Grazia Deledda: la sarda che conquistò l’Europa [di Dino Manca]

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Toponomastica Femminile. Il 23 giugno prossimo il complesso monumentale del vecchio ospedale, restaurato con i fondi del Ministero per i beni e le attività culturali, ospiterà la nuova sede della Biblioteca Universitaria di Sassari. Un patrimonio inestimabile di 300.000 volumi (incunaboli, cinquecentine, edizioni del XVII, XVIII, XIX secolo), di centinaia di manoscritti (tra i quali il Condaghe di San Pietro di Silki, L’edera e Il ritorno del figlio di Grazia Deledda), di migliaia di periodici, di preziose carte geografiche, verrà dunque trasferito, dopo più di quattrocento anni, dall’ex Palazzo dello Studio Generale, oggi sede di rappresentanza dell’Università, a piazza Fiume.

Sarà un passaggio storico, importante non solo per la città ma per l’intera regione. Ma dovrà essere altresì un’occasione di riflessione sul ruolo e la funzione della biblioteca in un mondo che cambia vorticosamente. Per questo motivo è stata promossa una petizione, che in una settimana ha raccolto quasi 800 firme, indirizzata al ministro dei beni Culturali Dario Franceschini con lo scopo di chiedere l’intitolazione della Biblioteca Universitaria di Sassari al premio Nobel Grazia Deledda.

Le ragioni sono tante e stanno tutte nelle vicende biografiche e letterarie, intellettuali e umane della «piccola donna di provincia» che conquistò l’Europa. La scrittrice inizia, infatti, il suo variegato e duraturo percorso di formazione a Nuoro, piccolo borgo dell’ex Regno di Sardegna, in una temperie culturale e morale che è quella propria del «villaggio», di un microcosmo non urbano, antropologicamente connotato, con propria lingua, propri saperi, propri sistemi valoriali, propri reticoli di esclusione e inclusione, proprie leggi e consuetudini difficilmente traducibili attraverso codici e sistemi segnici d’inappartenenza; una civiltà agro-pastorale le cui pulsioni primordiali e i cui miti, tipi e archetipi diventano da subito per lei fonte di ispirazione e oggetto inesauribile di scrittura.

Gli anni romani, durante i quali ricerca, trovandoli, input e sollecitazioni molteplici, sperimentando soluzioni estetiche differenti e aggiornando modalità espressive e linguaggi, indiscutibilmente segnano un punto di svolta nella sua maturazione artistica e antropologica. Entra in contatto con i cenacoli di intellettuali e artisti più famosi e stimolanti della capitale. Alla sua formazione etica ed estetica, spirituale, intellettuale e umana, concorrono, dunque, da un lato la solida cultura delle origini (agro-pastorale, orale, sardofona), dall’altro la cultura italiana (urbana, scritta). Queste due componenti prepareranno il terreno, non senza interferenze e contraddizioni, per le opere più mature.

L’opera della Deledda riveste una grande importanza in quel particolare contesto storico e culturale d’inizio secolo, per la sua capacità di liberare nel lettore, attraverso la nostalgia del primitivo, un bisogno di autenticità, il sogno di «un paese innocente». La coscienza del peccato e dell’errore che si accompagna al tormento della colpa, alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale e incontrollata delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, le manifestazioni dell’amore e dell’odio, visceralmente e autenticamente vissute, segnano l’exsistens di una umanità primitiva, malfatata e dolente, «gettata» in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio dell’esistenza assoluta.

Le figure deleddiane vivono sino in fondo, senza sconti, la loro incarnazione in personaggi da tragedia. L’unica ricompensa del dolore, immedicabile, è, per dirla con Eschilo, la sua trasformazione in vissuto, l’esperienza fatta degli uomini in una vita senza pace e senza conforto. Solo chi accetta il limite dell’esistere e conosce la grazia di Dio non teme il proprio destino. Portando alla luce l’errore e la colpa, la scrittrice sembra costringere il lettore a prendere coscienza dell’esistenza del male e nel contempo a fare i conti col proprio profondo, nel quale certi impulsi, anche se repressi, sono sempre presenti.

Ma questo processo di immedesimazione non conosce «catarsi», nessun liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, perché la vicenda tragica in realtà non si scioglie e gli eventi non celano alcuna spiegazione razionale, in una vita che è altresì mistero. Resta la pietas, intesa come partecipazione compassionevole verso tutto ciò che è mortale, come comprensione delle fragilità e delle debolezze umane, come sentimento misericordioso che induce comunque al perdono e alla riabilitazione di una comunità di peccatori con un proprio destino «sulle spalle». Anche questo avvertito senso del limite e questo sentimento di pietà cristiana rendono la Deledda una grande donna prima ancora che una grande scrittrice.

Dessì ha scritto che i due più grandi uomini che ha avuto la Sardegna sono state due donne: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda. Con la Deledda l’Isola entra a far parte dell’immaginario europeo. Il libro è lo strumento che le permette di oltrepassare la «finestra-limine» per proiettarsi nel mondo e con lei la terra-madre ritorna a essere centro e non più periferia, luogo mitico e archetipo di tutti i luoghi: «I libri e i giornali sono i miei amici e guai a me senza di loro».

Per lei, prima donna nella storia d’Italia a vincere il premio Nobel (1926) e prima donna a essere candidata alle elezioni politiche (1909) quando alle donne non era stato ancora riconosciuto il diritto di voto, la scrittura diviene occasione straordinaria di riscatto e di libertà: «Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri». Un vero esempio per tantissimi giovani.

*Promotore dell’iniziativa- Commissione lingua e cultura sarda- Università di Sassari

 P.S. Petizione online su change.org: proposta di intitolazione della Biblioteca Universitaria di Sassari al premio Nobel Grazia Deledda:

http://www.change.org/it/petizioni/on-dario-franceschini-intitolare-la-biblioteca-universitaria-di-sassari-al-premio-nobel-grazia-deledda

3 Comments

  1. Sandro Roggio

    Peccato. La redazione non è informata di un’altra petizione (primi firmatari Manlio Brigaglia e Salvatore Mannuzzu) che propone di intitolare la biblioteca a Enrico Berlinguer. Provo a rimediare incollando il link qui sotto, immaginando che le ragioni dei tanti sottoscrittori possano interessare gli attenti lettori di questa rivista.

    http://www.change.org/it/petizioni/ministro-dei-beni-culturali-dario-franceschini-intitolazione-a-enrico-berlinguer-della-biblioteca-universitaria-di-sassari#share

  2. sardegnasoprattutto

    La Rivista ospita i contributi di chiunque voglia dare il suo contributo alla crescita culturale e democratica della Sardegna nel rispetto delle regole che ci siamo dati fondandola. Personalmente ho aderito alla petizione per intitolare la Biblioteca ad Enrico Berlinguer. Non sapevo, prima di quest’articolo, di un’altra petizione per Grazia Deledda. Propongo di intitolare l’Università a Grazia Deledda e la Biblioteca ad Enrico Berlinguer. Che bello sarebbe veder scritto Biblioteca Enrico Berlinguer dell’ Università di Sassari Grazia Deledda. I nostri Sardi e Sarde illustri sarebbero finalmente conosciuti dalle nostre studentesse e dai nostri studenti.

  3. sardegnasoprattutto

    La firma del post è Maria Antonietta Mongiu.

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