Viaggio nella provincia assediata dalle discariche [di Marina Forti]

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Internazionale 29 maggio 2017.  Il traffico comincia di buon’ora. Traffico pesante. “Alle sei, le sette del mattino ci sono file di camion in coda per raggiungere le discariche”, dice Luigi Rosa, che vive a Vighizzolo, frazione di Montichiari, piccolo comune a sudest di Brescia, 23mila abitanti e 21 discariche di rifiuti.

Cinque impianti attivi, altrettanti dismessi e undici vecchi siti illegali: in pochi chilometri quadrati sono accumulati più di 12 milioni di metri cubi di rifiuti industriali, ceneri e fanghi di depurazione, lastre di eternit, materiali di scarto d’ogni sorta. Roba che va sotto il nome di rifiuti speciali, pericolosi e non.

Vediamo arrivare fino a 250 camion al giorno diretti a cave e discariche”, continua Rosa, uno dei volti più noti dei comitati che si battono contro le discariche. Siamo al centro della brughiera di Montichiari, una piana ondulata e verde punteggiata da collinette e da buchi. Le colline a ben vedere sono montagnole squadrate, parallelepipedi coperti d’erba o magari da teloni verdastri: tutti siti ormai colmi. Poi ci sono i buchi, cioè le discariche attive. A pochissima distanza dalla frazione Vighizzolo, in un comprensorio di due chilometri per tre, c’è la massima concentrazione.

Ecco le due discariche della Valseco, di cui una in attività, con quasi tre milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi. Più in là il buco della Ecoeternit, una vecchia cava di ghiaia pavimentata con l’argilla, autorizzata a raccogliere quasi un milione di metri cubi di cemento-amianto. Dietro ci sono la collina della Pulimetal e i suoi due milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi e tossico-nocivi ora ricoperti d’erba, con i camini di sfiato a distanze regolari. Sul lato opposto, una successione di camion si dirige verso la discarica Edilquattro del gruppo Bernardelli, dove si trovano quasi 900mila metri cubi di rifiuti.

Accanto alla Ecoeternit c’è la Gedit, anche questa attiva, con un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi, inclusi fanghi e liquami. E ancora: l’enorme buco dell’ennesima cava dismessa, acquistata dalla ditta Padana green, che ha chiesto l’autorizzazione per farne una discarica per oltre un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi e non, amianto incluso. Una accanto all’altra, colline e voragini, milioni di metri cubi di rifiuti in sei chilometri quadrati.

Rosa è tra i fondatori di Sos terra Montichiari, comitato nato nel marzo 2010 contro il progetto di costruire proprio qui un impianto per incenerire l’amianto. “Era troppo”, racconta, “abbiamo cominciato a protestare. Alla fine siamo riusciti a evitare l’inceneritore, ma intanto ci siamo resi conto di cosa c’era qui, quante discariche ci avevano già costruito sotto il naso”. Ricorda che quando era ragazzo, qui era un susseguirsi di frutteti e campi di grano, e d’estate veniva a raccogliere le pesche: intorno ci sono ancora diverse cascine.

A Vighizzolo gli animi sono ormai esasperati. “Spesso sentiamo zaffate maleodoranti”, spiega, in cui si mescolano odore di marcio e di bitume: gli abitanti lo denunciano da tempo, anche se è difficile misurare gli odori. È in questa piccola frazione di duemila abitanti che lo scorso 17 ottobre gli alunni della scuola elementare sono finiti all’ospedale.

Quel mattino l’odore era più forte del solito e i bambini non riuscivano a respirare, così le maestre hanno chiamato il 118; molti sono stati ricoverati, alcuni trattenuti fino al giorno dopo. Ai genitori è stato poi detto che i bambini avevano valori alti di carbossiemoglobina nel sangue, ovvero erano intossicati da monossido di carbonio. Ma il motivo non è chiaro: in quei giorni le ispezioni dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) non hanno potuto stabilire la fonte delle esalazioni – nei verbali delle ispezioni sono definite “molestie olfattive”.

Il monossido di carbonio è del tutto inodore: dunque le sostanze maleodoranti non sono la causa dell’intossicazione. Sta di fatto che sei mesi dopo nessuno ha ancora detto agli abitanti di Vighizzolo cos’è successo. L’indagine sui “fenomeni odorigeni” è in corso, si legge nel sito del comune.

L’istruttoria sull’incidente di ottobre è chiusa”, mi dice Maria Chiara Soldini, assessora all’ambiente del comune di Montichiari. “L’azienda sanitaria locale e l’Arpa indicano varie cause plausibili, io credo che ci sia stata una combinazione di fattori: reflui, biogas, gli impianti che lavoravano al massimo, la strada che stavano asfaltando davanti alla scuola. Nessuno però si prende la responsabilità di indicare una causa precisa”. E questo non rassicura i cittadini, al contrario. “Da allora qui si vive con la paura”, dice Rosa, “ci chiediamo cosa stiamo respirando”.

Anche perché a volte i rifiuti prendono fuoco, come è successo il 24 maggio nella discarica Faeco di Bedizzole. Un bacino contenente car fluff, la parte non metallica delle macchine rottamate, si è incendiato /per autocombustione, secondo le prime notizie), provocando una colonna di fumo nero e acre. “È il terzo incendio in sei mesi nel raggio di pochi chilometri”, dice Rosa.

La provincia conta 31 discariche attive per rifiuti speciali, su un totale di 665 impianti. Vighizzolo di Montichiari, con la sua straordinaria densità di discariche, con il via vai dei camion e le esalazioni pestifere, si sente assediata. Ma non è un caso isolato, anche se estremo. Non lontano, il comune di Calcinato “ospita” una densità di rifiuti quasi altrettanto impressionante. E così pure Castenedolo, Ghedi, e anche le vicine Buffalora e San Polo, frazioni di Brescia. È come se la provincia di Brescia, capitale del tondino, nota per la metallurgia e l’acciaio (oltre che per le fabbriche d’armi della val Trompia), si fosse ritagliata un’altra specializzazione, quella dello smaltimento dei rifiuti.

In questa provincia lombarda finiscono rifiuti speciali di tutte le tipologie, pericolosi e non: reflui, scarti e rottami da trattare, inertizzare, fondere, o più spesso seppellire in discarica. Oppure bruciare: si trova a Brescia l’inceneritore più grande d’Italia, costruito nel 1992 per smaltire 290mila tonnellate di rifiuti all’anno e arrivato a bruciarne fino a 800mila (oggi si attesta sulle 600mila tonnellate annue).

Si chiama “termoutilizzatore”, perché usa i rifiuti per produrre calore ed energia (il 70 per cento delle abitazioni e degli uffici di Brescia è servito dal teleriscaldamento), ma è pur sempre un impianto che brucia, oltre a rifiuti solidi urbani non differenziati, anche rifiuti speciali non pericolosi provenienti da tutta la Lombardia e dal resto del paese.

Solo nel 2014 sono stati messi in discarica quasi due milioni di tonnellate di rifiuti speciali, pari a circa il 70 per cento del totale smaltito in tutta la Lombardia, si legge nel rapporto sui rifiuti speciali pubblicati nel 2016 dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Le scorie delle acciaierie, che fondono rottami per recuperare il metallo, sono quasi la metà. La fusione è cosa in sé ottima, se il rottame è selezionato. Più spesso però i rottami includono carcasse, fusti, condensatori, macchinari, batterie, che contengono residui di vernici, oli, bitumi, plastiche (tanto più da quando tra gli sfasciacarrozze si è affermata la tecnica del “tritovagliatore”, che significa mettere carcasse e rottami in una specie di tritatutto: ne esce il famigerato “fluff”, un rifiuto tossico).

Nella Relazione del 2012 sulla Lombardia,  la commissione bicamerale d’indagine sulle attività illecite legate al ciclo dei rifiuti parlava di un milione di tonnellate di scorie di acciaierie smaltite nella provincia di Brescia, solo in parte recuperate, per lo più avviate in discarica. La provincia conta 31 discariche attive per rifiuti speciali , su un totale di 665 impianti di vario tipo che trattano e recuperano rifiuti con diverse modalità, dai centri di compostaggio alla demolizione al “termoutilizzatore”.

Lo storico dell’ambiente Marino Ruzzenenti, che ha avuto la pazienza di sommare i dati delle varie fonti ufficiali, stima che in questo territorio siano stati accumulati nel corso dei decenni 35 milioni di metri cubi di rifiuti speciali. Ai quali bisogna aggiungere quelli delle discariche “fantasma”, riempite prima del 1982, cioè prima che in Italia entrasse in vigore una normativa sui rifiuti speciali e sembrava normale interrarli ovunque. Ruzzenenti, autore di una recente indagine proprio sul proprio business dei rifiuti a Brescia, conclude che il totale possa ammontare a circa 59 milioni di tonnellate di rifiuti.

L’importanza delle cave. Come mai proprio qui una simile concentrazione di discariche? Presto detto, per le cave. Formata dalle colline moreniche lasciate da antichi ghiacciai, la bassa pianura è un giacimento di ghiaia di ottima qualità, che nel corso del novecento è stata estratta in grandi quantità insieme alla sabbia: finché è durato il boom edilizio, qui c’era il maggior numero di cave d’Italia e tuttora il settore resta importante.

Basta scavare un metro o due per trovare inerti di qualità; una volta esauriti, si va a scavare altrove. Poi però resta il buco. Di norma una cava esaurita va sistemata, cioè ricoperta di terra e piantumata con nuova vegetazione. In realtà, quelle esaurite sono state riempite di scarti, spazzatura, reflui, prima in modo incontrollato e poi con regolari autorizzazioni. A partire dagli anni ottanta, quando l’Italia ha cominciato a introdurre regole sullo smaltimento dei rifiuti, chiunque avesse una cava da riempire ha fatto soldi.

Anche perché sotterrare rifiuti industriali è un’attività di mercato: non un servizio pubblico (come con i rifiuti domestici), ma privato. Un’azienda che produce scarti ha la responsabilità di disfarsene, in proprio o pagando altre aziende che raccolgono e smaltiscono. E lo fa a caro prezzo: oggi in provincia di Brescia smaltire una tonnellata di rifiuti speciali costa tra i 70 e i 75 euro, ma si è arrivati anche a 120.

Lo smaltimento dei rifiuti suscita grandi appetiti, leciti e illeciti. Pochi mesi fa a Brescia hanno fatto scalpore lòe rilevazioni di Nunzio Petrella,  primo boss della camorra diventato “collaboratore di giustizia”, che diceva di aver portato nel bresciano tonnellate di rifiuti tossici durante gli anni ottanta. Se i dettagli riferiti da Perrella siano veri, lo stabilirà la magistratura. Ma al di là della criminalità organizzata, non è un mistero che lo smaltimento dei rifiuti suscita grandi appetiti, leciti e illeciti.

Un cavatore ha sempre un piano b”, riassume Gianluigi Fondra, assessore all’ambiente del comune di Brescia. “Il percorso è sempre lo stesso. Prima si chiede l’autorizzazione per la cava, poi si corre negli uffici della regione per avere il permesso di farne una discarica”, spiega Fondra.

Le cave più antiche sono diventate laghetti, ma capita di scoprire che la loro acqua è inquinata a causa dei rifiuti tossici che vi erano stati interrati. Altre sono diventate montagne di rifiuti; altre sono pronte a diventarlo. A volte, vecchi depositi di rifiuti di cui si era perfino persa la memoria riemergono per caso, eredità dei primi decenni del boom industriale quando le norme non c’erano. L’impatto sul territorio è devastante.

Secondo l’assessore Fondra, oggi gran parte del problema ambientale e sanitario è eredità del passato: “Non siamo più al far west di vent’anni fa, ma paghiamo il prezzo di un’epoca senza norme e pochi controlli, quando rifiuti e scorie di fonderia sono finiti in tutto il territorio”. Fa l’esempio della ex cava detta Piccinelli, a San Polo, dove per anni sono state scaricate scorie di fonderia contaminate con cesio 137, un isotopo radioattivo destinato anche a usi ospedalieri.

Ora la discarica è sotto sequestro e va bonificata, costo stimato sui tre milioni di euro. “Spesso però queste vecchie discariche sono nel limbo di un fallimento, i proprietari non ci sono più, o risultano nullatenenti”, dice l’assessore. Allora finisce che l’ente pubblico deve intervenire in via sostitutiva e pagare per la messa in sicurezza o la bonifica. In altre parole, chi ha inquinato si dilegua e la collettività paga.

Certo, ci sono anche tentativi di invertire la tendenza. Proprio a San Polo, quartiere di 20mila abitanti alla periferia sudorientale di Brescia, le indagini sanitarie mostravano una diffusa contaminazione da “inquinanti organici persistenti”, cioè sostanze estremamente nocive. La fonte era la principale industria siderurgica del luogo, Alfa Acciai. Dopo anni di proteste e denunce, il Comitato per la difesa della salute e dell’ambiente (Codisa) ha portato l’azienda in tribunale. Condannata in via definitiva nel 2011, ha infine accettato di sottoporsi a controlli e definire nuovi protocolli di attività; ora lavora solo rottame selezionato e ha ridotto le scorie.

Parte da San Polo e Buffalora anche il “parco delle cave”, il progetto di recuperare alcune vecchie cave alla periferia di Brescia e farne un’area protetta. L’assessore Fondra parla di “rinaturalizzare” il territorio. “Abbiamo perimetrato la zona e l’abbiamo inserita in una variante del piano urbanistico”, spiega. “Chiederemo che diventi parco regionale e sia unito al parco delle colline bresciane: diventerebbe una cintura verde intorno al capoluogo”.

Un parco però non basta ad alleggerire la pressione sul bresciano. Torniamo nella brughiera di Montichiari. “Qui è arrivato di tutto, rifiuti delle concerie del vicentino, ecoballe, liquami, a quanto pare anche rifiuti da Roma”, spiega Rosa indicando la Gedit: siamo a soli 700 metri dalla scuola elementare di Vighizzolo e in paese tutti sono convinti che sia la principale fonte delle esalazioni che lo impestano.

Sempre qui, nella discarica Edilquattro del gruppo Bernardelli è finito il terreno asportato dal “sito di interesse nazionale” Brescia-Caffaro, con materiali contaminati da pcbe diossina. Tutto regolare, l’impianto è autorizzato per quel tipo di scorie, ma resta l’amarezza: “Non ci fa piacere, ma non ci sono alternative”, si difende l’assessore Fondra.

Le mamme volanti di Castenedolo. Un giorno un gruppo di signore di Castenedolo, comune incastrato tra Montichiari e Brescia, ha deciso di salire su un aeroplanino da turismo e guardare il territorio dall’alto.

Ogni giorno passi accanto a quelle montagnole coperte dai teloni, non ci fai più caso”, spiega Rosa Cerotti, “però vederle tutte insieme fa male”. Dall’aeroplano hanno filmato la brughiera bucherellata. “Voragini immense, una dopo l’altra”. Colline di rifiuti. I cantieri dell’autostrada Brescia-Bergamo-Milano, la Brebemi, circondata da polemiche e da ondagine giudiziarie.

Era molto più di quanto ci aspettassimo, fa impressione”, dice Raffaella Giubellini. “La brughiera di Montichiari è un colabrodo. In Campania hanno la terra dei fuochi, noi abbiamo la terra dei buchi”, aggiunge. Da quel giro in aereo le signore di Castenedolo hanno ricavato un video (qui c’è una versione breve). E anche un nuovo soprannome, le “mamme volanti”.

Il gruppo si è formato nel 2010 un po’ per caso, spiega Giubellini, davanti alla scuola dei figli. “Un giorno ci hanno detto che dovevano tagliare i servizi per i bambini disabili, per problemi di bilancio. Poi ci hanno detto che il comune poteva autorizzare una nuova cava, e così ripianare i debiti. La cava diventerà una nuova discarica, lo sappiamo. Insomma, ci siamo trovate di fronte a un dilemma: dovevamo accettare cave e discariche per mantenere i servizi comunali?”. Così è nato il comitato delle “mamme di Castenedolo”.

Incontro Rosa e Raffaella una sera d’aprile nell’oratorio della parrocchia Volta, nella periferia sudorientale di Brescia, dove sono state invitate da un gruppo di scout. Spiegano che il comitato ha cominciato con piccole cose, “educazione ambientale per promuovere la raccolta differenziata, la campagna Piedibus per convincere i genitori a lasciare l’automobile lontano dalla scuola e accompagnare i bambini a piedi”. Poi hanno saputo che il gruppo Bernardelli progettava un nuovo impianto tra Castenedolo e Ghedi, anzi aveva già le prime autorizzazioni.

Hanno cominciato a studiare, documentarsi, fare calcoli: se autorizzato, il nuovo impianto mangerà 42mila metri quadrati di suolo agricolo e porterà a Castenedolo 376 mezzi pesanti al giorno. Così hanno deciso di tentare un ricorso legale. “Le amministrazioni di Ghedi e Castenedolo hanno già dato il via libera e perfino intascato gli acconti. Sono disposte a svendere il territorio per sistemare i bilanci”, dicono. “Ma noi non vogliamo diventare come Montichiari, dove hanno il palazzetto dello sport però non possono mangiare in giardino per la puzza”.

Chi guadagna, chi perde. Il fatto è che cave e discariche portano soldi nelle casse dei comuni. L’assessore Soldini fa i conti in tasca alla sua amministrazione: nel 2016 il comune di Montichiari ha incassato circa 1,3 milioni di euro per le discariche; nel bilancio consuntivo sono diventati due milioni e mezzo grazie ad alcuni arretrati finalmente riscossi, inclusi 840mila euro versati dalla Systema ambiente per chiudere un vecchio contenzioso. Il comune inoltre ha ricavato 827mila euro dalle concessioni per cave e scavi. In tutto più di tre milioni in un anno, su un bilancio totale di 24,5 milioni. E in passato era anche di più, “nei momenti d’oro arrivavano tre milioni solo dalle discariche”, precisa Soldini.

Se quattro discariche attive versano tre milioni all’anno per l’uso del territorio, quanto fattura un’impresa di smaltimento di rifiuti speciali? Soldini ha un indizio e si può fare un calcolo: “Il proprietario di una discarica, costretto a chiudere l’impianto per due giorni per accertamenti, ha chiesto al comune 50mila euro al giorno a risarcimento del mancato guadagno”.

Questa fonte di introiti sta per finire: le discariche attive vanno a esaurimento, tra un anno o poco più saranno chiuse”, continua Soldini, “meglio così, penso io. Ma non so se tutta la cittadinanza ne sarà felice”. In effetti Montichiari si è abbellita con i soldi delle discariche: “La nuova rotonda, le siepi potate, il velodromo. Ma a spese di chi? A prezzo della nostra salute? Abbiamo tre vecchie cave da bonificare, e nella falda sotto Vighizzolo ci sono tetracloroetilene e solventi”.

Le prime osservazioni epidemiologiche dell’Azienda di tutela della salute di Brescia (Ats) dovrebbero allarmare. “Abbiamo osservato lo stato della popolazione di Montichiari e di Calcinato, mettendolo a confronto con l’intera provincia”, spiega il dottor Michele Magoni, direttore del dipartimento di epidemiologia ambientale dell’Ats. È un primo studio descrittivo, precisa, che tiene conto della mortalità, dell’incidenza di ictus e di infarti, dei ricoveri per malattie respiratorie, dei parti prematuri e del peso dei bambini appena nati.

Nei due comuni non si nota un quadro molto diverso dalla media provinciale. Ma le cose cambiano a Vighizzolo e Calcinatello, assediate dalle discariche. “La cosa più significativa che abbiamo trovato in quelle due frazioni è un’alta incidenza dei disturbi respiratori nei bambini”, spiega Magoni, oltre a un maggiore rischio di malformazioni congenite e di nascite sottopeso. Decenni di discariche dunque lasciano il segno anche sulla salute dei cittadini, e soprattutto dei più piccoli.

L’indice di pressione. Dal 1999 il comune di Montichiari ha negato l’autorizzazione a ogni nuova discarica. Solo che il potere di autorizzare l’apertura di cave e discariche non sta ai comuni, bensì alla provincia e alla regione, che invece hanno continuato a dare nuove licenze.

Oggi però l’assessore Soldini si dice ottimista: “Per la prima volta vedo un motivo di speranza”. Si riferisce alla sentenza del consiglio di stato che nel dicembre 2016 ha dichiarato legittima l’idea di un “indice di pressione ambientale”, introdotto nel 2014 in Lombardia con una legge regionale, che in sostanza fissa un limite all’approvazione di nuovi impianti: non si devono superare 160mila metri cubi di scorie per chilometro quadrato. La norma è stata impugnata, ci sono stati ricorsi, ora il consiglio di stato ha chiuso la questione.

Significa che a Montichiari non avremo nuove discariche”, dice Soldini. Non sarà autorizzato l’impianto della Padana green. La Edilquattro non avrà il permesso di rialzare la discarica attuale, che quindi andrà a esaurimento. “È una soddisfazione amara, perché intanto il territorio è stato devastato”, continua l’assessore. “E poi perché quello fissato dalla norma regionale è un limite molto alto. È come se la legge dicesse: non come a Montichiari”.

Tutti i territori devono diventare come Montichiari prima di poter dire basta? La norma della “pressione ambientale” mette al riparo Montichiari e Calcinato, ormai sature. Ma non Castenedolo o Ghedi, dove la Edilquattro vuole costruire la nuova discarica contro cui si battono le “mamme volanti”. “No, quell’indice di pressione non ci convince. Bisogna che tutti i territori diventino come Montichiari prima di poter dire basta?”, si chiede Raffaella Giubellini. “Le discariche sono una macchina da guerra che non si ferma. Noi chiediamo una moratoria sui nuovi impianti per tutta la provincia di Brescia”. Ed è la richiesta comune di decine di comitati sorti negli ultimi anni nel bresciano (ora riuniti nel coordinamento “Basta veleni”).

Per troppo tempo il profitto è stato messo sopra alla salute e all’ambiente”, osserva la deputata del Pd Miriam Cominelli, eletta a Brescia. Qualche tempo fa aveva fatto un paragone con la “terra dei fuochi” della Campania. Una forzatura, ma così ha contribuito ad attirare l’attenzione sulla straordinaria quantità di rifiuti speciali sotterrati nel bresciano: in Campania si parla di dieci milioni di metri cubi di rifiuti, qui sono parecchie volte di più.

Intorno alle discariche di Vighizzolo nelle ultime settimane sono comparse file di alberelli appena piantati, esili fusti verdi alti un metro o due. C’è anche il progetto di creare un boschetto tra le discariche e le case. “I dirigenti di Padana green hanno messo sul tavolo un milione di euro per gli alberi, se saranno autorizzati a fare la discarica”, dice Gigi Rosa. Ancora una volta soldi in cambio di rifiuti. “Non va, le discariche sono troppe. Vogliamo respirare”.

 

 

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