Mariannedda ‘e sos Battor Moros [di Maria Antonietta Mongiu]

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Nella giornata che tutto il mondo dedica alla donna si può superare la retorica rivolgendo il pensiero ad alcune donne speciali. Quelle ad esempio che in Sardegna hanno tracciato il solco e che sono state dimenticate velocemente. Nella Rivista on line Sardegna Democratica, di cui mi sono occupata prima di fondare con alcuni amici e amiche Sardegna Soprattutto, pubblicai il 3 settembre 2012 un pezzo dedicato a Marianna Bussalai che vorrei riproporre all’attenzione per non dimenticarla (mam)

Sono esistite donne la cui vita è trascorsa nell’invisibilità pur avendo compiuto gesti rumorosi e scandalosi che ai poteri autoritari stanno sulle scatole. Una di queste donne è Marianna Bussalai.

Ebbe colpe imperdonabili: intellettuale, sardista, femminista, antifascista. E per di più confinata in un paese, Orani. Lo ricordiamo per aver dato i natali a Costantino Nivola e non anche perché, grazie a questa donna, fu una delle capitali del sardismo e dell’antifascismo.

La sua fu una vita breve e sofferta. Morì a 43 anni nel 1947. In tempo per vedere la Sardegna regione a “statuto speciale” ma non indipendente come avrebbe voluto e con meno competenze e consapevolezza della Sicilia, della Valle d’Aosta, del Trentino- Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia, a leggere gli specifici Statuti.

Un’esistenza dentro la malattia vissuta come un processo di testimonianza e di autocoscienza, in verità, non infelice perché sorretta da un’incrollabile fede religiosa e da un amore disperante verso la Sardegna. Questo profondo ed intricato grumo, di origine prepolitica ed invariato, è ciò che le fornirà la grammatica per elaborare una componente fondativa del suo sardismo. Si chiama appartenenza.

Sentimento abusato ed esibito oggi quanto poco praticato nell’agire quotidiano e politico. Forse è il tratto che la fa sopravanzare rispetto agli uomini con cui si relaziona e che la considerano poco politica per questa componente già tutta dentro il pensiero della differenza. Non a caso gli accenti più innovativi li scambia con altre donne dell’epos sardista che spesso sono ricordate come mogli o compagne piuttosto che come individualità originali. Sono Mariangela Maccioni e Graziella Sechi a cui dedica parole di sorellanza tra le più politiche nella vicenda della Sardegna contemporanea.

Malgrado la malattia non perse mai la bussola del suo io indiviso e non rinunciò a darsi generosamente alle idee e alle letture con la determinazione e la pervicacia dell’autodidatta.

Interlocutrice compassionevole e severa della sua comunità, fino al puritanesimo ed all’estremo rigore che era degli intellettuali prima dell’invenzione dell’industria culturale, quella che ha creato l’éngagement a gettone. Dicevo che fu interlocutrice curiosa ed appassionata di uomini che ricordiamo quando orfani di grandi personalità abbiamo bisogno di richiamare i padri fondanti della nostra piccola “nazione”.

Marianna Bussalai non gli dà tregua perché ogni tanto perdono per strada un pezzo di ortodossia. Spesso sono deboli e smarriti dentro le loro umane contraddizioni. Talvolta conflittuali e poco disinteressati. Non ultimo Emilio Lussu, riferimento totalizzante ed eroizzato per il coraggio e la cultura, per il quale Marianna Bussalai rischiò la libertà quando lo nascose ad Orani nella casa dove si era autoreclusa. Lussu nel secondo dopoguerra realisticamente aveva ormai barattato il pensiero indipendentista con l’azionismo italiano!

Anche Pietro Mastino, Titino Melis, Luigi Oggiano, e non solo, compaiono nell’epistolario come orizzonte del suo interrogarsi. Ma, come succede a molte donne che usano le lettere come filo rosso con la storia e con il mondo, non attende una risposta non solo perché è intrinseca alla domanda ma perché sa che non sono in grado.

Marianna Bussalai differisce solo per il colore dell’abito, nero l’una bianco l’altra, da Emily Dickinson un’altra autoreclusa che invase dalla sua piccola stanza la vita altrui con un fluviale epistolario (le poesie vennero fuori post mortem). Sprofondate nella casalinghitudine ma in realtà intellettuali che giganteggiano rispetto ai loro interlocutori posti su un piedestallo pur consapevoli che sarebbero stati muti o balbettanti sui fondamentali quesiti.

Anche Marianna Bussalai si fece da autodidatta maestra di chi volesse emanciparci dalla sofferenza della povertà e dell’ignoranza. Capì che solo l’istruzione, la cultura, la potenza della parola consentono di abbattere il tetto di cristallo che impedisce tuttora alle donne di esserci e di uscire dall’autoreclusione che oggi non è più quella materiale dei muri di casa ma è quella immateriale del disconoscimento e della negazione ancor più terribili ed impedenti.

Su Marianna Bussalai un grande lavoro è stato compiuto da Marta Brundu. Ma moltissimo deve essere fatto. In quel baule da cui provengono molte sue carte chissà cosa attende di venire in luce.

Cosa aspettiamo a chiedere che la sua bellissima casa, diventi un centro di ricerca sulla storia delle donne in Sardegna? Cosa aspettiamo a chiedere che possa diventare il luogo di riconoscimento di queste invisibili e straordinarie donne, i “veri intellettuali organici” delle nostre comunità?

Chissà che trauma immaginarsi a Cagliari Largo Carlo Felice essere trasformato in Largo Marianna Bussalai di Orani o una delle nostre Università intitolata a lei. E’ un’utopia? Il tetto di cristallo sulle nostre teste lo impedisce? Non per molto.

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