Volti nella satira e nella caricatura [di Gian Carlo Buffa]

Giancarlo Buffa, Ritratto di Placido Cherchi, Cagliari 2005

Pubblichiamo integralmente la comunicazione letta dall’autore nel corso della presentazione della sua opera “Volti nella satira e nella caricatura”  organizzata da www.sardegnasoprattutto.com, dalle Associazioni LAMAS e Paesaggio Gramsci lunedì 2 luglio alla Fondazione di Sardegna (NdR).

Del carboncino e pezzi di carta colmavano le fredde serate invernali, al caldo del braciere sotto il tavolo rustico della cucina.  Gli anni diranno dell’inclinazione al disegno mai sopita, di una naturale disposizione germogliata alla maniera di un filo d’erba dall’oscurità. Negli occhi dell’infanzia la leggerezza dell’immaginario.

Era allora la Cagliari ferita, la Cagliari del dopo guerra, la Cagliari della ricostruzione, la città -tra le più devastate d’Italia- che si ridestava. Un periodo di incertezze, di privazioni  per numerose famiglie cagliaritane senza reddito. Impasto di tempo quale siamo, capita che riaffiorino alla memoria, tra veglia e sogno, flebili bagliori di vicende lontane.

Il disegno, quindi, linguaggio universale, sistema di tracce, linee rette, spezzate, curve. Il disegno come momento ideativo, abbozzo, appunto,  progettazione, armonia, proporzione, asimmetria. Il disegno che misura, scandisce spazi, dà volume e peso agli oggetti; come geometrie, prospettive, illusioni ottiche. Il disegno docile, essenziale, incerto che ha accompagnato l’esistenza dell’uomo nell’età della pietra. Il disegno come strumento autonomo della tradizione, principio dell’opera d’arte nel Rinascimento. Il disegno guida dello sguardo e della rappresentazione.

Le tavole raccolte nel libro, ed altre escluse, composte già dal 1982, sono il risultato della predilezione per la figura umana disegnata che mi ha stimolato ad indagare sopra la caricatura, un genere artistico sottostimato, pregiudizialmente considerato minore. Ancor prima, negli anni Settanta, l’interesse era incentrato sul disegno umoristico, il comico, la satira teatrale.

E’ anche grazie al teatro che si apprende, oltre ad avere un rapporto più consapevole ed equilibrato col proprio corpo, oltre a dare pienezza di significato  al gesto e alla parola detta, ad osservare con altri occhi i moti emozionali del volto, ad interpretarlo pieno di mistero, come “paesaggio della mente”, storia, poesia. Osservare è più che guardare, implica la conoscenza dell’oggetto investigato.

E’ impresa ardua decifrare la molteplicità degli aspetti di un volto, perché un volto esprime la vita che fluisce e lo anima, rivela il cammino percorso, la pressione degli anni, dei sentimenti, degli umori, del clima, delle malattie, del lutto. Tradurre tale complessità in segni richiede un’indagine accurata, approfondimenti teorici e pratici, ma sarà sempre vano pretendere “di penetrare nell’intima essenza delle cose e di conoscerle in se stesse” per la finitezza delle possibilità umane, sostiene il filosofo tedesco Ernst Cassirer nel “Saggio sull’uomo”.

La caricatura non è fotocopia dell’esistente, è interpretazione soggettiva, tendenziosa del disegnatore che manipola in senso fantastico i lineamenti di un volto. Un ritratto deformato ha poco di bizzarro e scherzoso, non punta necessariamente a suscitare il riso, infatti, talvolta può procurare un senso di inquietudine, indurre a meditare sulle problematiche dell’esistenza. Nonostante ciò si attribuisce alla caricatura un effetto di comicità.

La scelta di raffigurare in prevalenza persone sarde molto diverse tra loro, o soltanto legate alla Sardegna, maturata tenendo conto di una pluralità di aspetti, comprese l’empatia, le relazioni amichevoli e affettive, è distante dall’idea di formare una esclusiva quanto speciale schiera di eletti. Afferma saggiamente Franca Rita Porcu, ritratta nel volume: C’è molta bellezza e onore e fatica anche nell’essere normali, nella quotidiana, tormentata e mai conclusa affermazione di se stessi”. Una bellezza attenta al mondo, che parla e sorride a fior di labbra, discreta, libera, sicuramente cosciente della propria irripetibile unicità.

Ritratti e caricature narrano della paziente ricerca di incontri, dell’esigenza di ripensare e valutare il proprio sentire e agire in un periodo di tempo, il nostro, che a causa del graduale affievolirsi dei  consueti legami umani vede indebolito il senso del “noi”, il significato laicamente inteso della parola comunità. Concetti forse in apparenza poco attinenti alla materia trattata, eppure congiunti  all’intero lavoro.

Mentre sfogliavo l’insieme dei disegni, con l’intento di fornire una struttura ordinata al libro, mi sono lasciato prendere dal gioco suggestivo della fantasia immaginando di riallacciare gradevoli conversazioni interrotte, restituire fisicità e voce a coloro che non sono più tra noi. In questo andare pagina dopo pagina, di volto in volto, di ritratto in ritratto, ogni personaggio pareva sfilare in processione diretto verso  un altrove indistinto, senza tempo.

Ed ecco Nereide Rudas, docente universitaria, personalità eminente della psichiatria italiana, maestra di scienza per colleghi e allievi, per donne e uomini di cultura. A leggere “L’isola dei coralli, itinerari dell’identità”, si rimane quanto mai coinvolti. Suona così questa sua opera, al capitolo sesto, estrapolando qua e là solo qualche frase: “La Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa “E’ madre e orfana insieme (…) orfana del proprio figlio (…) si può divenire orfani a tutte le età. (…).Gli occhi chiusi sono occhi ciechi (…) non possono più guardare il mondo. (…) I suoi occhi (…) sono anche chiusi al tempo e alla speranza.” Ricevuta la mia cartolina con gli auguri di Natale, mi telefonò a fine dicembre 2016. Fu l’ultimo saluto, prima del distacco.

Mi riecheggia nella mente la voce sommessa di Lucia Pinna: “Amo il silenzio come colloquio interiore./(…) Nelle carte polverose di vecchi archivi/ c’è scritto che il pianterreno della mia casa/ fu per secoli un convento di gesuiti (…) e l’antico convento è diventato la casa di mia nonna/ dove i grossi muri perimetrali/(…) mi sentivano leggere libri di ogni età/ e le vie del mondo erano la mia giovinezza/. Però qualcosa di claustrale è rimasto/ nella piccola cella del mio essere/ che accoglie quel silenzio che amo”. Insegnante di italiano e latino, poetessa nuorese del soliloquio e della condizione umana, pure lei, è “passata sulla terra leggera”.

Avanza Antonio Sini, occhi scuri, vigili,  i suoi libri di poesie sottobraccio -“La terra che non ride”, “Oltre le radici”, “Il fiore impiccato”-, sillogi dai versi struggenti, asciutti, teneri, al tempo stesso aspri, ribelli: “Vivo!/ Non era morte la mia morte,/ma sonno, sonno nero./ Cani e corvi/ mi scambiarono per una carogna:/ m’annusarono,/ mi scarnirono;/ ma i vermi/ non riuscirono mai/a danzare nel mio midollo la danza della morte!” Nato a Sarule, pastore a nove anni, fu processato a neppure diciassette con l’accusa di tentato omicidio e rapina. Riconosciuto innocente con formula piena dopo sette anni di carcere.

Appare il volto di Bachisio Zizi:  “Noi orunesi siamo divoratori di spazi,” annotava nell’incamminarsi “Da riva a riva”, sua opera letteraria, “le distanze che non possiamo attraversare le percorriamo con la mente o con lo sguardo, che pare mosso da un istinto di rapacità. Questo nostro modo di essere ci ricollega agli antenati pastori, ma è anche il riflesso della solitudine di Orune, arroccato su quell’altura, dove i venti hanno scarnificato le pietre e gli uomini”. Figura d’uomo esemplare, poco incline alla visibilità. “Scrittore alla macchia”, lo definì Michelangelo Pira. Una sofferenza lontana anzi antica velava il suo sorriso. Suona ancora la campana per chi lo ebbe come amico.

Attimi impercepibili, questi, nei quali la ragione si abbandona al ricordo, alla memoria di coloro che condivisero e di quanti a tutt’oggi hanno in comune, più o meno, interessi culturali, passione civile e visione della vita.

“Volti nella satira e nella caricatura” è un volume a stampa interamente illustrato il cui pregio è dovuto al mecenatismo liberale, alla coscienza etica dell’imprenditore Marco Ghiani, amministratore unico dell’industria tipografica fra le più avanzate in Sardegna, e del suo braccio destro, Paolo Lusci, responsabile marketing, educato alle lettere e alle arti.

La decisone di pubblicare scaturisce dal proposito di cogliere sia i profondi mutamenti della società contemporanea attraverso il pensiero e l’agire degli uomini del proprio tempo, sia di fare promozione culturale lungo il versante della tradizionale attività  isolana dell’arte tipografica ed editoriale, i cui primordi, com’è risaputo, risalgono alla seconda metà del XVI secolo. Manifestazione di riguardo, dunque,  degli amici Marco e Paolo, cui va la mia profonda riconoscenza.

Oltre al contenuto, l’oggetto libro ha pure un abito confezionato da mani esperte, da sensibilità che lavorano nella massima riservatezza. Mai nominati il responsabile di produzione, i grafici, gli stampatori, i rilegatori. Eppure si devono a loro la cura raffinata nell’impaginazione, l’impiego dei caratteri blasonati, la stampa sulla carta bianca pregiata che dà vivezza ai segni, al colore.

Scrive Fernand Cuvelier nel suo Storia del libro, la via maestra dello spirito umano: “Un artigiano che sia abile ma che non abbia ben impresso in cuore il gusto delle cose belle, difficilmente riuscirebbe in questo lavoro tanto personale e avvincente”. Allora, molte grazie a queste professionalità invisibili la cui opera ben dispone alla lettura.

Esprimo ancora un sentimento di gratitudine a Leandro Muoni, saggista, critico d’arte e poeta, già pubblicista della Nuova Sardegna e assistente di storia dell’arte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Cagliari, che ha avuto cura di scrivere l’introduzione, dopo una laboriosa ricerca bibliografica ricca di rimandi storici e di considerazioni personali.

Un pensiero affettuoso rivolgo a chi, con buona disposizione d’animo e qualche comprensibile riserbo, nel farsi ritrarre, ha contribuito di riflesso ad ampliare il mio orizzonte di senso, a dare forma  compiuta al progetto. Mi duole invece di aver mancato nel proponimento di effigiare altre amicizie, però non tutto ciò che si vuole si realizza, non sempre troviamo indicata nella mappa della vita la strada dei nostri desideri.

Un grazie a Maria Antonietta Mongiu,  archeologa, strenua paladina del paesaggio della Sardegna e dell’identità dei sardi, presidente dell’associazione culturale LAMAS, organizzatrice di questo incontro; a Bachisio Bandinu, altro studioso illustre, antropologo,  autore di importanti pubblicazioni, fra queste in particolare “La maschera, la donna, lo specchio”, del 2004, e “Noi non sapevamo”, del 2016; a Lia Careddu, della compagnia “Sardegna Teatro”, attrice dal vasto curriculum,  che da oltre trent’anni esporta il nome della nostra amatissima Isola in Italia e in Europa; a Tiziana Troja del gruppo teatrale “Lucido sottile”, personalità poliedrica dal linguaggio ironico e trasgressivo, voce pronta a levarsi contro ogni forma di perbenismo. Rinne germogliata alla maniera di uha avuto la pazienza di ascoltare. Un grazie infine alla Fondazione di Sardegna per averci ospitati in questa sala accogliente e prestigiosa.

Buon fine di serata.

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