Tre milioni di problemi per Rajoy [di Stefano Puddu Crespellani]

 

guernica

È stata come una sassata a un alveare. La carcerazione preventiva di tre quarti del governo catalano, pur prevedibile, cambia tutto. E l’ondata di emozioni che ha smosso è indescrivibile.

Incredulità, anzitutto, specialmente in ambito giuridico. Mai si è visto un provvedimento tanto grave gestito con tale precipitazione e incompetenza. E indignazione, naturalmente, per il significato di questo schiaffo inferto a tutto un popolo.

L’intenzione è chiara: umiliare i ribelli. Infliggere un castigo esemplare. Lo si capisce dal titolo che il procuratore generale Maza ha dato al suo dossier: “Más dura será la caída”. Questa non è più giustizia, ma vendetta.

E poi tristezza. Per le famiglie di persone degnissime. Per una democrazia finita così in basso. Per il silenzio dell’Europa. Incredulità e tristezza, per il ritorno di vecchi fantasmi. E rabbia, per la prepotenza del potere. E sconcerto, per la magnitudine degli scenari che si spalancano.

Il presidente Puigdemont, da Bruxelles, ha potuto fare una dichiarazione istituzionale, nella quale ha parlato di “errore gravissimo”. Certamente, se non avesse scelto di difendersi presso la giustizia europea, oggi in prigione ci sarebbe anche lui.

L’obiettivo di Madrid era imbavagliare al più presto la Repubblica catalana, per schiacciarla più facilmente, ma ancora non ci sono riusciti.

In poche ore sono arrivate le prime conseguenze politiche. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha riconosciuto come legittimo il governo catalano destituito da Madrid, chiedendo la revoca del 155 e la liberazione di tutti i prigionieri politici. Non poco, se pensiamo che la sua formazione non è indipendentista.

Nello stesso tempo, il sindaco di Terrassa, città di 200.000 abitanti della cintura metropolitana, si è dimesso dalla carica di primo cittadino strappando la tessera del PSC, partito in cui militava. Per lui non era più sostenibile essere complice di questo attacco frontale ai principi democratici.

Il partito socialista è uno dei punti di massima tensione psicopolitica. Insieme alle dimissioni dei dirigenti, si percepisce l’enorme imbarazzo dei militanti. “Non si sarebbe mai dovuti arrivare fin qui” è il modo in cui viene espresso questo disagio profondissimo.

Gli eventi, purtroppo, avanzano secondo un meccanismo implacabile, da tragedia greca. Il problema delle minacce è che poi devi compierle, se vuoi essere credibile. E a Madrid si è minacciato troppo, anziché dialogare. Ora siamo tutti ostaggi di questa enorme insipienza.

Dopo l’annuncio delle detenzioni, le reti sociali sono entrate in ebollizione. Le televisioni e radio, specie quelle catalane, idem. Avevano appena fatto in tempo a rendere noti i record di audienza, specialmente via Internet, dei programmi emessi nei giorni cruciali del procés.

In questo caso, la conseguenza è stata la sospensione della sempre attesissima puntata di “Polònia”, un programma di satira molto amato dai catalani. “Stasera non abbiamo voglia di ridere”, è stata la motivazione.

Su facebook, twitter e whatsapp è cominciato a circolare il programma di manifestazioni per i prossimi giorni. Poche ore dopo la notizia ci sono state concentrazioni davanti all’Audiencia Nacional e ai comuni delle cittadine più importanti. Anche le cassolades delle 10 di sera sono state più fragorose che mai. Oggi sono convocate di nuovo nelle piazze di tutti i comuni. Domenica, una grande manifestazione a Barcellona.

Ma già si parla di sciopero generale, e c’è chi lo vuole indefinito. I presidenti delle associazioni di imprenditori —in Catalogna ce ne sono diverse, della piccola e media impresa— chiedono di studiare forme alternative per manifestare il dissenso. Perché il danno economico si comincia a percepire. Ed è questo che può fare più male, non solo alla Catalogna ma all’intera Spagna. Presto avremo notizie dello spread. E si avvicina il Natale. Sarà sotto assedio?

I partiti politici, specialmente quelli indipendentisti, saranno impegnati tutto il fine settimana in riunioni e assemblee per decidere il da farsi. Emerge la volontà unitaria di difendere, a questo punto, la democrazia prima di qualunque altra cosa. Comunque bisogna decidere in fretta perché il tempo per la presentazione delle liste per le elezioni del 21 dicembre scade lunedì. Non tutti, però, hanno chiaro il da farsi.

Perché ora, dopo la detenzione di responsabili del governo e della società civile catalana, la legittimità di queste elezioni viene messa di nuovo in dubbio. Quali saranno le garanzie di partecipazione libera e democratica? E soprattutto: quali le garanzie che i risultati verranno accettati?

Importanti dirigenti del PP e del PSOE si sono già precipitati a dire che, se vincono gli indipendentisti, ci sarà di nuovo l’articolo 155 ad aspettarli. E intanto la polizia nazionale continua a presidiare la città di Barcellona dal porto, alloggiata in navi che battono bandiera italiana. Si sa che la libertà è cara, ma la repressione sembra che lo sarà assai di più.

“Se il prezzo della libertà è la prigione, siamo disposti a pagarlo”. Così Raül Romeva, responsabile delle relazioni estere della Generalitat, riassumeva la posizione del governo catalano nelle ore precedenti all’arresto.

A Bruxelles, per dare continuità all’autogoverno catalano, rimangono il Presidente, Carles Puigdemont, e i consellers Toni Comín (Salute), Clara Ponsatí (Educazione), Meritxell Serret (Agricoltura), Lluís Puig (Cultura). I ministeri fondamentali della nuova repubblica.

In una vignetta di oggi, si leggeva questo scambio di battute: —“Tutti in prigione!” —“È che sono circa tre milioni, signoria” —“Tutti i responsabili, tonto!” —“E con gli altri, che facciamo?”

Ormai la rivolta catalana è un problema interno  spagnolo di cui parla tutta Europa, ogni giorno. Un problema con circa tre milioni di variabili. Povero Rajoy.

 

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