“L’etnologo e il popolo di questo mondo” di Riccardo Ciavolella [di Andreas Iacarella]

De-martino

https://www.pandorarivista.it/ Riccardo Ciavolella, L’etnologo e il popolo di questo mondo. Ernesto de Martino e la Resistenza in Romagna (1943-1945), Meltemi, Milano 2018, pp. 244, 22 euro.

Il periodo resistenziale ha da sempre rappresentato una sorta di buco nero nella biografia personale e intellettuale di Ernesto de Martino. Le ricostruzioni più accurate fino ad ora disponibili[1] non sembravano in grado di dissolvere la persistente indeterminatezza che avvolgeva quel torno di anni. All’origine di questa difficoltà va senza dubbio riconosciuta la reticenza dello stesso antropologo[2], ma, nonostante questi silenzi, a molti studiosi è sembrato possibile individuare in quel momento un passaggio chiave della maturazione demartiniana.

Questa impressione era d’altronde confortata dalla dedica posta dall’etnologo in apertura del suo capolavoro del 1948, Il mondo magico: «Alla mia Anna che ha salvato il manoscritto di questo lavoro dalle rovine di Cotignola. Fronte del Senio, novembre 1944 – aprile 1945». Al di là delle incertezze che ancora sussistono sul preciso momento della composizione materiale dell’opera, è indubbia la volontà dell’antropologo di riconnettere la sua poderosa elaborazione teorica a quel duro momento esistenziale.

In questo panorama complesso si colloca la ricerca di Riccardo Ciavolella, elaborata contemporaneamente in un romanzo[3] e nel saggio L’etnologo e il popolo di questo mondo[4]. I meriti di quest’opera sono notevoli: l’autore ha innanzitutto pazientemente rintracciato e intrecciato numerose fonti, in parte sconosciute, grazie alle quali è stato possibile ricostruire con più esattezza la biografia demartiniana[5]. Ma è nella metodologia, come accenneremo, che si può individuare la novità più interessante della ricerca di Ciavolella, che è in parte un saggio di storia intellettuale e in parte una vera antropologia dell’uomo, del pensatore, del politico de Martino nel suo incontro con la storia.

Le vicende ricostruite nel testo mostrano il giovane “Professore”, come divenne noto nell’ambiente resistenziale romagnolo, alle prese con gli sconvolgimenti del conflitto mondiale. Nell’estate del 1943, de Martino aveva raggiunto a Cotignola la moglie, Anna Macchioro, e le figlie, sfollate per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche. La speranza di aver trovato in Romagna un rifugio sicuro sarebbe ben presto stata spazzata via dall’avanzata della storia.

Il dispiegarsi delle forze alleate lungo la linea Gotica e l’infuriare della lotta di liberazione avrebbero costretto l’antropologo all’azione. Qui si colloca uno dei punti che erano sempre parsi problematici, ovvero la reale dimensione dell’impegno di de Martino nella Resistenza al nazifascismo. Ciavolella evidenzia come su questo aspetto sussistano pochi dubbi: sebbene il futuro etnologo non fu mai un partigiano combattente, fu attivissimo sul piano della lotta culturale, nel tentativo di disegnarsi un ruolo di riferimento intellettuale.

Inoltre, contribuì «alla ripresa di una vita politica antifascista locale» e offrì «la sua complicità, il suo sostegno logistico e materiale […] per proteggere perseguitati politici e partigiani» (p. 51). L’autore restituisce così un profilo realistico al “Professore”, che troppo spesso nelle testimonianze aveva oscillato tra un’immagine eroica di sapore agiografico e una eccessivamente svilente.

Per ricostruire l’originalità dell’apporto intellettuale e politico di de Martino nel periodo della Resistenza, il discorso di Ciavolella deve inevitabilmente prendere le mosse da quelle che sono le tappe precedenti dell’itinerario demartiniano: dall’iniziale adesione al fascismo, spinto dal mito di una «religione civile»[6]; all’approdo a Villa Laterza a Bari e al circolo liberale crociano, dal quale maturerà poi un primo distacco nel senso del liberalsocialismo e dell’adesione al Partito d’Azione[7].

Una volta in Romagna, l’incontro con personaggi quali Giusto Tolloy lo avrebbe condotto ad essere uno dei cofondatori del Partito italiano del lavoro, in seno al quale, con toni mazziniani e con un progressivo avvicinamento al socialismo, avrebbe portato avanti il discorso di una rifondazione morale e culturale della società, nella quale un ruolo preminente spettava agli intellettuali. Il minuscolo partito sarebbe poi confluito nel CLN e, a liberazione avvenuta, nel PSIUP.

Qui l’indagine di Ciavolella mostra la sua complessità: all’iniziale ricostruzione della cronologia e delle vicende personali dell’antropologo, fa seguito l’analisi del complesso significato che de Martino attribuiva alla lotta culturale in ambito resistenziale e poi un’originale lettura dell’intreccio che si può rinvenire tra discorso scientifico, politico ed esistenziale nella sua produzione di quegli anni.

Partiamo dal primo aspetto. L’impegno politico è sempre stato un punto centrale della biografia demartiniana, lo resterà anche negli anni Cinquanta, nel complesso rapporto dell’antropologo con il PCI[8]. Già nel 1941, nella sua prima opera rilevante, Naturalismo e storicismo nell’etnologia, lo studioso napoletano scriveva: «la nostra civiltà è in crisi: un mondo accenna ad andare in pezzi, un altro si annunzia. […] Ciascuno deve scegliere il proprio posto di combattimento, e assumere le proprie responsabilità. […] Potrà essere lecito agir male: non operare non è lecito»[9].

Questa propensione all’impegno, connaturata nell’uomo de Martino, troverà uno sviluppo del tutto particolare nel periodo della Resistenza. Il ruolo degli intellettuali nella rifondazione della cultura e della società sarà uno dei nodi centrali della sua riflessione di questo periodo. E nello svolgimento di questi temi, si troverà a confrontarsi con problematiche di ampio respiro: come far convergere l’azione popolare con la riflessione intellettuale e, conseguentemente, come assumere un ruolo di guida nel prossimo futuro nazionale, fino al problema della “cultura popolare”.

In quest’ottica va letta la fondazione, nell’agosto del 1944, insieme al cognato, Aurelio Macchioro, e a Marco de Simone, del Fronte Democratico della Cultura. Una struttura che aveva l’ambizione di promuovere una «nuova cultura non più aristocratica o specializzata, ma aderente ai bisogni storici della società nel suo complesso» (p. 141).

Qui il saggio si Ciavolella si distacca dalla stretta biografia demartiniana, per farci immergere in quello che era un dibattito sentito da più parti nella Resistenza italiana: l’esigenza di una nuova «connessione tra intellettuali e popolo» e la scoperta del «significato politico della cultura popolare come segno di assunzione di soggettività storica da parte delle masse» (p. 153) saranno temi di respiro nazionale che dovranno attendere la pubblicazione degli scritti gramsciani per trovare un primo momento risolutivo.

In ciò si mostra con chiarezza la portata della ricerca dell’autore, che lungi dall’essere una semplice integrazione di dati nella biografia demartiniana, si pone a tutti gli effetti come attenta ricostruzione di un momento culturale e politico della nostra storia recente, visto attraverso gli occhi di uno degli intellettuali più eclettici e acuti del Novecento europeo.

Veniamo ora al secondo aspetto cui accennavamo poco sopra: Ciavolella evidenzia come sia possibile rintracciare una stretta interconnessione tra il vissuto, la progettualità politica e la riflessione scientifica di de Martino in questo periodo. Politicamente, prendendo le mosse da un populismo che mirava al rinnovamento morale del Paese, in questi mesi de Martino approfondirà il suo ripensamento del liberalsocialismo e la sua conoscenza del marxismo, arrivando a quella che sarà la sua proposta teorica, esplicitata nel testo del 1943 La religione della libertà[10].

Di fronte alla complessiva crisi dell’occidente, l’antropologo proponeva una “religione” laica che fosse fondata sul principio della libertà. Le basi di tale programma erano: l’affermazione che ogni realtà si esaurisce nel concreto del mondo storico, senza rimandi ultraterreni; il rifiuto di una morale che trae origine dal trascendente, in favore del dovere civile; un ripensamento della storia umana alieno da ogni finalismo; l’affermazione dei valori della democrazia e dello Stato. A ciò si accompagnava l’idea di una solidarietà umana senza distinzioni di sorta.

L’esperienza romagnola, evidenzia Ciavolella, lascerà dunque in de Martino diverse eredità: l’adesione alle «forze politiche del socialismo», l’apertura teorica verso il pensiero marxista, la ricerca di un «legame organico con il nuovo soggetto storico chiamato “popolo”» (p. 199), che sarà elaborato dall’etnologo nella direzione del “folklore progressivo”.

Credo sia utile tornare ora al titolo dell’opera, per comprenderne a fondo gli intenti. Ciavolella ha scritto, parlando retrospettivamente della sua ricerca, che essa ha il senso di «un’antropologia […] di un incontro: quello tra un antropologo e la storia»[11]. I suoi scritti, tanto il romanzo quanto il saggio, aiutano a ricomporre le atmosfere, le incertezze, le suggestioni del panorama nel quale si muoveva l’etnologo, fondendo inestricabilmente lo studioso, l’ideologo politico e l’uomo de Martino.

In questo senso l’autore fornisce un retroterra prezioso per poter condurre nuove ricerche su una figura tanto complessa quanto poco approfondita al di fuori del dibattito specialistico. Angelini ha scritto giustamente che il periodo resistenziale può essere considerato l’anno-zero di de Martino[12].

Se già in precedenza l’antropologo aveva cominciato ad elaborare quelli che saranno i temi centrali della sua vicenda intellettuale, qui, in un momento personalmente e storicamente sconvolgente, definirà il senso profondo della sua ricerca. Qui maturerà la sua visione della storia: non trascendenza, come voleva Croce[13], ma storia incarnata esaurentesi nella mondanità, una storia da conquistare e di cui essere artefici. Crisi della presenza ed ethos del trascendimento, i due concetti che in un certo senso aprono e chiudono la riflessione demartiniana, possono essere letti in questo modo come due poli opposti, negativo e positivo, di un dover essere nel mondo che resterà l’obiettivo teorico principale.

Forte è la tentazione di leggere in questo anno-zero, in cui de Martino fece i conti con la disumanità dell’uomo, se non l’origine, certo un momento decisivo della sua inesausta ricerca che lo condusse alle vette estreme de La fine del mondo, il suo capolavoro incompiuto pubblicato postumo. L’incontro con la storia portò l’etnologo a interrogarsi su come «trasformare il mondo per starci tutti da uomini»[14], al di là di ogni tentazione irrazionalistica e religiosa.

Non a caso nel dopoguerra il suo principale obiettivo polemico saranno quei pensatori, da Jung a Eliade, che egli bollerà come portatori di una «fobia della prima volta», di un terrore del nuovo che li condurrà a preconizzare come unica soluzione salvifica l’eterno ritorno dell’identico[15]. L’umanesimo integrale demartiniano, anche se complesso e irrisolto, attraverso il concetto di ethos del trascendimento[16] propone invece con forza l’idea di una prassi umana, di un agire umano, nei rapporti e nel mondo, come sforzo interamente mondano e trasformativo di superamento dell’esistente, della norma. Quello che qui traspare, come notava acutamente a suo tempo Pasquinelli, «è il tema dell’identità […], del farsi non solo della cultura ma anche dell’individuo»[17].

Al di là, forse, delle immediate intenzioni dell’autore, L’etnologo e il popolo di questo mondo è dunque un saggio importante anche perché fornisce strumenti preziosi per ricostruire l’anomalia rappresentata da de Martino nella cultura italiana: allievo e poi critico di Croce, lettore attento di Marx e Gramsci senza esserne “discepolo”, attivista appassionato ma mai mero uomo di partito, pensatore profondamente eclettico e causticamente critico. Forse in quell’incontro con la storia e con gli uomini che Ciavolella ha magistralmente ricostruito si può ritrovare un filo che aiuti a comprendere la bussola demartiniana: «conoscere per trasformare»[18].

Conoscere non un mondo, una cultura, in particolare, ma il mondo umano, in senso universale, cercando il coraggio di rinunciare ad ogni proiezione extramondana: Si dice che per fare bene il bene occorre credere in Dio. Ma siamo giunti a un punto che o faremo ugualmente il bene senza farlo per Dio, ma per gli uomini, oppure sarà sempre troppo tardi per tornare al vecchio Dio: e proprio per l’artificio e la insincerità di questo ritorno, continueremo in nome di Dio a fare del male agli uomini. Ma è venuta ormai l’ora di demistificare l’amore, riconoscendo che esso si genera dall’uomo ed è all’uomo destinato?[19]

[1] Tra le quali si segnalano, in particolare: C. Bermani, “Le date di una vita”, Il De Martino, n. 5-6 (1996), pp. 7-32; Id., “La guerra di liberazione”, Il De Martino, n. 5-6 (1996), pp. 54-60; G. Charuty, Ernesto de Martino. Le precedenti vite di un antropologo, FrancoAngeli, Milano 2010, pp. 257-272.

[2] Il testo più compiuto scritto da de Martino sull’argomento è un racconto fortemente autobiografico, pubblicato nel 1946 su Socialismo e di recente riproposto dalla rivista dell’Associazione internazionale de Martino: E. de Martino, “I trenta di Masiera. Diario della resistenza”, nostos, n. 4 (2019), pp. 105-115.

[3] R. Ciavolella, Non sarà mica la fine del mondo, Mimesis, Milano 2018.

[4] Parte dello studio era già stata anticipata in: R. Ciavolella, “L’intellettuale e il popolo dalla crisi morale al riscatto socialista. Ernesto De Martino in Romagna durante la guerra (1943-1945)”, nostos, n. 1 (2016), pp. 151-330.

[5] Generosamente, Ciavolella ha messo a disposizione degli studiosi sul suo sito personale un archivio digitale delle fonti rintracciate: Le fonti parlanti. Attorno a Ernesto de Martino in Romagna (1943-45).

[6] Sui momenti iniziali della riflessione demartiniana, vedi: E. Andri, Il giovane Ernesto De Martino. Storia di un dramma dimenticato, Transeuropa, Massa 2014.

[7] Sul quale, vedi: V. S. Severino, “Ernesto de Martino nel circolo crociano di Villa Laterza: 1937-1942. Contributo a una contestualizzazione politica de Il mondo magico”, La Cultura, n. 1 (2002), pp. 89-108.

[8] Per una panoramica, vedi: V. S. Severino, “Ernesto de Martino nel Pci degli anni Cinquanta tra religione e politica culturale”, Studi Storici, n. 2 (2003), pp. 527-553.

[9] E. de Martino (1941), Naturalismo e storicismo nell’etnologia, Argo, Lecce 1997, p. 57.

[10] Il testo, a lungo di difficile reperibilità, è ora disponibile su nostos: E. de Martino, “La religione della libertà”, nostos, n. 4 (2019), pp. 117-136.

[11] R. Ciavolella, “Trama della fonti, trama della storia. Rilanciare il dibattito su de Martino e la Resistenza tra studi demartiniani e antropologia storico-politica”, nostos, n. 4 (2019), pp. 61-104.

[12] P. Angelini, “L’anno-zero di de Martino”, nostos, n. 4 (2019), pp. 9-49.

[13] Sulla differente concezione della storia di Croce e de Martino, sono preziose le osservazioni in: M. Fagioli (1980), Bambino, donna e trasformazione dell’uomo, L’asino d’oro edizioni, Roma 2013, pp. 126-146.

[14] E. de Martino, “Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni”, Società, n. 3 (1953), p. 14 (estratto).

[15] Ivi, p. 17.

[16] Per il quale, vedi: E. de Martino (1977), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, Torino 2002, pp. 668-684.

[17] C. Pasquinelli, “Trascendenza ed ethos del lavoro. Note su La fine del mondo di Ernesto de Martino”, La ricerca folklorica, n. 9 (1984), p. 35.

[18] E. de Martino, “Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni”, cit., p. 30.

[19] Id., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, cit., p. 211. Segnalo che il passo è stato inspiegabilmente espunto dalla nuova edizione del 2019.

*Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

 

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