Quelle strade non celebrano la Sardegna [di Maria Antonietta Mongiu]

Ritratto_di_Carlo_Felice_di_Savoia

L’Unione Sarda 1 ottobre 2020. La città in pillole. Nel tempo che Ernesto De Martino, l’antropologo che ebbe cattedra a Cagliari e fu maestro di Giulio Angioni e di Placido Cherchi, avrebbe definito della “catastrofe vitale” prende corpo anche il fenomeno “black lives matter“ (le vite nere contano). A tutta prima campi distanti. Ma a ragionarci hanno tanto in comune a partire dalle traiettorie che prospettano.

Condividono intanto la relazione con la memoria, individuale e collettiva, e con le sue alterne vicende, specie in una contemporaneità che mette al centro dell’esistenza l’eterno presente e la continua rimozione di passato e futuro. Catastrofe è un termine usato spesso a sproposito. Significa capovolgimento di situazioni che si immaginano immutabili.

E’ l’imprevisto che coglie di sorpresa solo perché si è persa la memoria delle catastrofi precedenti che l’umanità ha vissuto e abbondantemente raccontato e che, sempre, a che fare con la morte che riguarda il destino di ognuno.

Un’irreparabilità che significa che niente sarà come prima e, contestualmente, che la via d’uscita consiste nell’oltrepassare quell’esperienza attraverso l’autocoscienza del limite.

Una vasta letteratura insegna che la memoria se condivisa e quindi nella dimensione di senso consente di superare ogni catastrofe, soggettiva e comunitaria. Semplificando, è l’opportunità di un radicale mutamento. Ma “il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere”, per scomodare ancora una volta Antonio Gramsci, il sardo che seppe farsi universale.

Ecco il nesso col “black lives matter” pratica iconoclasta contro i monumenti che celebrano il razzismo e una memoria divisiva.  Come allora gestire l’oltrepassamento presupposto nella “catastrofe vitale” se persino la memoria è territorio di divisione ideologica?

Per venire a noi è possibile avere un movimento “le vite e i luoghi sardi contano” senza scivolare nell’etnocentrismo ma recuperando qualche pratica di etnogenesi e prendendo atto dell’etnocidio consumatosi persino attraverso la toponomastica? A Cagliari e in ogni contrada sarda.

In città è stato occultato ogni riferimento alla funzione dei luoghi da quelli prettamente urbani a quelli delle ricuciture col suburbio. Per tacere della preminenza savoiarda e della irrilevanza della memoria condivisa dei sardi e delle sarde illustri.

I nomi dei luoghi non sono un fatto narcisistico o neutro ma a Cagliari da oltre due secoli si è ben lontani dal trascendere la catastrofe con l’uso della memoria come privilegiato luogo sociale, condiviso e pedagogico.

One Comment

  1. Mario Pudhu

    castedhu Cagliari ebbia!… Meglio celebrare sas funes de s’impicu! Bi ndh’at prus de unu chi las bendhet, sas funes, e in d-una ‘civiltade’ mercenària semus… on line, connessi (a su corru de sa furca, a cómporu).

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