Ricreare il mondo [di Félix Guattari]

Guattari

Effimera.org. Nel settembre del 2017 una ventina di persone si sono ritrovate nel podere di Testalepre, nel Chianti fiorentino, per discutere di Guattari. Da questo ritrovo è nato il primo numero dei Quaderni di Testalepre, un quaderno autoprodotto curato da Andrea Ghelfi. Il quaderno contiene due testi di Fèlix Guattari (il testo che trovate qui sotto è una porzione di uno di questi scritti) e gli interventi di Ubaldo Fadini, Tiziana Villani, Marco Checchi, Andrea Ghelfi, Emanuele Leonardi, Alessio Kouliolis, Claudio Kulesko e Francesco Demitry. Le copie del quaderno possono essere richieste presso info@testalepre.farm. Traduzione di Raffaele Nencini.

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Da bambino, ero, se posso dire, come un po’ a brandelli, un po’ un caso limite, per la verità. E ho passato diversi anni a cercare di ricomporre i vari cocci. Solo che, mentre ero lì, quello che facevo per rimettere insieme le cose era di approcciare punti di realtà sempre differenti.

Vivevo come in una sorta di mondo dei sogni la relazione con la mia famiglia – espressione certo non terribile della piccola borghesia, ma pur sempre piccola borghesia… – ed era lo stesso con gli studi, che furono molto solitari, e con tutto il resto, tranne un contatto con una gang giovanile, che fu subito repressa dall’autorità. E poi mi sono interessato alla poesia, alla filosofia, mi sono impegnato nelle attività sociali e politiche. Ho cambiato spesso stile, preoccupazioni, personaggio. Al punto che in famiglia ero chiamato Pierre e nei miei altri mondi ero conosciuto come Félix.

Ho finito – ho finito è decisamente troppo –, ho cominciato a riconnettere i vari pezzi solamente intorno alla quarantina, grazie a un lavoro condotto insieme a un amico che ha avuto la capacità di assumersi tutte le mie dimensioni.

Per quanto mi possa ricordare, ho sempre avuto la preoccupazione di articolare questi differenti livelli di fascinazione: filosofia della scienza, logica, biologia, primi lavori cibernetici, militanza. Con, per soprammercato, anche un’altra dimensione che mi saltava letteralmente alla gola: delle orribili crisi di angoscia, un sentimento di perdita esistenziale irrimediabile.

E poi ho avuto dei colpi di fortuna, ho fatto degli incontri felici. Quello con Jean Oury, che mi ha consentito di fissarmi su un luogo di lavoro e di vita, la clinica di La Borde, esperienza innovativa, tra la psichiatria e la psicanalisi. Quello con Lacan, che, nei primi anni della nostra conoscenza, ha avuto nei miei confronti un rapporto di attenzione perfino amicale. Fino a quando tutto ciò si è guastato, in particolare con l’irruzione di quel personaggio che preferisco non qualificare, Jacques-Alain Miller, e del suo gruppo della rue d’Ulm, i quali hanno stabilito una sorta di simbiosi mostruosa tra maoismo e lacanismo.

Ho insomma avuto molta fortuna, che mi ha risparmiato il rischio di finire su dei binari morti. La nevrosi, in primo luogo, o la psicosi forse. La professionalizzazione psicologica, da cui tante persone intelligenti non si sono mai riprese. E poi la via militante. Infine, e questo potrebbe suonare strano, la banlieu: questo universo della mia infanzia, che adoro, ma che spesso però è culturalmente un binario morto.

E questo è il primo livello descrittivo. L’altro, è il risultato di una scelta. Un’intera concezione della cultura, e non solamente della cultura borghese, implica di assumere una sorta di castrazione nei confronti dei sogni più folli dell’infanzia e dell’adolescenza, e di accettare a che ci si debba limitare a un solo campo di competenze, per poterle sviluppare al massimo. Capisco tutto ciò molto bene; ma non fa per me. Al punto che sono arrivato a definirmi come lo specialista, con un termine che ho personalmente forgiato, della trasversalità, ovvero di elementi inconsci che animano segretamente delle specializzazioni talvolta molto eterogenee.

Per esempio, in questa fase, passo molto tempo assieme a degli ecologisti, degli alternativi, alcuni membri del PSU, dei vecchi maoisti e non so chi altro, per tentare di costituire un gruppo in vista delle elezioni del 1986. E poi continuo i miei lavori di schizo-analisi. Nel frattempo, viaggio anche molto.

Un tipo dalla costituzione normale non resisterebbe a questa specie di impresa di disorganizzazione sistematica. Tuttavia, io la rivendico. Per me, non per gli altri! Poiché non posso convalidare un’idea – qualcosa di più di un’idea, ciò che chiamo una macchina concreta – se non alla condizione che essa possa attraversare dei differenti ordini. Le mie idee sulla psicoanalisi non mi interessano se non mi servono a comprendere tutto il putridume ma in ogni tipo di relazione di potere che incontriamo, non soltanto nella vita personale ma anche nelle istituzioni e nei gruppuscoli, e voglio dire proprio in ogni relazione di potere!

E, al contrario, reputo che, se non si sia capaci di comprendere le difficoltà di una persona alla luce dei suoi investimenti sociali e della soggettività collettiva alla quale partecipa, niente di ciò può funzionare. In altre parole, il mio problema è di estrarre alcuni elementi da un ambito per trasferirli in altri campi di applicazione. Con il rischio, ben inteso, che l’operazione fallisca nove volte su dieci, che si risolva in un fallimento teoretico. Può sembrare una cosa da poco, ma i transfert concettuali dalla filosofia alla psicoanalisi non sono affatto scontati.

Senza farne una ricetta, è un po’ a partire dal mio personale modo di funzionamento che ho cercato di piegare la mia pratica analitica. Per me, l’interpretazione non è la manipolazione di una chiave di significato che dovrebbe risolvere non so bene quale “matema” dell’inconscio. È in primo luogo lo sforzo di capire i sistemi di riferimento della persona che si ha davanti a sé, con il suo problema familiare, coniugale, professionale o estetico, cambia poco! Dico lo sforzo, perché questi sistemi sono davanti a noi, ma non sono ordinati in un modo preciso.

Mancano loro quelle articolazioni funzionali che chiamo “componenti di passaggio”, che consentono ad altre coordinate di esistenza di emergere repentinamente e che permettono di trovare una via d’uscita. I lapsus, gli atti mancati, i sintomi sono come uccelli che battono il becco sulla finestra. Non si tratta di “interpretarli”, ma di individuare la loro traiettoria per vedere se possono servire da indicatori di nuovi universi di riferimento suscettibili di acquisire una consistenza sufficiente per cambiare di senso una situazione.

Prendo un esempio personale. Considero la poesia come una delle componenti più importanti dell’esistenza umana, non tanto come valore quanto come elemento funzionale. Si dovrebbe prescrivere la poesia come si prescrivono le vitamine: “stai attento, vecchio mio, alla tua età, se non assumi un po’ di poesia, puoi risentirne…”.  Eppure, nonostante la poesia sia così importante per me, mi succede raramente di leggere o di scrivere dei versi. Il punto non è che non ho occasioni per farlo ma che queste mi sfuggono e poi mi dico: è andata. Stessa cosa per la musica: è altrettanto fondamentale, ma può capitare persino che per intere settimane mi dimentichi della sua esistenza.

In qualche modo, è in funzione di ciò che conduco le mie strategie. Come fare, in quel contesto, con questo tizio, o quel gruppo, affinché le varie persone abbiano un rapporto creativo con la situazione in questione, come un musicista lo ha con la sua musica. Una cura è come costruire un’opera d’arte, tranne che andrebbe reinventata ogni volta la forma d’arte. Conviene che torni un po’ indietro.

La mia analisi con Lacan è durata circa sette anni, e dal momento che sono diventato analista, membro della École freudienne, nel 1969, ho scoperto un po’ alla volta l’altra faccia del mito analitico. Mi sono ritrovato con una trentina di pazienti alle calcagna e devo confessare che ne conservo il ricordo di un incubo. Questo gruppetto di persone, con le sue sollecitazioni permanenti, i suoi problemi legati a drammi davanti ai quali mi cadevano le braccia.

E poi, i problemi di denaro, le vacanze, i colli di bottiglia degli incontri… ogni volta che non mi pronunciavo su qualche cosa, questo significava per certo che ne sapessi molto! Che roba! In cosa mi ero andato a cacciare? Il guru, suo malgrado, un soggetto da operetta. Avevo voglia di urlare: “ma lasciatemi in pace!” Un giorno li lasciai perdere tutti e me ne andai per un anno.

E poi mi sono detto: “non è scrivendo libri in cui critico la psicoanalisi che si risolvono i problemi delle persone”. Eppure, vale comunque la pena di salvaguardare una pratica analitica, di rifondarla anzi. Allora ho ricominciato tutto da capo per arrivare alla mia attuale posizione, molto più morbida, connotata da maggiore libertà, da una sorta di grazia.

Oggi, quando qualcuno comincia una analisi con me, io gli spiego che la cosa più importante è che l’analisi funzioni. La regola, per le due parti, è che possa essere interrotta in ogni momento. Ciascun incontro rimette in questione il successivo. Io rifiuto totalmente il sistema del guru condannato al successo di prodezze terapeutiche. Ciò che mi interessa è il concatenamento collettivo di semiotizzazione ed è in questo senso che posso dire che l’analisi funziona, perché se non funziona più, questo si blocca immediatamente.

E in tutto ciò l’angoscia, l’angoscia che ha totalmente pesato sugli anni della mia giovinezza? Ebbene, mi rendo conto ora che la domino poco alla volta come gli altri politici, facendo uso e abuso di tecniche di infantilizzazione, spesso anche più puerili di quelle dei bambini. Gli adulti sono talmente presi dai loro affari che man mano che si avvicinano alla morte non la vedono più arrivare. Mentre i bambini, che non sono protetti da tutti questi sistemi difensivi, spesso sono estremamente lucidi nei suoi confronti.

Certe volte ho questa immagine: mi vedo mentre sto camminando su una tavola, sopra a un profondissimo abisso; allora mi dico: ma cosa succede? Che significa questa cosa? Come è possibile che continui ancora?

Chi tra di noi non si è scontrato con tale evidenza? Ma allo stesso tempo siamo ghermiti, proiettati all’interno di dispositivi di comportamento telecomandati, presi dalle urgenze, le poste in gioco, il gioco. Come alla roulette o al poker: anche se stremati, si continua a stare attaccati al gioco con una vitalità sorprendente.

Gli uomini politici, è il loro infantilismo, l’atteggiamento puerile che li mantiene in vita e che sostiene il loro stupido rapporto con la vita. Ed è un rapporto che non dovrebbe fermarsi.  Le vacanze, una crisi amorosa, un mal di denti: qualsiasi interruzione potrebbe essere pericolosa.

È chiaro che siamo tutti in bilico su questo stesso abisso, anche se disponiamo di diversi mezzi per rifiutarci di vederlo. Siamo tutti in balìa di questo stupore che colpisce alla gola e che letteralmente soffoca. Siamo tutti allora simili a Swann, mezzo impazzito dopo la sua separazione da Odette, e che fuggiva come la peste ogni parola suscettibile di evocare, anche indirettamente, la sua esistenza.

Ed è il motivo per cui ciascuno resta aggrappato alle sue impalcature semiotiche; per poter continuare a camminare per strada, ad alzarsi la mattina, a fare ciò che ci si aspetta da lui. Se tutto ciò si arresta, viene voglia di spaccarsi la testa contro il muro. Non è affatto evidente che si abbia il gusto di vivere, di impegnarsi, di dimenticarsi di sé.

C’è una potenza straordinaria nella domanda “a che scopo?” ed è più forte della sentenza di Luigi XV, “dopo di me il diluvio”. Davvero vale la pena di continuare tutto ciò, di riprendere l’eredità delle generazioni precedenti, fare figli, dedicarsi alla scienza, alla letteratura, all’arte? Perché piuttosto non dovremmo lasciarci morire, mollare tutto?

È un problema! Siamo sempre al limite del crollo! La risposta, naturalmente, è allo stesso tempo personale e collettiva. Nella vita, non ci si può aggrappare a niente, se non alla velocità che si è raggiunta. La soggettività ha bisogno di movimenti, di vettori direzionali, di ritmi, di ritournelles, che scandiscano il tempo per metterla alla prova.

I fattori più individuali, più personali, devono confrontarsi con le dimensioni sociali e collettive. È piuttosto stupido immaginarsi una psicogenesi indipendente dalle determinazioni contestuali e tuttavia è ciò che gli psicologi e gli psicoanalisti fanno.

Ecco un piccolo aneddoto. Il tipo che mi ha rimesso in piedi, quando avevo vent’anni ed ero abbastanza perso, è Oury. Gli avevo parlato a lungo, a più riprese, delle mie crisi di angoscia, senza apparentemente sortire effetti su di lui. Fino a quando non mi diede questa risposta in pieno stile zen: “questa cosa ti succede la sera a letto, prima di addormentarti? Da quale parte dormi? A destra? Benissimo, non devi fare altro che voltarti dalla parte opposta”.

Ed è questa, a volte, l’analisi corretta: è sufficiente voltarsi. Bisognerebbe ritrovare l’umiltà della chiesa dei primi tempi e dirsi: “nel peggiore dei casi, non funziona. Inch’Allah”. È molto elementare! Certo, non si può dire in qualsiasi modo. Bisogna avere a portata di mano le giuste strumentazioni semiotiche, proprio questi piccoli indici che smuovono i significati, che danno loro una portata a-significante e che permettono, per di più, che tutto ciò avvenga con ironia, generando una certa sorpresa. Il tizio drogato, con un revolver in mano, a cui tu domandi: “avresti del fuoco?”.

Ed è allora che l’istante si fonde con il mondo. È in questo registro che si potrebbe reperire la categoria poetica di performance, la musica di John Cage, le rotture zen, poco importa come la si chiami. Ma non si tratta mai di acquisizioni definitive. Bisogna imparare a destreggiarsi. Mettersi alla prova. Si acquisisce un discreto dominio in certe situazioni, non in altre, e poi la cosa cambia con l’età.

Una delle maggiori sciocchezze del mito psicoanalitico è di pensare che dopo aver passato dieci anni sul lettino si sia più forti degli altri. Niente affatto! L’analisi dovrebbe semplicemente darti un «plus» di virtuosismo, come un pianista, per affrontare alcune difficoltà. Cioè più disponibilità, più ironia, più apertura, per passare da una gamma di riferimento all’altra…

Insomma, io direi, per continuare a vivere bisogna circolare in orbite di supporto. Di Shakespeare non sappiamo nulla, ma è evidente che avesse un ambiente “di supporto”: andiamo, ora o mai più, tra poco è il momento del tuo prossimo ultimo atto. Sei depresso? Fregatene, stanno aspettando…

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