È la sostenibilità (e non l’indipendentismo) il concetto chiave per una nuova proposta politica in Sardegna [di Vito Biolchini]

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Nella sua pagina Facebook, il giornalista Anthony Muroni ha recentemente rilanciato un articolo di qualche mese fa (“L’autodeterminazione e gli inespugnabili confini da tracciare”) con il quale l’ex direttore dell’Unione Sarda cerca di stabilire dei criteri sui quali incardinare una proposta alternativa di governo in vista delle prossime elezioni regionali.  http://www.anthonymuroni.it/2017/01/07/lautodeterminazione-gli-inespugnabili-confini-tracciare/.

L’argomento è da tempo al centro della riflessione di coloro che non si riconoscono nella proposta politica avanzata nell’isola dal centrosinistra e dal centrodestra e attendono qualche segnale di vita dei Cinquestelle. Ma è soprattutto il fronte dell’autodeterminazione a cercare di capire in che misura riuscire a mettere assieme uno schieramento credibile, capace di aspirare al governo della Regione.

Muroni si dice “un osservatore” e avanza le sue proposte. Io, che osservatore non sono (essendo da tempo direttamente impegnato a favore dell’autodeterminazione con l’associazione Sardegna Sostenibile e Sovrana e con Cagliari Città Capitale), proverò ora ad illustrare il mio punto di vista.

Il punto di partenza è molto chiaro: il variegato fronte che aspira a costituire un polo alternativo di governo non può essere egemonizzato dalle parole d’ordine dell’indipendentismo ma deve mettersi al servizio di un progetto più inclusivo nel quale si possano riconoscere tutti coloro che vogliono innanzitutto un nuovo modello di sviluppo sostenibile per la Sardegna. Perché intorno al criterio di sostenibilità si giocano oggi le sorti della nostra isola.

Non può essere dunque l’indipendenza il “marchio” dello schieramento ma una proposta concreta che trova nell’immediato un terreno di impegno comune la salvaguardia dello spirito del Ppr, così duramente stravolto dalla nuova legge urbanistica avanzata dalla Giunta Pigliaru, la difesa della salute dei cittadini (messa a rischio dalle ipotesi di rilancio di industrie quanto decotte tanto inquinanti come quelle della filiera dell’alluminio a Portovesme), la difesa dell’agricoltura dalla criminosa speculazione che si cela dietro il business delle rinnovabili e del bluff chiamato “chimica verde”, l’insostenibile permanenza nel territorio sardo di poligoni militari, improduttivi e inquinanti.

Temi concreti che se ne portano dietro altri, come quello una organica politica di sostegno alla natalità (non limitata dunque all’emergenza dello spopolamento delle zone interne), di una responsabile e solidale politica di accoglienza dei migranti che arrivano in Sardegna, e di una riscoperta della lingua sarda quale nostra principale infrastruttura culturale.

Quella dell’adesione concreta ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile (e “concreta” significa che non si deve limitare agli slogan ma che deve essere supportata da elementi di conoscenza tecnica e amministrativa su cui basare la propria azione politica e soprattutto deve essere perseguita realmente da quelle formazioni già rappresentate alla Regione o nelle amministrazioni comunali), deve essere dunque la prima discriminante capace di tracciare i confini programmatici di questo schieramento.

Se questo avvenisse, se la sostenibilità fosse l’autentico spartiacque della politica sarda, saremmo in grado di tracciare la vera geografia delle forze attualmente in campo, scoprendo, ad esempio, che Forza Italia e la Cgil stanno dalla stessa parte, magari in buona compagnia di formazioni che oggi si dicono indipendentiste (e che sono sia all’opposizione che al governo con il presidente Pigliaru).

Non solo: se un nuovo modello di sviluppo sostenibile fosse l’autentico spartiacque della politica sarda, emergerebbero come protagonisti attori finora messi ai margini del dibattito politico (come ad esempio ambiti vicini alla Chiesa cattolica o dell’elettorato dei Cinque Stelle, per non parlare dell’ambientalismo, dei comitati che agiscono nei terrritori e della sinistra tradita e stordita dall’arrivismo delle sue classi dirigenti), con i quali potrebbe essere intrapresa una interlocuzione proficua, aprendo spazi di condivisione finora neanche ipotizzati.

Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa: ovviamente anche questo servirebbe. La politica dei veti invece non porterebbe da nessuna parte, giacché chi li pone è poi giocoforza costretto anche a subirli. La formula del “no ai partiti italiani e a chi è ad essi alleato” è ghettizzante, è di difficile applicazione (vale solo per l’oggi o anche per le scelte compiute tre, cinque o dieci anni fa?), e porta all’egemonizzazione da parte dei gruppi indipendentisti di una proposta che invece ha bisogno di tutti i contributi possibili.

Sento già le obiezioni: vuoi dunque l’appoggio degli indipendentisti ma pretendi di snaturarli? Io penso che con loro si possa fare un bel pezzo di strada assieme, condividendo gli obiettivi comuni già citati e intorno ai quali una ampia parte della società sarda dimostra di guardare con interesse.

Io non sono un indipendentista ma non sono neanche un anti-indipendentista. Mi colloco cioè in quella categoria definitasi del “sovranismo” (o anche “dell’autodeterminazione”), secondo cui la Sardegna può uscire dalla crisi solo se esercita maggiori e crescenti poteri, sottratti evidentemente allo stato italiano e all’Unione Europea grazie ad un rapporto dialettico permanente, senza però necessariamente rompere in questa fase con l’uno e con l’altra.

Solo una volta arrivati al limite estremo di questo crescente esercizio di poteri (che non può essere sottoposto a nessuna condizionamento da parte dello Stato italiano, giacché è un diritto del popolo sardo quello di governare nel bene o nel male il proprio futuro), la Sardegna potrà ragionevolmente interrogarsi sul suo destino. E a quel punto chiedersi se vuole diventare indipendente o no.

Questo approccio è evidentemente molto pragmatico perché, all’interno di una cornice istituzionale data, stimola la Sardegna ad attivare un radicale processo di cambiamento dal basso e non si affida invece a “rivoluzioni” calate dall’alto, né insegue parole d’ordine che non hanno rispondenza con la realtà. È quindi un percorso riformista e di governo che si basa sulla capacità dei sardi di decidere in piena autonomia del loro futuro e che contemporaneamente non esclude nessuno sbocco possibile.

Per me dunque l’indipendenza della Sardegna non è un obiettivo né negativo né positivo ma solo un bivio davanti al quale ci troveremo alla fine di un percorso di crescita e di sviluppo al quale necessariamente si arriverà se e solo se i sardi inizieranno a maturare una maggiore consapevolezza e ad esercitare maggiori poteri. Sotto questo aspetto, lo statuto di autonomia rappresenta quindi il punto di partenza verso un nuovo statuto che non potrà che essere “di sovranità”.

D’altra parte, oggi gli indipendentisti non hanno la forza per formare uno schieramento vincente, e questo a causa delle loro divisioni, del loro consenso estremamente frammentato, ma soprattutto dell’assenza di una classe dirigente formatasi nelle amministrazioni locali (rimane un mistero come gli indipendentisti sardi aspirino a governare la regione senza essere in grado di governare, se non in casi eccezionali che si contano sulle dita di una mano, i nostri paesi, da cui si tengono misteriosamente lontani, come se temessero una azione politica dal basso).

L’indipendentismo sardo oggi è fragilissimo, incapace (come ha scritto Alessandro Mongili) di capire la cultura urbana, indebolito a mio avviso dalla controversa esperienza di Sardegna Possibile (un fallimento determinato più che dal voto da ciò che ne è seguito, cioè il nulla; una débâcle su cui nessuno osa aprire un dibattito pubblico che invece gioverebbe per capire quale strada intraprendere senza commettere gli stesi errori), incline agli slogan e alla retorica piuttosto che allo studio e all’analisi rigorosa, nonché dilaniato da micro rendite di posizione di leader intenti più a ribadire i punti di divisione che non quelli di contatto con altre proposte politiche in campo.

Come ho avuto modo di dire nel corso del recente incontro tenutosi all’ExMa di Cagliari, per effetto della sua evanescenza l’indipendentismo sardo oggi rischia di essere una grande arma di “distrazione di massa” dai problemi concreti derivanti dal definitivo tramonto della fase autonomistica, che rischiano di affossare definitivamente la Sardegna e intorno i quali bisognerebbe chiamare i sardi ad una mobilitazione concreta, priva di ogni egemonizzante caratterizzazione ideologica.

La Sardegna non è né la Scozia né la Catalogna: da noi il percorso che porterà eventualmente all’indipendenza è ancora molto lungo. L’indipendenza non è dunque all’ordine del giorno della nostra agenda politica e di questo tema (che invece riempie dibattiti e pagine facebook) bisognerebbe iniziare a parlare seriamente solo dopo che il 30, 40 per cento dei sardi avrà deciso di sostenere questa opzione attraverso una proposta chiara e unitaria e nell’isola ci saranno cento sindaci indipendentisti: oggi invece la formazione indipendentista con maggiore consenso supera appena il 5 per cento (ed è il Partito Sardo d’Azione). Di che cosa stiamo parlando?

Questo non significa che oggi l’indipendentismo non sia una risorsa politica (molte delle sue battaglie sono sacrosante), ma può generare frutti solo se accetta di fare un percorso comune con altre forze su temi concreti, senza settarismi e inutili chiusure ideologiche che finora non hanno portato a nulla. E l’unico tema concreto è quello della sostenibilità, altri non ce ne sono.

Delimitato il perimetro ideologico, il secondo criterio intorno al quale è doveroso costruire uno schieramento attiene alle modalità di scelta della leadership, che deve avvenire in maniera partecipata attraverso lo svolgimento di elezioni primarie. Da più parti si dice che lo strumento è imperfetto: ma è l’unico di essere realmente comprensibile dalla gente, oltre che facilmente praticabile. Le altre alternative sono in realtà una sola: la decisione demandata non si sa bene a chi, e non si sa bene in base a che cosa.

In questi giorni molti hanno ironizzato sull’esito delle “comunarie” del M5S di Oristano, alle quali hanno preso parte meno di cento persone: ma quella candidatura sarà politicamente più legittimata da quelle che usciranno dagli altri schieramenti. Se anche sul tema della partecipazione chi vuole elaborare un nuovo progetto politico non è in grado di mettere in campo una proposta coraggiosa e alternativa a quelle già in campo, la partita è persa in partenza.

Sostenibilità e partecipazione: qualunque forza vorrà impegnarsi su questi fronti avrà tutto il mio appoggio.

One Comment

  1. sebastiano mariani

    Non sarebbe ora che quando si parla di independitsmo e sovranismo si inizi a corredare il discorso con qualche numero ? Perchè non simulare un bilancio della nostra Regione diventata indipendente? o solamente sovrana? il suo futuro PIL, le sue entrare e uscite? la sua moneta? le sue principali scelte strategiche gli strumenti di attuazione? Senza di questo si deduce che si cammina un pò alla cieca.
    Oggi si ragiona su un piano totalmente astratto dove è quasi impossibile avere qualche elemento di valutazione del messaggio politico che esca dall’orientamento ideologico e dalla capacità comunicativa di chi lo manda.

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