Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? [di Francesca Serra]

https://www.doppiozero.com/materiali/abbiamo-ancora-bisogno-degli-intellettuali? Gli intellettuali: che rompicapo. Se non ci fossero, andrebbero inventati. Ma quando ci sono, ci piacerebbe ogni tanto staccare loro la spina. Non perché dicano cose che non vogliamo sentirci dire, secondo uno dei loro maggiori miti di nobiltà. Ma perché piangono sempre sulla loro estinzione.

È più forte di loro, per un semplice motivo: l’intellettuale moderno nasce brandendo la spada contro la propria epoca, nella misura in cui quest’ultima ha spalancato le porte a una cultura degradata e massificata. In altre parole, non esiste intellettuale senza lotta contro la sparizione che minaccia la sua specie. La sua forza simbolica si fonda su una primordiale immagine di fragilità: quella di un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. O se preferite quella di un pezzo di cristalleria in balia degli elefanti.

Inoltre, non si può non ricordare che sono tutti maschi. E questo non li turba minimamente. Nelle 300 pagine dell’ultimo libro di Franco Brevini intitolato Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? La crisi dell’autorità culturale (Cortina), che vi consiglio di leggere se volete capire qualcosa della turbolenta storia degli intellettuali, non c’è una riga che problematizzi la presenza o meno di intellettuali donne. Questo lo dico subito, per levarci il pensiero. E perché non scrivo da un luogo intellettuale neutro.

Ma una volta evocato tale delicato argomento, lasciamolo pure da parte. Per non essere immediatamente tacciate di far parte della famosa cultura del piagnisteo e del risentimento. O di appartenere all’era della suscettibilità. Ho letto il libro di Brevini, non c’era una parola sulle intellettuali donne, sono una donna che per qualche sua dote intellettuale dovrebbe recensirlo, sai cosa? Lo chiudo e vado a farmi una passeggiata.

Ebbene no. Resisterò a questa triviale tentazione, perché il libro è vuoto di donne (in un esercizio di cancellazione talmente vistoso da far venire il sospetto che non volesse correre il rischio di parlarne male) ma anche pieno di altre cose di cui vale la pena discutere.

La prima di queste sta nel titolo. Anzi nel sottotitolo, perché il titolo è una domanda retorica: certo, abbiamo ancora bisogno di intellettuali. Buttarli nella spazzatura non è affatto una buona idea. Anzi è la peggiore idea dei nostri tempi, figlia del populismo e del culto ipocrita di un’ignoranza egualitaria. Signori (e signore) basta guardare Salvini a panza di fuori al Papeete e non mi sembra ci sia da aggiungere altro.

Sta dicendo: intellettuali, siete solo degli snob e noi vi faremo scomparire. Anche Trump mentre esibiva il suo ciuffo in salsa kitsch al comando della Casa Bianca diceva la stessa cosa. E a Berlusconi, ormai padre della patria, bisogna riconoscere un ruolo addirittura da pioniere in questo campo. Soprattutto mentre abbracciava Bossi in canottiera.

Il sottotitolo parla di crisi, autorità e cultura. Il tema della crisi è consustanziale ai nostri tempi; ma lo è anche rispetto alla definizione stessa di intellettuale, se è vero ciò che argomentavo in apertura di quest’articolo: gli intellettuali vivono nella crisi permanente del loro statuto. In un certo senso prosperano sull’abisso della loro sparizione. Quindi la prima parola ci sta bene nel sottotitolo. Richiama subito lo sfondo di allarme su cui un libro come questo costruisce la sua ragione di essere.

Passiamo all’autorità: la parola è forte e sappiamo che dal Sessantotto in poi non ha avuto vita facile. L’autorità di chi? Sopra chi? E soprattutto a nome di chi? Non è neanche autorevolezza, ma proprio autorità. Lasciamola per il momento lì e arriviamo alla terza e ultima parola, forse la più importante: cultura. Che parola difficile. Non andrebbe definita e situata, prima di lanciarsi nella discussione sulla sua capacità di esercitare un potere di trasmissione conoscitiva e sull’espropriazione di questa capacità che sarebbe attualmente in corso? Di quale cultura stiamo parlando?

Diciamolo senza mezzi termini: Franco Brevini è un mito per chi studia la letteratura italiana. Senza di lui un pezzo della cultura letteraria del nostro paese non esisterebbe, se con la sua forza critica e intellettuale lui non lo avesse estratto faticosamente dal pantano delle forme di espressione neglette, per farcelo vedere con occhi nuovi.

Un pezzo tanto enorme e fondamentale da dover essere violentemente amputato per secoli affinché non lo si vedesse. Amputato e invisibilizzato dalla cultura dominante e dal culto della sua nobile lingua fiorentinocentrica. Ci si potrebbe chiedere allora dove fossero gli intellettuali prima di lui, quando si trattava di parlare e difendere la letteratura dialettale che Franco Brevini ha rivelato a noi stessi? Quale sapere canonico spacciavano con il tracotante universalismo della cultura cosiddetta alta?

Questo libro parla di una drammatica frattura nella trasmissione del sapere che sarebbe caratteristica dei nostri tempi. Parla con nostalgia di antichi maestri. Addirittura delle toghe e dei rituali accademici più polverosi. Intitola un capitolo Lo scienziato, il filosofo, il politico. Tutti maschi (lo so, avevo giurato di non tornarci sopra, ma qualche scivolone mi sarà pure concesso). Dedica un capitoletto che non posso che definire imbarazzante alle colpe del bau bau denominato “gender” in questa apocalissi culturale (e con questo la finisco per davvero).

Ricostruisce anche la storia, fondamentale per questo tipo di riflessione, del conflitto di lunghissima durata tra il dispotismo del numero, che massifica e forzatamente degrada la cultura a una mera industria consumistica, e i sistemi di distinzione, eccellenza e conoscenza di chi possiede una sapienza maggiore degli altri. Non perché gli sia stata infusa da Dio, ma semplicemente perché ha studiato di più.

Insomma l’eterno conflitto tra élite intellettuali e popolo, se vogliamo dirlo nel modo generalmente più noto. E lo ricostruisce con la finezza di chi quel sanguinoso conflitto lo conosce bene. Tuttavia la sua lettura del presente mi sembra che trascuri molti aspetti che potrebbero ribaltarla. Non nel senso di volgerla in positivo, svelando qualche ottimistico retroscena: e chi potrebbe obiettivamente farlo? La melma in cui siamo mi pare sotto gli occhi di tutti. Ma piuttosto ribaltare l’analisi delle ragioni della disfatta culturale alla quale stiamo assistendo e quindi anche dei possibili anticorpi proposti nell’ultimo capitolo.

Proviamo a prendere una delle grandi questioni trattate dal libro, vale a dire la colpa dell’individualismo. Svaporati i padri che incarnavano l’autorità, degradatasi la scuola in una istituzione sociale piuttosto che culturale, immersi in un clima complottista e di post verità, in balia di un sapere esploso e “fai da te” di tipo digitale, il problema è che siamo diventati nuovi Narcisi.

Ognuno figlio parcellizzato di quella che l’autore chiama “deriva antiautoritaria”, tra “illusoria onnipotenza” e “delirante sopravvalutazione di se stessi”. Ma com’è possibile ragionevolmente arrivare a queste conclusioni, senza prima interrogare la figura stessa dell’intellettuale moderno, mettendolo in graticola rispetto ai suoi limiti e alle sue responsabilità?

Non tanto nella misura in cui sia stato cantore della cultura ufficiale e del suo canone, quanto in quella in cui abbia difeso un sistema di potere simbolico tarlato, assurdamente classista e per molti versi violento nella sua sacralizzazione di una élite maschile che ancora oggi perpetua lo stesso gioco di affermazione accademica e culturale.

Voglio dire: la costruzione dell’intellettuale e del tipo di sapere che ha difeso fin dalla sua nascita dalla indiavolata massificazione dei tempi moderni va a sua volta decorticata e decostruita. Va demistificata, senza sconti: altrimenti rischiamo di ammantare quella figura soltanto di retorica e nostalgia dei tempi che furono.

E questo va fatto con la massa dei piccoli intellettuali di provincia, ma anche con il Pantheon dei grandi scrittori intellettuali, da Flaubert a Pasolini: dobbiamo ancora fare i conti con la loro moderna mitologia sacerdotale, che lottava contro l’arte come intrattenimento. Contro lo spaventoso pubblico di lettrici massificate. Contro il traviarsi della letteratura nel vorticoso mondo mediatico, che all’inizio era il giornalismo di bassa lega e adesso è internet.

Figura depositaria di un narcisismo culturale altissimo e di un principio di sacralizzazione dell’arte di cui francamente oggi possiamo e vogliamo fare a meno, l’intellettuale non è un martire intoccabile. Se il suo messaggio è che siamo dove siamo perché l’arte si è femminilizzata nell’intrattenimento, come hanno detto quando si è affermato il pericoloso genere commerciale del romanzo nel Settecento, come hanno ribadito quando nell’Ottocento la loro aureola è caduta nel fango, svenduta e prostituita a causa del pubblico di midinettes che li assediava, e come continuano a martellare da almeno tre secoli, beh allora io preferisco stare a guardare cosa succederà alla fine di questo naufragio. Aspetto il diluvio universale. Mi porterò un ombrello.

One Comment

  1. Mario

    Tenimus e amus a tènnere sempre bisonzu de s’intelletu; poi tocat a bídere ite ndhe faghet s’intelletuale, chi siat ómine (e mancari pecat meda de ‘cultura’ mascrina) o chi siat fémina (chi podet ‘pecare’ de carchi ‘cultura’).
    Tocat a bídere ite ‘coltivamus’ (e chentza èssere ‘classe’).

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