Ambientalisti versus ISPRA [di Sergio Vacca]

“Fotovoltaico a terra? Non è consumo di suolo come la cementificazione!” Lo sostengono ben dodici associazioni ambientaliste italiane, che sulla rivista “greenreport.it”, si sono “rivolte all’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, per chiedere in merito al prossimo rapporto, che la stessa Ispra produrrà sul consumo di suolo, in corso a livello nazionale, perché riveda nei propri conteggi il fotovoltaico a terra non computandolo come consumo di suolo, in quanto – a differenza di quanto accade con la cementificazione – il fotovoltaico a terra «non produce alcuna impermeabilizzazione del suolo, né alcun impoverimento di nutrienti, humus, biodiversità. Occupa senz’altro territorio, ma non lo consuma, al contrario lo preserva, in diversi casi, da usi ben peggiori.

Lasciamo ben volentieri ai dizionari della lingua italiana il compito di dirimere la questione: “consumo di suolo” “occupazione del territorio”; il problema che si pone è un altro: “dove mettiamo il fotovoltaico a terra in modo che si determini il minor impatto possibile a carico dei suoli”.

Non sembri pleonastico, tuttavia credo sia necessario ricordare che non si può parlare di “suolo” come di un’entità astratta che ricoprirebbe l’intero pianeta, come un unico mantello. Analogamente al concetto di biodiversità, dobbiamo viceversa parlare di “pedo-diversità” e quindi di “suoli”,  che si generano in ambienti diversi per climi, morfologie, substrati rocciosi e non, che presentano età diverse e caratteristiche e qualità diverse. La Soil Taxonomy, uno dei sistemi di classificazione dei suoli, maggiormente diffusi tra gli studiosi, stima, al livello ordinamentale di “serie”, siano presenti nel pianeta circa 19 mila tipologie diverse di suoli.

In un recente studio sulle attitudini dei suoli per un’agricoltura di qualità nella pianura del Campidano di Oristano, sono state classificate, secondo la Soil Taxonomy, non meno di una trentina di tipologie, tutte dai nomi un po’ particolari. In una zona nella quale le società produttrici di fotovoltaico richiedono all’Ente Locale di poter installare i loro apparati, risultano presenti queste tipologie di suoli: Typic Xerofluvents, Typic Pelloxererts,  Typic Palexeralfs, Aquic Palexeralfs, Aquic Ultic Palexeralfs.

Riproponiamo perciò la domanda: “dove mettiamo il fotovoltaico a terra in modo che si determini il minor impatto possibile a carico dei suoli”? Posto il quesito, la risposta dovrebbe venire dagli ambientalisti, come dagli scienziati dell’ISPRA; tuttavia, da come è stata impostata la loro querelle, non sembra possano venire da quelle fonti informazioni credibili relative all’ubicazione degli impianti.

Senza voler dettagliare i caratteri delle tipologie di suoli indicate, si può collocare i primi due tra suoli giovani, che si riscontrano sulle alluvioni recenti dei principali corsi d’acqua, molto fertili, capaci di sostenere una grande gamma di coltivazioni arboree ed erbacee. I secondi tre, viceversa, originano sui terrazzi fluviali antichi e, per senescenza, i suoli risultano meno fertili, meno capaci perciò di sostenere biomassa di interesse agricolo. Risulta chiaro che le terre a minore vocazione agricola siano più adatte ad ospitare impianti di fotovoltaico a terra.

Se risposte credibili riguardo all’ubicazione degli impianti fotovoltaici non vengono dagli scienziati dell’ISPRA – o comunque dalle istituzioni preposte – ovvero dai cultori di materie ambientali, le nostre terre saranno sempre alla mercè delle società proponenti.

 

* già Professore di Scienza del Suolo, Università di Sassari

2 Comments

  1. Walter Vacca

    Trovo importante, oltre che molto interessante, il tema trattato da Sergio e, ancora più, il modo equilibrato e ragionevole della sua trattazione. Sergio solleva, correttamente, alcuni dubbi o meglio alcuni interrogativi ed indica altresì le linee che sarebbe opportuno seguire per poter sviluppare ed utilizzare, in modo sostenibile, quella che giustamente sarebbe un’importante risorsa energetica natuurale, coniugando l’aspetto dello sfruttamento energetico con l’aspetto della tutela paesaggistica!
    È certamente un compito complesso ma necessario; non esiste una risposta univoca, valida per ogni situazione: i costi ed i benefici ovviamente debbono essere indagati e valutati caso per caso e da studiosi di provata serietà e competenza!
    Dico ciò senza la pretesa di aver indicato una soluzione valida al problema considerato; come già osservato ritengo la trattazione impostata da Sergio importante e molto corretta, sotto il profilo scientifico e della reale concretezza ed utilità! Complimenti davvero, caro Sergio! Con affetto e stima, Walter Vacca

  2. Carlo Crespellani P.

    Dalla riflessione del prof Sergio Vacca emerge la necessità di fare seri distinguo tra suoli e suoli, e soprattutto appare evidente che non sono le società proponenti ma il soggetto pubblico preposto a dover dare le priorità su dove e quanto FV mettere a terra. E direi che anche la riflessione deve approfondire la dimensione dell’agrivoltaico che combina, quando pensato con criterio, le opportunità combinate tra produzioni agricole e produzione di energia attraverso un unico operatore (o in sinergia tra due operatori) che stimolano un particolare “prosumer” necessario per rilanciare anche l’ambito agricolo dove l’innovazione e qualità di vita di chi abita le terre è fattore primario nello sviluppo della nostra economia e dei nostri territori.

Lascia un commento