La comunità non deve restare sola [di Antonietta Mazzette]

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La Nuova Sardegna 3 dicembre 2020. Bitti avrebbe bisogno di tempo. Tempo per elaborare il lutto per la morte di Lia Orunesu, Giuseppe Carzedda e Giuseppe Mannu. Tutti sorpresi e inghiottiti dalla furia dell’acqua. Tempo perché la scienza e le tecniche possano proporre le soluzioni più innovative per mettere in sicurezza il paese.

Tempo per la popolazione perché possa capire quali possano essere gli interventi migliori perché in futuro non si ripetano tragedie come quella appena consumata. Tempo per avere tutti i finanziamenti necessari fin dall’inizio dei lavori, al fine di evitare di assistere alle ennesime incompiute, alle quali l’Italia è tristemente abituata.

Ma di tempo Bitti non ne ha. Deve dare risposte immediate a chi una casa o un’attività lavorativa non ce l’ha più, a chi stavolta si è salvato, ma vive nell’angoscia che tutto possa ripetersi. I bittesi sanno bene di stare in una perenne condizione di precarietà, così come sanno che le cosiddette “bombe d’acqua” non sono un fatto eccezionale, ma ahimè ordinario.

Sanno anche che queste tragedie non dipendono da una natura “matrigna” e “ostile”, ma da un uso stolto, quando non delittuoso, che si è fatto del territorio da molti decenni a questa parte.

E allora che fare? Anzitutto, la comunità e l’amministrazione non vanno lasciate sole. Come risolvere i problemi di Bitti è un affare di tutti noi. In secondo luogo, vanno affrontati subito gli aspetti finanziari ai diversi livelli di governo regionale e nazionale, così come vanno accelerati i tempi burocratici, garantendo al contempo che ogni euro venga speso a favore dell’interesse generale, perché sappiamo bene quanto siano forti certe logiche affaristiche che puntualmente si affacciano ogni qualvolta vi siano denari pubblici in circolazione.

In terzo luogo, vanno studiati i molti e complessi aspetti tecnici, per i quali sono necessarie competenze diversificate. In quarto luogo, bisogna avere consapevolezza che, accanto agli aspetti tecnici, vi sono dimensioni sociali, psicologiche e culturali, anch’esse complesse, che necessitano sia di saperi esperti, sia di un coinvolgimento ampio della popolazione.

Sarebbe bene non sottovalutare queste dimensioni perché le perdite subite dalla comunità riguardano tanto le persone che non ci sono più, quanto quelle che sono sopravvissute, ma che saranno costrette a ricostruire la loro vita futura in un luogo diverso da quello dove hanno abitato finora.

Una casa, una piazza, una strada acquisiscono un valore non solo economico, ma anche e soprattutto simbolico, in virtù delle relazioni sociali che si sono sedimentate nel tempo. Una casa, una piazza, una strada sono un denso di fattori tangibili e intangibili, riconosciuti dai singoli individui e dalla comunità perché sono il risultato di un’umana esperienza che comprende anche la presenza di quelli che non ci sono più.

Sarà difficile ricostruire questi segni in un altrove, ma sarebbe bene non sottovalutare il trauma che un insieme di persone dovrà subire e, lo ripeto ancora una volta, farsene carico è dovere di tutti, ai diversi livelli di responsabilità politica, comprese le università sarde con i loro saperi esperti.

Eppure, la crisi ha sempre una doppia valenza e Bitti potrebbe rappresentare un riferimento per la Sardegna, se sarà capace di costruire un modello di insediamento sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale, rappresentando un monito a quanti pensano che lo sviluppo economico della regione passi attraverso il consumo del suolo e l’incremento di volumetrie, ovunque queste vengano ipotizzate e/o realizzate.

È scaduto il tempo per anacronistici piani casa e urbanistici espansivi, così come è scaduto il tempo per comportamenti politici incapaci di agire in modo diverso rispetto ai decenni precedenti. Abbiamo invece bisogno di una classe politica in grado di rispondere urgentemente alle sfide ambientali e climatiche dalle quali la Sardegna non può sfuggire, come dimostrano le alluvioni che la attraversano ormai sempre più frequentemente.

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