L’indipendenza che nega se stessa [di Tommaso Gazzolo]

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In Sardegna sembra essere improvvisamente esplosa una corrente di simpatia per gli indipendentisti catalani. È comprensibile, sia per gli antichi legami che uniscono la Catalogna a una parte della Sardegna, sia perché lo sconsiderato comportamento del governo Rajoy e le irruzioni della Guardia Civil trasmesse dalle televisioni hanno conferito ad una parte, gli indipendentisti, l’immagine del David e all’altra quella di Golia.

Ma adesso che la prima  parte della vicenda è passata, e se ne apre un’altra molto più difficile e complessa, è bene analizzare il tuttocon un po’ di freddezza e razionalità per cercare di capire il significato e soprattutto glieffetti di ciò che sta avenendo. La prima domanda che occorre farsi èquella della legittimità. Non c’è dubbio che così come è stato indetto dal parlamento catalano, e come era organizzato, questo referendum è illegale. È precluso dalla Costituzione spagnola. Non è previsto alcun limite minimo di partecipazione, ed è assurdoche una decisione gravissima come la secessione non debba essere confortata almenodalla maggioranza assoluta dei cittadini, votanti o meno.

Domenica il sì ha avuto il voto di  circa il 35% dei catalani. È pensabile che un atto storico come la separazione non abbia bisogno almeno del sostegno esplicito della maggioranza dei cittadini? Del tutto  privo di garanzie era poi, per quanto se ne sa, il sistema dei controlli. Insomma un atto fuori delle regole democratiche, come noi le intendiamo. Ma la questione della legalità non esaurisce quella della legittimità. Perché il diritto alla separazione fa parte, hanno so-stenuto gli indipendentisti, di un diritto naturale dei popoli, quello alla autodeter-minazione, diritto naturale illimitabile e insopprimibile, sicché il diritto della Catalogna si porrebbe su un piano superiore a quello della Costituzione.

Il discorso è complesso, ma non può essere affermato tout court in via assoluta. Dove si ferma,quali limiti, e che tipo di soggetto puòesercitarlo? Senza una precisazione concordata di questi concetti il diritto di autodeterminazione diventa qualcosa di impalpabile e di indefinibile.

Dopo una regione può essere rivendicato da un ente più piccolo, ad esempio un comune? E che caratteristiche deve avere (etnia, lingua, storia, religione) una comunità per rivendicarlo? Ma soprattutto in che misura un diritto del genere può rompere patti e accordi stretti con altre comunità, che ne pretendono naturalmente il rispetto?La Catalogna non è un’isola a sé stante. Fa parte di una nazione fondata su una Costituzione che solo poco tempo fa la stessa Catalogna ha stretto e confermato con un voto parlamentare dei suoi rappresentanti e con un referendum.

Un patto fondativo come quello costituzionale può essere disdetto ad nutum in nome di un diritto precedente che peraltro in quella occasione non era stato esercitato? Non c’è un diritto delle altre comunità al suo rispetto? Ancora più problematico è il discorso sugli effetti. Non so valutare l’impatto sulla Catalogna, che è la regione più ricca della Spagna (se fosse tra le più povere, come accade per la Sardegna in Italia, sarebbe un suicidio). Certo è che se attuato darebbe una accelerazione potente a quel fenomeno di disgregazione delle strutture esistenti che è iniziato con la Brexit e di cui è impossibile capire lo sviluppo. La prima vittima di questo processo sarebbe l’Unione europea.

È singolare che spesso i movimenti indipendentisti si richiamino all’Unione europea mentre combattono la nazione di cui fanno parte (dueanni fa lo facevano gli scozzesi). Il processo europeistico va verso l’avvicinamento, la collaborazione delle comunità nazionali e regionali. La secessione si muove in senso opposto: è la affermazione delle particolarità, delle diversità, spesso fatta, come in questo caso, in un clima di violenta rottura. Se la separazione catalana andrà avanti, e metterà in moto, come è prevedibile, una serie di movimenti analoghi, è difficile che la Unione europea regga a questa lacerazione.

Si mette in serio pericolo la sola istituzione che in questa fase storica ha contribuito a un grande rilancio economico e civile dei nostri popoli. Se quindi è difficile prevedere l’effetto ultimo sulla Catalogna, è purtroppo assai facile prevedere l’effetto su di noi e su tante altre zone europee in difficoltà: un effetto disastroso, con la creazione, tra l’altro, di una clima di incertezza politica e istituzionale che rischia di paralizzare immediatamente la ripresa in atto. I fuochi d’artificio in plaza Catalunya erano belli. Purtroppo non abbiamo ragioni per ripeterli da noi.

Ancora dopo il voto di domenica, non si vede, per ora , che la continuità del movimento catalano con il tradizionale “catalanismo”, il suo “entusiasmo per i suoi idiomi”,  le sue retoriche identitarie. Ma la situazione sembra essere giunta ad un punto di rottura: se nessuna delle due parti sarà disposta a fare un passo indietro, che cosa diverrà la protesta catalana? Vorrei distinguere almeno tre con-cezioni dell’indipendenza.

La prima: il particolarismo. L’indipendenza catalana potrebbe restare essenzialmente una forma di “particolarismo”, ossia una pretesa indipendenza di una parte dalle altre parti della nazione. Ma se c’è “parte” solo in rapporto al “tutto” (la Spagna), la pretesa di affermarsi come “parte”, negando il “tutto”, è una pretesa che nega se stessa. Una Catalogna indipendente non può più essere, cioè,  tale in forza della sua “particolarità”, ma solo laddove questa particolarità, nel farsi indipendente, divenisse a sua volta “universale”.

La tesi: i catalani (parte) non sono spagnoli (tutto), implica che i catalani cessino di essere tali, per potersi affermare come catalani. Come può avvenire questo? La seconda concezione, che direi nazionalista, risponde: l’indipendenza consiste proprio nel farsi “nazione”, nel negarsi come parte, per affermarsi come un’unità nazionale. Ma questa nuova unità nazionale non potrà più fondarsi sulla “particolarità” – reale o pretesa – dell’idioma, delle tradizioni, dell’economia della Catalogna.

Essa ora aspira ad essere non “particolare”, ma “universale” (nazionale).  La tesi, ora sarebbe: i catalani sono non-spagnoli. Quindi anche non-italiani, non-francesi, etc. In cosa consiste allora il loro essere catalani (che cos’è la “catalanità”, se non può più essere la negazione particolare dell’essere spagnolo)? Penso che entrambe queste concezioni siano in ultima istanza conservatrici: per affermarsi sono obbligate o a negare se stesse (l’ambiguità di una “parte” che, cessando di essere “parte”, non sa più cosa sia) o,  peggio ancora, a recuperare le logiche contro cui pretendono di opporsi (quella dello Stato-nazione, della nazione come “intero”, etc.).

Se questi sono i “diritti”che i catalani rivendicano per sé, sono poca cosa.Resta una terza concezione dell’indipendentismo: negare sia la “parte” che il “tutto”, rifiutare la logica stessa dello Stato-nazione (come unità di parti). L’indipendenza politica non è un fine in sé: è un mezzoper poter divenire qualcosa, aspirare ad essere un popolo differente da prima, ma proprio per questo finalmente se stesso. Il popolo catalano deve diventare,cioè, “catalano” per mezzo dell’indipendenza. Questo significa “liberarsi”: uno schiavo al quale siano tol-te le catene non per questo diviene un uomo libero.

*La Nuova Sardegna 4 ottobre 2017.

 

 

2 Comments

  1. “È singolare che spesso i movimenti indipendentisti si richiamino all’Unione europea”. Non penso che sia singolare che gli indipendentisti si richiamino all’Unione Europea: è una cosa logica.

    Infatti l’Unione Europea ha creato uno spazio per poter concepire l’indipendenza di “piccole” nazioni. L’Uni0ne Europea e la sua integrazione assicurano che anche piccole nazioni abbiano accesso ad altri mercati per i propri prodotti, e assicura che la sicurezza della nazione sia condivisa con altri paesi.

    L’autore di questo articolo suggerisce anche che gli indipendentismi in Europa siano un esempio di particolarismo e anti-globalizzazione. Penso sia invece tutto il contrario: il richiamo all’Unione Europea e all’integrazione delle “piccole” nazioni con il resto d’Europa dimostra che gli indipendentismi sono un prodotto della globalizzazione. È solo in un mondo globalizzato che una piccola nazione che diventi stato può stringere rapporti di collaborazione con altri stati per la propria difesa (E.g. NATO) e per avere accesso ad altri mercati.

    La globalizzazione non è un fenomeno che funziona solo in un senso (gli interessi globali si impongono su quelli locali), ma funziona anche nell’altro senso (interessi locali possono trovare uno sbocco globale).

    Basterebbe guardare magari ad altri piccoli paesi come l’Estonia: puntando sull’innovazione tecnologica questo piccolo paese ha trovato accesso ai mercati europei e globali, creando benessere. Nello stesso tempo, l’adesione alla Nato e all’EU garantisce -almeno per ora- l’esistenza di questo piccolo stato che, nel passato, è stato spesso facile preda delle grandi potenze vicine.

  2. Mi dispiace, ma niente di ciò che ho letto di questo articolo, mi trova concorde, niente.
    Partiamo dalla asserzione, a me più cara: “per la Sardegna sarebbe un suicidio”. Per la Sardegna il vero suicidio è restare sotto il dominio di uno stato, che non ha fatto altro, fin dal 1725, quando era ancora, ipocritamente, Regno Sardo-Piemontese. Con quella ipocrisia, tutta piemontese, che portò un piccolo ducato italico nordorientale ad elevarsi a titolo di regno ed a rivendicare il suo potere su tutto il resto della penisola. Il fatto strano è che il titolo regale che ricevette la casa Savoia, non gli avrebbe dovuto essere potuto far rivendicare niente di italico. La Sardegna, fin dalla divisione dell’impero romano, in oriente e occidente, fece parte di quello di Oriente. Quindi ebbe una storia totalmente avulsa dalle dinamiche del resto d’Europa, che invece costituì l’impero d’Occidente. Solo nel XII secolo, i Giudici sardi, si riavvicinarono alla Europa occidentale, quando il giudice di Arborea Barisone I Serra, ottenne l’investitura di re di Sardegna dall’imperatore Federico Barbarossa nel 1164. Da qui deriva lo status di regno della Sardegna.
    Tralasciando le comparse pisana e genovese, che ebbero una piccolissima influenza sulla storia della Sardegna, se non quella di definirne la completa e totale cristianizzazione, soprattutto per opera di Pisa, e la definitiva cattolizzazione per incarico pontificio. Poi, dal XIII secolo in poi, vediamo una sempre più pressante l’influenza catalano-aragonese, che si completò con la definitiva assunzione dell’intera Sardegna nel 1478 nella battaglia di Macomer dove si affrontarono gli eserciti del viceré aragonese in Sardegna e Leonardo Alagon, che vantava discendenza da Eleonora d’Arborea e di conseguenza pretendeva il trono del giudicato. Dopo quella battaglia, la corona aragonese assunse definitivamente tutti i titoli della Sardegna: re di Sardegna, marchese di Oristano e conti del Goceano, per dichiarare che nessun altro potesse vantare nessun tipo di discendenza.
    Nel 1725 il regno di Sardegna, fu ceduto alla casa Savoia ed è da allora che assunsero il titolo di re. Ma erano re di Sardegna e duchi di Piemonte e Liguria, non re di Piemonte. Quindi il titolo era di una nazione che non aveva niente a che fare con le vicende italiane. In più, da quando iniziarono a “governare” la Sardegna (tra virgolette, perché fu più una tirannia, che un governo), i sardi covarono subito un astio profondo verso i nuovi padroni, che si manifestò con la rivolta del 1793 con la cacciata dei rappresentanti piemontesi, compreso il viceré.
    Ora, dopo questa breve storia, dei principali fatti, riguardante la Sardegna, faccio io a lei una domanda: per quale arcano ed oscuro motivo i sardi si dovrebbero sentire ed appartenere ad uno Stato che non ha niente a che fare, ne per storia, ne per lingua, ne per tradizioni (faccio notare che in Sardegna si festeggia San Costantino Imperatore, unico caso in Europa occidentale cattolica; mentre è santo per il rito ortodossa bizantino)?
    Se la Sardegna è ridotta in queste condizioni, lo dobbiamo, principalmente, alle dominazioni straniere e principalmente a quelle italiche, piemontese prima, italiana regia e repubblicana poi. Sopportiamo il 60% delle servitù militari dell’intera Repubblica, paghiamo più caro tutto, perché un isola (compresa l’elettricità, che produciamo più del fabbisogno della Sardegna), siamo l’unica “regione” a credito con lo Stato.
    Mi spieghi bene quali sarebbero i vantaggi ad essere e sentirsi italiani?
    Io dell’Italia apprezzo solo poche cose: Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, Masaccio, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Bernini e alcuni musicisti. Ma sono cose che apprezza tutto il mondo, non per questo il resto del mondo si sente italiano.
    Ilfatto che sui miei documenti ci sia scritto: nazionalità italiana, non vuol dire che io mi senta tale. Sono sotto il dominio della Repubblica italiana, quindi sono costretto a “stare” nello “Stato” italiano, ma la mia nazione è la Sardegna e la mia nazionalità è sarda!
    Quando il mio Stato sovrano corrisponderà alla mia Nazione, allora sarò libero ed orgoglio di appartenere a quel dato Stato.
    Cordiali saluti.
    FORZA PARIS, SARDINNIA NO EST ITALIA!

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