Volontè, un attore contro [di Felice Laudadio]

La Maddalena

MicroMega online 10 gennaio 2018. Per uno come Gian Maria Volonté (9.03.1933-6.12.1994) che per tutta la vita – ancorché alquanto breve: morire a 61 anni è morire giovani – ha preteso da se stesso coerenza politica, ideologica e comportamentale sarebbe stata impresa dura, oggi, lottare per contrapporsi – lui che era un “uomo contro”, un “attore contro” – al pantano nel quale questo Paese, il suo, va inesorabilmente sprofondando.

Ma in qualche modo, ho ragione di credere, avrebbe trovato il modo di lottare, lui intellettuale, nell’impressionante silenzio degli intellettuali che ci accerchia.

Volonté era prima di tutto, prim’ancora che un grande attore, un militante politico colto, molto colto. E duro e puro. Duro fino all’estremo, e in qualche guisa fino all’estremismo. E puro al punto da sembrare (e talora essere) ingenuo e disarmato dietro la sua scorza di burbero ‘rompicoglioni’ – qualcuno lo vedeva così –, facile preda di entusiasmi e di slanci impulsivi ma ideali che talvolta offrivano il destro a chi sapeva e voleva strumentalmente usarne e abusarne. Nella vita politica non meno che in quella professionale e privata.

Se un merito grande ha questo ricchissimo e documentato studio di Mirko Capozzoli semplicemente intitolato Gian Maria Volonté (Add Editore, 2018, pp. 336, € 19) è quello di ripercorrere con estrema puntualità, e puntualmente assistito dalle interviste curate da Alejandro de la Fuente, il cammino che porterà Volonté fin da bambino, e poi da adolescente introverso e fortemente condizionato dalla memoria sepolta (non ne parlava mai) di suo padre – un fascista finito in galera e condannato a morte quale criminale di guerra (sentenza mai eseguita) –, a diventare un irrequieto esponente di primo piano, per quanto molto indipendente e autonomo, di quella vasta galassia di intellettuali e di cineasti che ruoteranno attorno e dentro al Partito comunista italiano, soprattutto quello di Enrico Berlinguer.

Un cammino accidentato segnato in età ormai adulta da un’altra tragedia: quella dell’unico suo fratello, Claudio, di poco più giovane, che, in origine fascista anche lui, Gian Maria era riuscito poco alla volta, pazientemente, a “convertire” alla sinistra. Ma, dopo essersi reso responsabile di un omicidio involontario, Claudio s’era suicidato in carcere.

Anche il loro padre aveva tentato il suicidio in carcere. Fu forse per questa “predisposizione” familiare, diciamo così, che alcuni dei suoi amici più cari temettero (a torto, per fortuna) un gesto estremo da parte di Gian Maria quando apprese d’esser stato colpito da una grave patologia oncogena.

La memoria che il comune spettatore conserva di Volonté è fondamentalmente legata alle sue mirabolanti apparizioni sul grande schermo del cinema. In realtà Gian Maria nutriva, fin da giovanissimo, una naturale vocazione a “fare teatro”.

Aveva appena 17 anni quando cominciò a studiare recitazione, ma anche a recitare, presso lo Studio Drammatico Internazionale di Edoardo Maltese, a Torino, per poi approdare al teatro itinerante, i mitici Carri di Tespi con i loro sterminati cartelloni (che Volonté ricordava spesso con sorridente nostalgia), e ancora per aggregarsi nel 1953 alla compagnia di Alfredo De Sanctis con la quale calcherà le tavole dei maggiori teatri italiani e infine realizzare il grande sogno: l’agognata ammissione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma sotto le ali di Orazio Costa, forse il massimo “formatore di attori” della scena (e del cinema) italiano, e del suo direttore, lo scrittore Raul Radice, i quali, consapevoli dell’enorme talento del ragazzo, si opporranno, contro il parere degli altri docenti, alla sua espulsione dall’Accademia.

Ma Volonté, che era poverissimo, era venuto meno alle regole dell’istituzione fondata da Silvio d’Amico: vietato recitare all’esterno dell’Accademia. E dunque, quando non seguiva i corsi, lavorava. Recitando. Per campare.

Cozzopoli indaga approfonditamente e con molta cura la lunga fase di formazione culturale e teatrale di Volonté che culminerà – dopo molte performances e sempre più appaganti esperienze di palcoscenico con registi quali Guido Salvini e soprattutto Franco Enriquez – nell’incontro con Giorgio Albertazzi che lo proporrà per il ruolo di Rogozin ne L’idiota di Dostoevskij nelle sei puntate dirette da Giacomo Vaccari trasmesse dalla (allora unica) rete RAI-TV in settembre-ottobre 1959.

Fu un grande successo di pubblico, e per il 26enne Gian Maria un trionfo. Albertazzi commentò: “Si impose immediatamente e già dopo la seconda puntata fu subissato di richieste cinematografiche”. E Anna Maria Guarnieri: “Un attore d’una bravura raffinatissima e di incredibile versatilità”.

In queste due notazioni dei suoi autorevolissimi colleghi è inscritto il futuro di Volonté: il cinema, che di quella bravura e di quella versatilità si gioverà moltissimo, e moltissimo gioverà a Gian Maria che tuttavia, come nota Cozzopoli, “non considerava il cinema lo strumento adatto per esprimere le proprie idee.” E invece, dal 1960, “il cinema finirà per soppiantare” il teatro e la TV, nello stesso anno del fatale incontro, sul palcoscenico dell’Arena di Verona, con la giovanissima Carla Gravina, che non sarà per lui, Romeo, solo Giulietta, ma per anni la sua compagna di vita e la madre della loro figlia Giovanna.

La versatilità. È la chiave di volta per afferrare l’arte e l’intelligenza interpretativa (e non solo) di un attore che ben presto si confermerà un mostro di bravura. Ma dietro le sue eccezionali interpretazioni non c’è solo il mestiere, un grande mestiere che affonda radici profonde nella sua formazione culturale e nella sua militanza teatrale.

C’è lo studio accurato, l’analisi approfondita e documentata dei personaggi che interpreta sullo schermo, non diversamente da come aveva studiato e approfondito i personaggi interpretati sulla scena. È il “metodo Volonté”, un metodo personalissimo e irripetibile cristallizzato nella dimensione creativa dell’attore-autore.

Pressoché tutti i ruoli che Gian Maria riveste – anche i più insospettabili, vedi il feroce pistolero nei film di Leone o il mafioso italo-americano Lucky Luciano nel film di Rosi – si fondano su una finanche fanatica lettura analitica, e anzi psicoanalitica, e anzi politica, del carattere e della psiche del personaggio da interpretare, da studiare, da capire.

E dietro la sua strepitosa capacità di mimesi e di recitazione c’è una formidabile attitudine alla narrazione, al “racconto” intimo e più segreto della personalità indagata e interpretata. Alla narrazione del carattere e dei comportamenti, fino a dettagli per altri insignificanti, Volonté dedica settimane, addirittura mesi, di indagini, di letture, di inchiesta.

Un lavorìo certosino e per certuni (produttori, registi, sceneggiatori, colleghi attori) incomprensibile, tanta fatica esso comporta: da qui l’indole di “autore” dei suoi lavori. Ma per riuscirvi Volonté ha a sua volta bisogno di collaborare con talenti come il suo, seppur diversi: i registi, in particolare. E lo sa talmente bene che non a caso, quando deve scegliere, sceglie sì la sceneggiatura da interpretare, ma anche chi la realizzerà.

Fra i grandi attori italiani suoi contemporanei Gian Maria è quello che ha fatto meno film, per scelta: 60 crediti fra cinema e TV, secondo il portale IMDb, contro i 146 di Marcello Mastroianni (il collega in qualche modo a Volonté più assimilabile), i 130 di Vittorio Gassman, i 140 di Ugo Tognazzi. Versatilità, dunque, ma anche capacità e volontà di scelta o di rifiuto, qualche volta autolesionistico come quando rifiutò di lavorare ne Padrino di Francis F. Coppola, non foss’altro che per (tanti) soldi che pur gli erano necessari.

Denaro del quale, pur infischiandosene nella sua notoria generosità, ha sempre comunque avuto bisogno. Per sostenere i compagni in difficoltà, e talora in clandestinità. Per affrontare certi suoi cataclismi famigliari. Per soddisfare la sua insopprimibile passione per la barca a vela, uno dei suoi rarissimi lussi. Per pagare costosi interventi chirurgici per il cancro ai polmoni vendendo un’amata casa sul mare di Fregene.

Per produrre in prima persona, perdendo casa e tutto – e pagando anche le quote dei suoi latitanti “coproduttori” (si fa per dire) – qualche strampalato film senza senso (ne ha fatti pure di quelli, costretto da ragioni, diciamo così, “sentimentali” e/o economiche). Ma senza mai perdere l’allegria e l’autoironia, e talora una pungente cattiveria, pur in un permanente processo di camuffamento da burbero e severo castigamatti.

Se un peccato grave Volonté ha commesso, e Capozzoli lo segnala delicatamente nel suo bel libro, è quello d’aver assecondato una pulsione, forse genetica e forse inconsapevole, all’autodistruzione. Troppe fatiche, troppe sigarette anche dopo l’intervento ai polmoni, troppa vis polemica e troppa passione. Nella vita, nella politica, sul lavoro.

Un po’ come Molière, Volonté morirà a 61 anni sul set del suo ultimo film, Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos. Morire a 61 anni è morire giovani.

 

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