Siamo tutti cittadini di Bitti [di Carlo Mannoni]

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Si chiama “tempo di ritorno”, una definizione tecnica tanto cara agli ingegneri idraulici che definisce le probabilità che un evento estremo in tema di alluvioni si ripeta nel tempo. Può essere di una decina d’anni, oppure di un centinaio se non addirittura millenario.

Si basa sulle osservazioni storiche della natura da parte dell’uomo, tratte dalle rilevazioni delle stazioni pluviometriche sparse sul territorio e annotate, sin dal 1917, nei registri del Servizio idrografico nazionale ora regionalizzato. Prima di tale data ci si era avvalsi delle osservazioni e dei registri degli stati preunitari o della memoria degli uomini salvata negli scritti o tramandata nel ricordo.

Col Piano di assetto idrogeologico (Pai), adottato nel dicembre 2004, approvato nel 2006 e successivamente aggiornato, il territorio regionale è stato studiato e mappato con l’indicazione delle aree a rischio alluvione suddivise in quattro classi di pericolosità idraulica, dal livello più basso a quello molto elevato, in tutto 51.000 ettari.

Laddove si debba intervenire su un’area a rischio meno elevato ma comunque pericolosa, è imposto lo studio idraulico basato sul “tempo di ritorno”. Quest’ultimo caratterizza il documento tecnico, il libretto delle istruzioni dal punto di vista idraulico di un territorio, dal quale dipende la suscettibilità di utilizzo ai fini urbanistici o infrastrutturali di quell’area a presidio della sicurezza delle persone che vi si sono insediate.

Per Bitti, dopo il ciclone Cleopatra del 2013, considerato un evento estremo sulla cui entità calibrare gli interventi a difesa del paese, la Regione ha appena bandito la gara per la loro progettazione, in linea con i disastrosi tempi della nostra burocrazia.

Ma dopo il recente drammatico evento, dieci volte più intenso del precedente per forza distruttiva, come ha affermato il sindaco del paese, qualsiasi idea progettuale a difesa di quel territorio deve essere ora rivista alla luce del nuovo triste fenomeno. Purtroppo, porzioni di paesi e di città sono state costruite a ridosso di corpi idrici che sono stati sempre di più inglobati dagli insediamenti urbani sino addirittura a scomparire occultati da improvvide “tombature”.

Gli edifici e le infrastrutture urbane (il caso di Olbia è emblematico) hanno così praticamente occupato il reticolo idraulico, violentando la natura e arrivando laddove non avrebbero potuto se i corsi d’acqua fossero stati liberi di scorrere a cielo aperto e con aree di rispetto lungo gli argini.

È questa una colpa non solo delle classi dirigenti locali ma di un’intera comunità per aver accettato, nel tempo, una cultura del territorio più che semplicistica in cui la natura poteva essere ammansita e ingabbiata in scatolari di cemento armato ad uso dello sviluppo urbano.

In Sardegna, in un non recente passato, fu paradossalmente la stessa Regione ad agevolare le “tombature” dei corpi idrici all’interno dei comuni con consistenti programmi di spesa a favore degli enti locali.

Così è avvenuto a Olbia, a Villagrande Strisaili e a Bitti, per citarne i più significativi, interessati da eventi estremi e distruttivi. Ciò che deve farci riflettere è che le opere necessarie alla mitigazione del pericolo dovrebbero teoricamente rigenerare in modo naturale i corpi idrici, dando respiro e spazio al deflusso delle acque attraverso l’abbattimento di cospicue porzioni di ciò che è stato costruito. Sono interventi che mai si faranno, sostituiti da costosissime e faraoniche opere di difesa.

È forse ora, se non è troppo tardi, che l’uomo prenda coscienza di far parte della natura e di non essere estraneo ad essa, come il caso covid dimostra. Per questo siamo e dobbiamo essere tutti cittadini di Bitti, non dimentichiamolo.

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