La grande alienazione [di Lelio Demichelis]

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micromega online 2 maggio 2019. Lelio Demichelis ha scritto un nuovo saggio su un tema oggi dimenticato o rimosso, quello della alienazione: “La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo” (Jaca Book). Il libro apre la nuova Collana Dissidenze, curata da Demichelis e finalizzata a pubblicare testi di pensiero critico – dissidente, appunto – sul capitalismo e la tecnica e le trasformazioni/involuzioni anche antropologiche che stanno producendo. Di seguito, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo alcune pagine tratte dalla Introduzione.

Non il pensiero teoretico bensì la sua decadenza favorisce l’obbedienza ai poteri costituiti, siano questi rappresentati dai gruppi che controllano il capitale o da quelli che controllano il lavoro. Max Horkheimer, Eclisse della ragione. Poesia è rifare il mondo, dopo il discorso devastatore del mercadante. David Maria Turoldo, Nel segno del Tau.

Il nuovo avanza a grandi passi, inarrestabile, magnifico, democratico, libertario, individualista, postcapitalista, moltitudinario, soprattutto tecnologico. Questo dicono le retoriche – lo storytelling, la propaganda, il determinismo tecnico e neoliberale – di questi ultimi trent’anni. In verità i processi tecnologici e capitalistici in corso producono effetti totalmente opposti rispetto alle promesse, allo storytelling e alla propaganda mainstream.

Ma è sbagliato credere – per le macerie sociali, culturali, antropologiche e politiche (compreso il populismo) che tecnica e neoliberalismo lasciano dietro di sé – che ciò che abbiamo definito come tecno-capitalismo sia in crisi o al tramonto. Continua infatti a produrre egemonia e dominio per sé, contro la società, l’individuo e l’ambiente. Ma il tutto è ben mascherato dal sistema stesso, posto che nessuno si ribella, nessuno cerca alternative – e anche il populismo è una merce politica funzionale al tecno-capitalismo – e tutti si adattano alle dinamiche del sistema e alle molte e apparentemente diverse forme di alienazione che il tecno-capitalismo produce. Ma che appunto abilmente maschera per sostenere e promuovere la propria infinita riproducibilità.

(…) Nessuna tecnofobia in questo; ma un doveroso e necessario pensiero critico applicato al capitalismo e soprattutto alla tecnica. Perché in verità avremmo (abbiamo) un disperato bisogno di fare innovazione etica, sociale, ambientale e politica; di recuperare le capacità e le possibilità umane di immaginare altro dal tecno-capitalismo. E invece siamo chiusi in una gabbia d’acciaio di weberiana memoria, oggi divenuta virtuale ma concretissima nei suoi effetti antropologici.

O, altrimenti, siamo felicemente rinchiusi in una caverna platonica dove le ombre sulla parete sono la realtà virtuale (tecnologica e capitalistica) che il sistema crea per gli uomini. Che ha fatto perdere agli stessi uomini il rapporto con la realtà naturale, con il concetto di limite, con se stessi, con una idea di insorgenza o almeno di resistenza rispetto al potere [ormai totalitario – ma lo diceva già Marcuse] tecno-capitalista.

Una gabbia/caverna che impedisce ogni progettualità di-versa da quella che ci impone di assecondare invece un determinismo tecnologico e un sincretismo/animismo uomo-tecnica per il quale solo l’innovazione tecnica ha valore e produce risultati – e tutti devono quindi essere innovativi in termini di tecnica e tecnologia e nessuno deve esserlo in termini politici e sociali, etici e di responsabilità ambientale e sociale. (…) Siamo cioè inchinati – come il popolo di Siviglia verso l’Inquisitore, nel racconto di Dostoevskij – davanti alla Silicon Valley e ai suoi guru-inquisitori, simbolo-metafora del nuovo potere globale.

Che è un potere di imprese private e di una tecnologia fatta di rete e di algoritmi che permette e che impone anche un controllo sociale totale – ma offerto e nascosto in nome di una libertà assoluta dell’individuo – attraverso quei dati (cioè la nostra vita) che sono oggi la sua materia prima indispensabile e potenzialmente illimitata [grazie al nostro pluslavoro di produzione di dati, per di più senza salario, ma che garantisce nuovo plusvalore per il sistema – ovvero e ancora: alienazione dalla nostra vita/dati].

Siamo confinati e limitati – individualmente e collettivamente – in un nuovo (e in un nuovismo tecno-entusiasta, a prescindere) che produce un discorso/immaginario collettivo ormai ricorsivo e tautologico: efficace perché retorico e autoreferenziale, accattivante e motivante perché individualizzante e attivante nel profondo la psiche umana.

È la nuova grande narrazione del tecno-capitalismo, più potente di tutte quelle del passato – o il dispositivo tecno-capitalista per portare l’uomo felicemente verso l’asservimento totalitario alla tecnica e verso il post-umano. Il massimo di (apparente) libertà e creatività individuale, per il massimo di (concretissima) alienazione/reificazione e mercificazione dell’individuo: è l’esproprio tecno-capitalistico della vita intera dell’uomo, delle sue emozioni, relazioni, socialità, responsabilità, progettualità.

Generando un falso individuo ormai parte integrata/ibridata della e sussunta nella grande macchina tecno-capitalista – ma già Erich Fromm scriveva di un uomo che aveva ormai cessato da tempo di usare la produzione come mezzo per una vita migliore, facendone invece un fine in se stesso. Un fine cui subordina la propria vita intera, perché nel processo di una sempre maggiore divisione e meccanizzazione del lavoro e nelle sempre maggiori dimensioni degli agglomerati sociali l’uomo stesso diventa una parte della macchina piuttosto che il padrone [come oggi, appunto, con i processi di ibridazione uomo-tecnica].

(…) Parole come new, smart, sharing, like, social, start-up sono ormai costitutive di una neo-lingua che avevamo definito (2015) [parafrasando Victor Klemperer] come Lingua Internet Imperii necessaria a legittimare – ne produce la pedagogia sociale e i meccanismi di veridizione, per dirla con Foucault – l’imper(i)o della tecnica e del capitalismo neoliberale; e a creare e a far accettare una totale dipendenza di ciascuno dalla tecnica, generando la sua delega totale alla tecnica e al discorso/immaginario collettivo che essa produce (così come gli abitanti di Siviglia avevano delegato se stessi all’Inquisitore).

Delega alla tecnica che nasce da una tecnofilia antica e necessaria all’uomo per sopravvivere (ieri), ma oggi divenuta tecnopatia. Nel trionfo non dell’Antropocene (la nuova era in cui sarebbe l’uomo la forza che determina l’ambiente), ma del Tecnocene, dove è cioè la tecnica a produrre l’ambiente in cui l’uomo viene portato sempre più a vivere integrato e connesso/ibridato [con il sistema], illudendolo di essere un libero soggetto e non un oggetto ingegnerizzato da tecnica e neoliberalismo.

E a delegare appunto alla tecnica (anche secondo Ippolita) ogni suo pensiero, comportamento, decisione e azione (è l’internet-centrismo secondo Evgeny Morozov; è il totalitarismo cibernetico secondo Paolo Zellini). (…). E quindi torniamo a Weber che scriveva, già un secolo fa di come «l’odierno ordinamento capitalistico imponga a ciascuno, in quanto è costretto dalla connessione del mercato, le ‘norme’ della sua azione economica». Oggi tuttavia non solo economica, ma tecnica ed economica [e quindi alienando ulteriormente l’uomo].

Molte alienazioni (…) Molte alienazioni, in verità: da sé dell’uomo, dal suo ambiente sociale e naturale, dalla capacità di comprendere il meccanismo organizzativo tecno-capitalista in cui è stato inserito ieri a forza (prima e seconda rivoluzione industriale, con fordismo e taylorismo come discipline) e poi in modalità soft/biopolitica; e alienazione dallo spazio e dal tempo, dall’immaginazione, dalla sovranità e dalla democrazia e dalla conoscenza ormai trasformata in mera competenza e in un imparare facendo senza più progettualità e senza senso, senza razionalità e senza responsabilità verso il futuro.

Perché alienati – nel senso di Marx, ma non solo – sono i lavoratori di Uber e quelli uberizzati nel capitalismo delle piattaforme, quelli ibridati con una macchina che impara da sola, gli amici che vivono su Facebook e sui social-imprese private, chi si è fatto attore-comparsa nell’industria culturale dello spettacolare pulsionale integrato, i cittadini non-più-cittadini perché desovranizzati da tecnica e neoliberalismo, l’uomo portato a vivere in uno stato di mobilitazione incessante e totale di se stesso in nome dell’innovazione tecnica e della competizione di mercato, seguendo un leader/manager e/o vivendo in uno sciame-rete.

 Alienati nella Fabbrica-rete E alienato è soprattutto l’individuo che si crede libero (a cui viene fatto credere di essere libero e autonomo) in una rete che è invece la nuova Fabbrica, il nuovo mezzo di connessione/produzione capitalistico e, insieme, la più grande agenzia di controllo e di pubblicità della storia.

Fabbrica-rete/Fabbrica-sciame dove ogni individuo dello sciame capitalistico e tecnico deve saper fare tutto il lavoro da solo [imprenditore di se stesso] ma sincronizzato con gli altri; e dove tutte le forme di lavoro – di produzione e di consumo, di sharing/gig economy e di cottimo, di lavoro gratuito e di lavoro salariato sempre più low-cost, di cessione di dati/profili o di gamificazione, arrivando ai turkers/operai-cottimisti digitali di Amazon (forme tutte riconducibili al capitalismo delle piattaforme) – sono integrate sempre più dalla e nella tecnica come apparato/dispositivo di comando e di controllo, ma soprattutto di sincronizzazione/integrazione, di attivazione e modellizzazione dei comportamenti individuali e sociali.

Appunto: le piattaforme come mezzo di produzione, connessione, mobilitazione, passando per gli algoritmi e la loro promessa di efficienza/razionalità-calcolabilità, la loro affascinante dimensione magica e insieme la loro invitante offerta di delega, confermando Novalis quando scriveva che «l’uomo, per pigrizia, desidera un puro meccanismo o una pura magia.  (…) Mentre si procede verso il trionfo della algocrazia/algocratura (o si passa dalla tecnopolitica di Stefano Rodotà alla algopolitica), cioè al potere degli algoritmi che aliena totalmente anche il demos e la polis (e l’agorà) dalla sovranità, dal pensiero e dalla decisione [è il populismo digitale]. E verso la fine del sociale (confuso con l’essere connessi in rete, cioè in organizzazioni private create per fini di lucro e non certo per produrre democrazia) e della stessa società.

(…) Alienazioni. Che vanno a determinare e a comporre una grande alienazione – richiamando La grande trasformazione di Karl Polanyi. E nichilismo, cioè il non-essere, il portare a niente le cose e i grandi valori (Nietzsche) lasciando che a prevalere sia unicamente il grande valore/volere del nichilismo – strutturale e funzionale al sistema, nonché essenza e tendenza del tecno-capitalismo stesso.

Perché il tecno-capitalismo ha in sé e per sé un telos fortissimo; è nichilisticamente teleologico e deterministico e insieme appunto teologico. Confuso con la sua volontà di potenza (tutta diversa da quella immaginata da Nietzsche), con il proprio incessante accrescimento in divenire e in (volontà di) potenza. Che aumenta [divide et impera] quanto più produce distruzione, scomposizione, de-socializzazione, alienazione, estraniazione, reificazione; e quella particolare alienazione che si chiama identificazione di ciascuno con l’apparato (il tecno-capitalismo), che produce organizzazione, che governamentalizza la vita intera, che è potere pastorale, offrendo significati di vita, emozioni [ancora, il feticismo per la tecnica] e oggi pathos. (…).

La biopolitica disciplinante Il sistema diviene pre-potenza oggi non più attraverso il logos della razionalità calcolante e strumentale [come nel ‘900], ma attivando, per il potenziamento sempre di questo logos, il pathos dinamico e dinamizzante (nuova e più intensa modalità della vecchia mobilitazione totale secondo Ernst Jünger) che il tecno-capitalismo [e non solo il capitalismo] produce e riproduce mediante ciò che avevamo chiamato il «grande videogioco, tra reale e virtuale della guerra di tutti contro tutti».

Una «razionalità scientifica che produce la tecnica come sistema» ma che oggi non è più «una pre-potenza tranquilla che non ha bisogno di gesti violenti perché la sua potenza verrebbe prima del suo effettivo esercizio» (Galimberti); che non risiede solo «nella sua potenza di razionalizzare qualcosa, o qualche ambito che poi diventa dominante fino ad estendersi anche agli altri ambiti della vita, come ad esempio l’ambito economico nel marxismo», creando cioè l’ethos dell’uomo e il suo a priori ontologico.

Ma è una pre-potenza dinamica/dinamizzante e distruttiva che – se pure riafferma l’a priori tecnologico dominante – deve produrre dinamizzazione e mobilitazione e squilibrio pulsionale, deve continuamente rilegittimarsi con la potenza e con la violenza del pathos dell’innovazione per l’innovazione e con la potenza e la violenza della concorrenza di mercato e del neoliberalismo.

Senza più progettualità umana, ma dando a ciascuno il pathos (che diviene l’ethos) e il senso (illusorio, falso, ma potente) di partecipare a una grande innovazione non solo tecnica ma a un progetto anche politico e sociale grazie alla tecnica e alla rete: riunendo l’illimitatezza della volontà di potenza con la comunione di ciascuno con il Tutto/tecnica, rivisitando il sentimento oceanico di cui scriveva Romain Rolland a Freud, che a sua volta lo riconduceva al sentimento infantile di onnipotenza e che oggi l’apparato tecnico offre come grembo materno [i social, le community] a chiunque si identifichi e si adatti ad esso (Galimberti).

L’uomo dovendo diventare, come scrive Letizia Oddo richiamando Anders, «macchina per le macchine», elemento «da far connettere sempre e comunque e da ibridare e da inserire in modo crescente in programmi informatici/algoritmi predefiniti». (…). Effetto di una biopolitica del pathos e della volontà di potenza del sistema – una biopolitica disciplinante, se il concetto non sembrasse, ma non lo è, una contraddizione in termini (e d’altra parte lo stesso Foucault aveva distinto tra discipline chiuse, come in fabbrica e nel carcere; e discipline aperte, come la pubblicità e i media) – prodotta per l’accrescimento di tecnica ed economia.

Per la produzione, soprattutto, di delega alla tecnica. E quindi: di una nuova servitù volontaria da parte dell’uomo su se stesso (la forma appunto più totale e nichilistica di alienazione, portando ciascuno a identificarsi/auto-alienarsi con ciò che lo aliena). Confermando la tesi di Étienne de La Boétie per cui l’auto-assoggettamento non è l’esito di una causa esterna, ma l’uomo si fa suddito e si sottomette (delegando) spontaneamente e attivamente, auto-ingannandosi (fino ad auto-distruggersi, appunto, come soggetto) sulla natura e sulle cause di questa servitù volontaria – e «ciò che cominciò come sottomissione ad opera della forza, presto divenne servitù volontaria, collaborazione nel perpetuare una società che aveva reso la servitù sempre più remunerativa e accettabile», come scriveva Herbert Marcuse in Eros e civiltà; (…) dovendosi sempre replicare il principio per cui in tutti i campi della vita sociale si deve essere divisi tra dirigenti e diretti e «l’essenza della funzione dirigente sta nell’iniziativa (…) nella capacità di decidere su ciò che deve essere fatto e di imporre tale decisione, rispetto alla quale l’essenza dell’esser diretti sta in un comportamento ricettivo ed esecutivo» (Schumpeter).

(…) Perché più cresce l’individualizzazione del lavoro – [oggi via Fabbrica-rete, nel nuovo fordismo individualizzato e nella nuova divisione virtuale del lavoro] e l’incertezza della vita e la sua rischiosità, nonché la frammentazione anche del sovrano politico (del demos) – e più il sistema necessita di connessione di tutti con sé come apparato/algoritmo, per sé come nuovo sovrano senza stato il cui potere non può e non deve essere controllato/limitato perché già ritenuto razionale e matematico.

E se ciò può apparire paradossale, in realtà è l’essenza propria e specifica di ogni sistema organizzativo, industriale o post-industriale, reale o virtuale che sia [ancora il suo doppio movimento]: suddividere [il lavoro, la vita, un individuo sempre più divisum, la realtà, il tempo] per poi integrare, uniformare e insieme motivare e soprattutto far identificare ciascuno con l’organizzazione in cui entra e alla quale deve delegare tutto se stesso, illudendosi di essere co-decisore. (…)

Attivando appunto quel pathos che è fattore oggi cruciale per l’organizzazione spontanea e libera della società in rete – in realtà ‘pianificata e pianificante in senso tecno-capitalista’, in quanto il neoliberalismo, con la tecnica è ideologia non di libertà ma di pianificazione [e di amministrazione – secondo la Scuola di Francoforte] della società e della vita – e più e peggio delle ideologie del ’900 – in senso tecnico e capitalistico.

 Calibano vs Prospero (…) E allora, non di prima, seconda, terza e oggi quarta rivoluzione industriale bisogna ragionare – la rivoluzione industriale è unica, sempre replicandosi il suo doppio movimento – ma di fasi successive/accrescitive del tecno-capitalismo (analogamente per la modernità: la post-modernità essendo una finzione retorica, un mascheramento della realtà tecno-capitalista e della sua infinita modernità). Ieri (prima fase), il tecno-capitalismo si era basato essenzialmente sulla produzione (le prime manifatture, ma soprattutto il fordismo e il taylorismo – la sua fase disciplinare, per creare l’uomo nuovo di cui necessitava e la cui identità era appunto legata al produrre).

Esso ha poi spostato (seconda fase) il suo baricentro e la potenza della sua volontà di potenza al consumo di massa e poi al consumismo (secondo la tesi di David Riesman ne La folla solitaria del 1959, poi ripresa, tra gli altri da Zygmunt Bauman, nel 2008). Infine, oggi esso si ri-costituisce come potenza del mondo e come volontà di potenza sul mondo (terza fase della biopolitica/società amministrata tecno-capitalista), nel passaggio alla socializzazione di ruolo di ciascuno non solo nella competizione neoliberale ma nell’innovazione tecnica, a prescindere.

Simile a Calibano – riprendendo un Lewis Mumford degli anni ’50 – «questo bruto strisciante, questa sciocca creatura incapace di esprimersi in un linguaggio articolato, questo animale ringhioso, come Shakespeare lo descrive nella Tempesta».

Che le società precedenti – essendo Calibano la rappresentazione delle facoltà inferiori dell’uomo – avevano cercato di domare facendolo prigioniero e gettandolo in carcere, ma che le società contemporanee hanno invece liberato, perché utile alla volontà di potenza del tecno-capitalismo.

E ora Calibano «si rifiuta di riconoscere qualsiasi potere superiore al suo: in realtà, superiore e inferiore sono termini senza significato per lui, come pure buono e cattivo, creatore e distruttore; ma nella misura in cui il suo comportamento presuppone una differenza, egli sta dalla parte del distruttore.

Di conseguenza, il problema della nostra epoca (…) è di riportare ancora una volta Calibano sotto il controllo di Prospero», che è, invece, l’incarnazione delle facoltà superiori dell’uomo. Sua è l’intelligenza che sa prevedere e distinguere, vigilando contro i ciechi istinti e l’automatismo assurdo. (…)

 Che fare? (…) Ma allora, come ridare un senso a questo io diviso e diviso perché deve essere diviso per il funzionamento dell’apparato? Forse, se possibile, ritrovando la cura di sé come scopo autentico della vita umana, come insegnava Socrate. Qualcosa – e Lukács scriveva che «il divenire uomo dell’uomo può essere soltanto opera sua, e però opera sua sociale» – che si costruisce non isolandosi dal mondo né volendolo dominare (violandolo, violentandolo) con la propria volontà di potenza egoistica ed egotistica, ma condividendo(lo) e soprattutto ponendo(si) domande, educando(si) alla conoscenza di sé e degli altri e dell’ambiente e alla cura della propria anima come della natura, così come dei modi di stare insieme con gli altri e di rispettare responsabilmente la terra e le generazioni future. Sapendo che il trovare e il trovarsi è sempre incerto e fragile e forse controproducente, ma che importante è cercare domandando(si). (…)

Difficile, certo, se questa è una società che vuole l’uomo unidimensionale e omologato a una falsa libertà, isolato dagli altri però sempre connesso a ciò a cui ha delegato tutto se stesso (in rete, come nei movimenti populisti), egoista ma in un social, e tutti ben ripiegati narcisisticamente (…) su se stessi (…).

(…) Difficile, ma possibile (…). Sarebbe (è) necessaria una nuova laicità (e un laicismo) contro l’integralismo e il determinismo alienante della religione tecno-capitalista e che permetta di liberarci dall’integralismo tecno-capitalista (e «La Tecnica è l’ultimo Dio; Dio è il primo Tecnico» – secondo Emanuele Severino); o di separare i due mondi o di allargare quanto più è possibile la differenza tra società e capitalismo, secondo Claudio Napoleoni, ma soprattutto tra società e tecnica come apparato. (…)

O richiamando ancora Georg Simmel, che un secolo fa scriveva, ne La filosofia del denaro: «Non ci si lasci ingannare dall’enorme quantità di intelligenza che ha permesso di creare i fondamenti teorici della tecnica e che sembra realizzare il sogno di Platone di fare della scienza la dominatrice della vita. I fili, ai quali la tecnica aggancia le forze e gli elementi della natura della nostra vita, sono invece altrettante catene che ci legano e che ci rendono indispensabili un’infinità di cose di cui si potrebbe, anzi si dovrebbe fare a meno in vista del fine essenziale della vita».

Ormai, «la macchina, che dovrebbe liberare l’uomo dal lavoro servile, lo ha abbassato al livello di schiavo della macchina». E commentava: «ora al posto delle vecchie lampade ad olio abbiamo la luce elettrica, ma l’euforia per i progressi dell’illuminazione fa dimenticare che l’essenziale non è l’illuminazione, ma ciò che questa ci permette di vedere meglio»; così come l’ebbrezza per il telefono fa dimenticare che ciò che conta è il valore di ciò che si comunica e che la velocità o la lentezza del mezzo di comunicazione è assai spesso una questione secondaria, che ha potuto ottenere il rango che ora detiene solo con un atto di usurpazione.

(…) Ed è dalla grande alienazione che occorre dunque uscire, come dal tecno-capitalismo che la produce. Insorgendo. O producendo uno scarto: quella figura di esplorazione che fa emergere un altro possibile, secondo François Jullien, producendo non un ordine ma un disordine e facendo appunto uscire dalla norma e dall’ordinario – nel caso specifico, dalla normalità/normalizzazione distruttrice e irresponsabile del tecno-capitalismo – perché lo scarto genera una prospezione: scruta, sonda fino a che punto sia possibile aprire nuove strade, perché è una figura avventurosa e dinamica (ma, ovviamente, di un dinamismo umano e culturale, non tecnico o capitalistico).

O facendo resistenza. E il resistente – ha scritto J.M. Esquirol – «non ambisce a dominare o a colonizzare, né desidera il potere; vuole anzitutto non perdere se stesso ma anche servire gli altri» e quindi resistenza e progetto (inteso come costruzione e libertà) non sono in opposizione, perché «hanno in comune l’affermazione del soggetto e l’idea di responsabilità»; e la «resistenza è condizione necessaria alla possibilità di un progetto, oltre che della speranza», perché «la memoria e l’immaginazione», intese come «fervore delle idee, oltre al sogno, sono fondamentali per il cambiamento e la vita».

E per resistere e insorgere occorre recuperare in primo luogo il senso, la funzione, la bellezza delle parole; facendo sì che le parole e quindi il discorso, il pensare, il cercare, il sognare e l’immaginare (nello spazio privato e nello spazio pubblico – da recuperare e da rifondare) tornino a essere libertà, possibilità e capacità umane e quindi la via per entrare realmente in contatto – creando dialogo (ancora Jullien) – con se stessi e con quel Noi (gli altri, la biosfera, le generazioni future, le diversità culturali) senza il quale l’individuo è e resta appunto niente, producendo niente. Perché «comunicare non è solo rispondere a una mail o condividere un selfie, ma condividere se stessi con gli altri, trasformando la parola in un gesto di cura» (Borgna).

Ma prima della cura – a sua premessa o diventando esso stesso la cura – serve un pensiero eretico e dissidente.

*Sociologo dell’economia e della tecnica, docente all’Università degli Studi dell’Insubria e collaboratore anche di micromega online

 

 

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