Le Statue rinascono [di Maria Antonietta Mongiu]

ARCHEOLOGIA: DOPO RESTAURO MOSTRE SU GIGANTI MONT'E PRAMA

L’articolo è stato pubblicato nell’inserto I Giganti di Mont’e Prama (Direttore Antony Muroni, a cura di Carlo Figari, Fotoeditor Max Solinas) L‘Unione Sarda del 16/12/2014 (NdR).

Qual’è il passato assoluto della Sardegna? La salverà? Retorica e affabulazione sono taumaturgiche e allungano persino la vita. Vicende e personaggi, iperboli, digressioni, superamento delle categorie spazio-temporali, complotti e conflitti, agiscono da sempre come efficaci pedagogie. Sono lo zoccolo duro di ogni epica che per Michail Bachtin consiste nel nucleo irriducibile che è appunto il passato assoluto di un popolo che vive nel tempo grande, oltrepassando il suo tempo. Ha a che fare con il sardo su connotu, tradizione indiscutibile e sacrale che non tollera di essere oltrepassata. Una comunità avrebbe senso nella compattezza di quel nucleo fondante, matrice che si autoalimenta della sua stessa narrazione che ha norme, tempi, eroi, geografie.

Dobbiamo allora aggiungere la domanda decisiva. Quando è iniziato in Sardegna il passato assoluto? Difficile detronizzare il Nuragico, luogo metastorico, e metalinguaggio agito, contestualmente, da contenuto e narrazione con cui si identifica la Sardegna. Dimensione performativa in cui sono interdipendenti langue, grammatica e sintassi di una società complessa, e parole, narrazione creativa che trascende l’autoreferenzialità e pervade altre etnie del Mediterraneo, persino legittimate dagli accadimenti sardi. E’ riconosciuto che nelle epiche mitocentriche euroasiatiche la Sardegna non fu né marginale né periferica.

Riguardano lo stesso oggetto totemico, il nuraghe, che totalizza tutto l’orizzonte dell’esperienza diventando una parte per il tutto. Il nuraghe da manufatto abitato dalla quotidianità si fa quindi metatesto del paesaggio per declinarsi in passato assoluto. Una sacralizzazione che si invera in luoghi già sacri o che da residenziali e difensivi si fanno sacri. La referenzialità si amplifica infatti quando diventa autorappresentazione nei modelli di nuraghe che narrano il distanziamento da un’epopea di cui le statue di Mont’e Prama sono una parte, ancorché ipertrofica. Un corale rimpianto per la fine di un mondo che non è la fine del mondo. Sono insieme significante e significato di un cosmo che ha in se il tramonto che non arriva all’irreparabile fine culturale.

Non a caso molti dei contenitori nuragici iniziano una diaspora, segnica e strutturale. Diventano con i punici tempietti dedicati a divinità agrarie. Altri, specie i polilobati e i relativi villaggi, diventeranno abitati e castra con i romani. Col cristianesimo e con i bizantini vi si metteranno in opera, con lapidei di spoglio, impianti chiesastici, balnea e apparecchiature battesimali, necropoli con sorprendenti meticismi e sincretismi. In periodo giudicale saranno escolche o subiranno l’incastellamento. Il nuraghe attraversando le contemporaneità le ha necessariamente condizionate.

Ribaltando i paradigmi, è d’obbligo interrogarsi quanto e come l’evidenza di migliaia di manufatti fuoriterra persistiti per millenni, abbiano inciso sui processi di appartenenza, su eventi storici, sull’orizzonte cognitivo dei sardi. Punici, romani, vandali, goti, bizantini, fattisi anche loro sardi, sono stati certamente condizionati inerendo, in forme irrilevanti, su quel sostrato di milioni di clasti lapidei cavati, messi in opera ed abitati dai sardi. Adattavano il loro bagaglio, tecnologico e semantico, a quell’habitat in una dialettica di cui sono esito un paesaggio storico unico e una lingua il cui sostrato prenuragico e nuragico perdura tuttora.

Il cumulo di pietre, chiamato nuraghe, per Alberto della Marmora nelle rilevazioni trigonometriche fu emergenza non dissimile da quelle naturali. Percezione già nell’Ottocento dell’interdipendenza di natura e storia nel paesaggio sardo che, per la prima volta, fu classificato e rappresentato “scientificamente”. Il nuraghe smontato divenne recinto di tanche con l’Editto delle chiudende primo di tanti che avrebbero alterato un paesaggio antichissimo.

L’orgoglio di quel passato assoluto della Sardegna lo si trovò tardi. Non con lo Statuto speciale, approvato il 26 febbraio 1948 che non ebbe competenze primarie sul patrimonio culturale. Fu esplicito nell’agosto del 1949 a Venezia con la Mostra d’Arte Antica della Sardegna , curata da Gennaro Pesce e Giovanni Lilliu (Catalogo “Scultura della Sardegna nuragica” Venezia 1949). La mostra fino al 1956 attraversò l’Europa della ricostruzione (Berlino, Parigi, Londra, Cap d’Antibes), simbolo della democrazia ritrovata e del riscatto. Le geografie del sacro e del profano dei bronzetti e le navicelle, racconto di un mare navigato da sempre anche dai sardi, a Cap d’Antibes intrigarono Picasso.

Si aspetterà il 5 novembre del 1988 per tirar fuori nuovamente quell’orgoglio. Sempre a Venezia a Palazzo Grassi con la Mostra i Fenici con 1000 oggetti dei quali 300 provenienti dall’isola. La Sardegna non solo Costa Smeralda, rapimenti e banditismo o cattedrali nel deserto. E’ l’agosto del 2007 quando a Li Punti di Sassari nel Laboratorio di restauro sapienti mani iniziano a ricomporre oltre 5000 clasti figurati di calcare trovati a Mont’e Prama. La Regione Sardegna con una serie di Delibere a partire dal 2005 si assumeva la responsabilità della sua storia investendo i finanziamenti CIPE sul restauro di manufatti archeologici. Ne faceva il fulcro del suo sviluppo mettendo a disposizione i finanziamenti anche dal Bilancio ordinario e dai Fondi europei.

Gli esiti iniziamo a vederli. I “Giganti di Mont’e Prama” riassemblati rimandano ad una percezione di protezione che era della statuaria nelle grandi porte templari delle civiltà mediterranee e vicino orientali. Alla fine del 2007 Giovanni Lilliu fu insignito dalla Regione Sardegna del titolo di Sardus Pater perché fosse chiaro chi era l’interprete di quel che scrissero eminenti antichisti nell’art. 9 della Costituzione. Ancora una tappa di un orgoglio più rassicurante del passato assoluto. In suo onore si rieditarono la summa dei suoi articoli e si finanziarono i Corpora delle antichità della Sardegna (1300 reperti per ogni fase) di cui è uscito il primo volume: La Sardegna nuragica. Storia e materiali ad opera di studiosi delle Università sarde e dei loro allievi.

A 65 anni dalla Mostra del 1949 ed a 100 dalla sua nascita è il miglior modo per celebrare chi all’orgoglio nuragico ha dato dignità con l’augurio al Nuragico di potersi raccontare nel Museo Betile, solo rimandato. Ecco perché oggi non possiamo non dirci “Siamo tutti nuragici”.

 

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