. A Roma il Movimento 5 Stelle arranca soprattutto perché privo di un personale politico all’altezza delle sfide che ha davanti. Le elezioni non sono lontane e bisogna rispondere in fretta a una domanda: come si trova una classe dirigente adeguata?

Giuseppe Laterza, la caduta di Matteo Renzi e del suo Giglio Magico, poi le disavventure dei Cinque Stelle a Roma e Bruxelles sembrano avere un tratto in comune: c’è il potere, ma non la classe dirigente per amministrarlo.
«Oggi la politica è spesso ridotta a mera comunicazione, oppure a competenza. Se è così, il massimo che si può sperare è di ritrovarsi con un sindaco iperbolico come Luigi De Magistris o ‘pragmatico’ come Giuseppe Sala. Ma la buona politica deve essere sempre in tensione fortissima con una visione del mondo. I tecnici sono utili ma non sufficienti: in politica non basta riparare il rubinetto come fa un bravo idraulico, bisogna definire i propri valori di riferimento».

Se non basta la competenza, la risposta è la cultura?
«Non ci si può fermare ai trattati di management o ai manuali fai da te. Chi ha le responsabilità della classe dirigente deve leggere anche Zygmunt Bauman e Amartya Sen, Tony Atkinson e Tony Judt. La cultura è dubbio metodico, ti spinge a mettere tutto in questione continuamente, così si prendono anche meno cantonate. Questa è la cultura che manca alla nostra classe dirigente».

Bauman e Amartya Sen insegnano a governare Roma?
«Se sei un grande amministratore delegato o il direttore di un ospedale, sono proprio quelle letture non direttamente legate alla tua competenza che si rivelano essenziali per compiere le scelte importanti. Altrimenti non c’è differenza con l’idraulico. Purtroppo, i nostri manager leggono poco, quasi solo fiction».

Primo punto: più libri.
«Piero Calamandrei, in un articolo del 1953 sul Ponte scriveva che ‘tutte le società sono di élite, anche la democrazia, che però a differenza delle altre deve essere aperta, contendibile, tutti i governati che ne hanno la capacità devono poter diventare governanti’. Capacità morali, tecniche e intellettuali che si iniziano a sperimentare a scuola, come ripeté per tutta la vita Tullio De Mauro».

Anche se in Italia i lettori sono pochi rispetto a Germania o Svezia, di gente con alti consumi culturali ce n’è parecchia.
«Sono i 2-3 milioni di persone che si informano, vanno a teatro e alle mostre, i giovani che trovi a migliaia negli incontri del Festival di Internazionale a Ferrara. Ma i loro numeri di telefono non sono in quella rubrica di 4-5.000 cellulari in perenne contatto tra loro per gestire il potere. Questa di cui parlo, è una élite potenziale che non coincide (se non in minima parte) con i parlamentari, con gli amministratori pubblici ma neanche con i manager privati».

E quindi?
«Bisogna che si faccia sentire, che prenda il potere. Il primo punto è riconoscere la propria esistenza, smettere di piangersi addosso. Finora ci siamo detti ‘siamo pochi, non contiamo niente’. Non è vero. In tutti i Paesi c’è una minoranza che guida la maggioranza. Questa élite può essere aperta o chiusa: l’élite chiusa si illude di stare in un fortilizio che invece è pieno di crepe ormai evidenti a tutti. E in Italia è rassicurata da una casta giornalistica, che spesso non conosce altro che il linguaggio della politica italiana e che insorge invece contro Vivendi dimenticando Alitalia, con opinionisti muti di fronte al tentativo di trattare Mediaset come patrimonio nazionale».

Pensa a qualche forma di mobilitazione come i girotondi negli anni di Berlusconi?
«Il mio compito non è certo quello di organizzare i girotondi, ma credo che le idee debbano passare anche attraverso la politica e la rappresentanza. Ci sono persone che hanno provato a farsi sentire nella politica italiana ma sono rimaste ai margini. Possono ancora essere protagoniste, con il sostegno della società civile: la stampa, le case editrici, le infinite associazioni, incluse quelle di categoria che hanno grandissime responsabilità nell’aver avanzato soprattutto ragioni di corporativismo. La leadership deve venire da tanti punti della società».

Qual è il suo ruolo di editore?
«Diffondere le buone idee e farle diventare senso comune. Lo si può fare con i libri ma anche in tanti altri modi, online e offline, ad esempio nei festival come in quello del diritto di Stefano Rodotà o dell’Economia di Tito Boeri o con le lezioni di storia. Pensi all’idea di società liquida di Bauman che dai suoi libri è diventata senso comune, fino al punto che ormai la si cita (anche a sproposito) indipendentemente dall’autore. Quest’anno vorrei organizzare incontri con i lettori forti ma anche con professionisti, imprenditori, commercianti. Per convincerli che investire in cultura cambia un Paese: dove si leggono più libri si fa più raccolta differenziata e prevenzione sanitaria…»

C’è una responsabilità di questa classe dirigente potenziale nel non aver accompagnato l’ascesa dei M5S, lasciando in balia della propria inesperienza?
L’establishment intellettuale ha bollato i Cinque Stelle con il marchio dell’infamia. E questo è un atteggiamento sbagliato. Come ha scritto ieri Travaglio, a Torino la società civile ha cooperato con Chiara Appendino e questo mi sembra un bene. Io posso essere del tutto in disaccordo con quanto dice Grillo, ma non posso ignorare che i suoi elettori, secondo i dati raccolti da Ilvo Diamanti nel libro Salto nel voto sono i più giovani, professionalmente attrezzati e scolarizzati.

Se il M5S fallisce, cosa c’è dopo Grillo?«Grillo non ha mai detto a nessuno di sfasciare le vetrine. Ma non è detto che non si arrivi a quello, quando il sentimento di esclusione raggiungerà il punto di non ritorno. Ma non succederà se sapremo fare la rivoluzione pacifica della cultura».

 

 

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