Parigi: la rivoluzione in marcia? [di Angelo d’Orsi]

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Mentre in Italia, un’altra Torino, diversa e opposta a quella delle “madamine” del 10 novembre, ha risposto con forza straordinaria a quanti hanno fatto credere che la realizzazione del Tav sarebbe stata la svolta per l’economia e la vita stessa della città, mentre dal profondo Nord calavano su Roma, le truppe cammellate (pagate?) di Matteo Salvini (un ministro, per di più dell’Interno, che organizza una manifestazione non s’era mai visto, tanto più che il suo scopo era una dimostrazione di forza); a Parigi, da dove scrivo, si teneva il sequel del sabato precedente, 1 dicembre quando la capitale francese fu centro di scontri violentissimi, devastazioni, repressioni.

Questo sabato 8, la situazione si è riproposta sia pure con minore violenza, ma con maggiore forza, maggiore determinazione e, mi è parso, anche con maggiore consapevolezza.

Nei giorni precedenti una campagna terroristica dei media governativi e para-governativi ha indotto buona parte dei parigini a tapparsi in casa, mentre i negozianti chiudevano fin dalla sera di venerdì le loro botteghe, ricorrendo, molti, a coprire di truciolato le vetrine: Parigi la mattina dell’8 dicembre offriva un ben strano spettacolo, assolutamente inedito, nella uniformità lignea dei negozi, nel silenzio delle strade, nel deserto dei grandi viali.

Ma fin dall’alba gruppetti di uomini e donne, anziani e giovanissimi, indossanti un gilet di colore giallo, hanno iniziato a percorrerla. Portavano con sé zainetti e tascapane, bottiglie d’acqua, generi di conforto, e mascherine antigas, che offrivano anche ai passanti individuati (come il sottoscritto) quali possibili simpatizzanti, insieme a una fialetta di soluzione fisiologica, utile per difendersi dai gas.

Quei gas urticanti che verso la tarda mattinata la polizia avrebbe iniziato a diffondere, con micidiali lanci di candelotti, seguiti da possenti getti di idrante, che facevano più danno dei gas. E, a seguire, le cariche, a piedi, o a cavallo.

I manifestanti apparivano determinati, pronti alla tattica della guerriglia: allontanandosi quando la situazione appariva sfavorevole, ritornare subito dopo, ma raggruppandosi in qualche via adiacente. La polizia con tutto lo sfoggio di mezzi e di uomini (e donne; ne ho viste parecchie), spesso è apparsa in difficoltà, e in qualche caso, è stata costretta ad arretrare.

Da una parte perché forse esitante, dopo essersi posta in luce nelle scorse settimane con un tasso di violenza e di arbitrio che ha suscitato reazioni assai forti: l’episodio di Mantes-la-Jolie (nel Dipartimento degli Yvelines), dove oltre 150 studenti minorenni sono stati messi in ginocchio con le braccia dietro la testa, ha suscitato assai più che riprovazione, se persino un quotidiano prudente, ma ancora provvisto di autorevolezza come “Le Monde”, ha avuto parole molto dure. E una raccolta firme per le dimissioni del capo della polizia sta procedendo a gonfie vele.

D’altra parte, questo popolo in azione costituiva un soggetto imponente, e non di rado pericoloso per lo schieramento dei “flics” e dei CRS: cubi di porfido, strappati al selciato, o gli stessi candelotti rispediti al mittente, le barricate improvvisate, fragili, che però si moltiplicavano a vista d’occhio, gli incendi sparsi (anche di beni pubblici, come le bici comunali, i cassonetti per l’immondizia, le fioriere…; con le solite vetrine di banche spaccate, quelle rimaste senza protezione), e la stessa incredibile numerosità dei manifestanti – con o senza gilet – hanno creato una situazione di oggettiva difficoltà.

Mentre guardavo questa massa enorme di persone in movimento sulle strade della capitale francese mi è venuta in mente una frase di Carlo Rosselli, riadattata alla situazione: quando il popolo scende nelle strade, e marcia con un obiettivo da raggiungere, non c’è schieramento militare che possa fermarlo.

E questo popolo dell’8 dicembre, ancor più di quello del 1° dicembre, puntava a un obiettivo politico: quello che si riassume nello slogan più ripetuto, gridato, ritmato, cantato: “Macron démission!”. Non pochi aggiungevano, minacciosi: “Stiamo venendo a prenderti, Macron!”…

L’azione dei “gilets jaunes” in effetti sembra si stia rapidamente trasformando, da ribellione spontanea di singoli e di categorie colpite dalla “tassa ecologica” sui diesel, in un vero movimento, trasversale per età, appartenenza professionale, estrazione sociale. L’unità nella diversità è data dal rifiuto dell’“Europa dei banchieri”, benché non articolato in un vero discorso politico: d’altronde qui è la “rage”, la rabbia sociale, per ora a tenere in piedi i “gilets jaunes”: e questo non significa forse una richiesta di giustizia? “I soldi ci sono”, si è letto in numerosi cartelli: “andate a prenderli dove sono, a casa dei ricchi”.

Non mi avventurerò ora in un’analisi sociologica e politologica, assolutamente necessaria se si vuole tentare di comprendere gli avvenimenti di Francia in questo scorcio di 2018, ma si tratta di elementi, a mio parere, di immediata evidenza, o quasi.

Ad essi altri vanno aggiunti, sui quali si dovrà riflettere: il presidente Macron è ormai in caduta libera non soltanto di consenso presso il suo stesso elettorato, ma in tutti i settori della società francese, a cominciare da quegli stessi che lo avevano catapultato un anno e mezzo fa all’Eliseo, dopo la prova desolante di François Hollande, un’esperienza politica devastante per l’intera sinistra nazionale, e forse non solo.

Il capo degli industriali ha fatto capire chiaramente che Macron è inadeguato, e molti dello stesso entourage presidenziale hanno preso le distanze. Macron è oggi un uomo solo. Aveva teorizzato la necessaria e benefica solitudine del potere quando ebbe a dire che la Francia ha bisogno di un monarca (alludendo evidentemente a se stesso): oggi quella frase risuona beffarda sulle bocche dei “gilets jaunes”, i quali ricordano che per ogni monarca c’è pronta una ghigliottina.

In crescita è apparsa la componente di sinistra, anche se le bandiere rosse ai cortei erano pochissime (a dire il vero, assai più numerosi i tricolori), molte parole d’ordine, aggiunte alle prime, poco politiche, degli inizi del “movimento”, echeggiano il Maggio ’68, il grande fantasma che sta percorrendo la città in queste settimane.

Non credo sia un caso che molti dei cartelli visti in questa giornata campale erano citazioni o calchi degli slogan di quel maggio “glorioso”. Un collega della Sorbona mi ha scritto, in relazione agli avvenimenti in corso: “Sembrerebbe che commemoriamo il maggio ‘68 con sei mesi di ritardo ma si sa che la Francia ha difficoltà a fermarsi quando la rivoluzione è lanciata; è il fascino e il fastidio di questo bel Paese”.

* da alganews.it

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