Quando emigrare non è più una scelta [di Alessandro Bellardita]

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Corriere d’ItaliaRotocalco settimanale in Europa. La matematica dell’accoglienza non è un’opinione; i numeri, insomma, bisogna analizzarli senza farsi trascinare dalle emozioni. Altrimenti succede che mille profughi diventino centomila e, infine, un’ondata ingestibile. Iniziamo da 1,5 milioni, che non sono i rifugiati siriani che hanno raggiunto l’Europa negli ultimi mesi. 1,5 milioni sono, piuttosto, i cittadini tedeschi che dal 2005 fino al 2013 hanno lasciato la Germania, alla volta di una vita migliore, ein besseres Leben, come si dice da queste parti.

Si tratta in maggioranza di persone qualificate che lasciano la Germania per guadagnare di più nei paesi scandinavi, in Canada, Svizzera oppure Australia, nel totale silenzio da parte dei politici o dei media. Un diritto sacrosanto, quello di emigrare per migliorare le condizioni di vita – sacrosanto, soprattutto, quando si tratta di tedeschi, francesi, spagnoli o italiani a farlo. Un diritto discutibile e relativo, invece, quando a voler fare la stessa cosa, per lo più fuggendo da guerre o situazioni d’instabilità politico-economiche, sono gli altri.

Se poi si considera che in quattro anni la guerra in Siria ha procurato 215mila morti, di cui 66mila civili, la discussione attorno alla questione dei rifugiati diventa – a dir poco – assurda. Quando si applica il diritto d’asilo se non nel momento in cui emigrare non è più una mera scelta, ma un’esigenza lampante? Fuggire non è una delle forme più crude dell’emigrazione?

Ma continuiamo con un altro dato: 14 milioni. 14 milioni non sono i rifugiati che accoglierà la Germania nei prossimi anni, ma i cosiddetti “Gastarbeiter” che tra il 1955 e il 1973 sono emigrati in questo paese. E sicuramente non scappavano da una guerra. L’Italia meridionale era povera, poco sviluppata, si leccava le ferite di una guerra che, in fondo, non ha mai voluto e soffriva la scarsa gestione da parte della classe politica; ma il Sud non conosceva guerre civili. Degli italiani di quegli anni ne sono rimasti poco più di 600mila.

E negli ultimi tre anni circa 150mila italiani sono emigrati in Germania. Chi vede nell’immigrazione il male assoluto e teme un’invasione da parte di minoranze etniche e religiose, dovrebbe considerare com’è cambiata la Germania dagli anni 50 ad oggi: un paese completamente distrutto dalle bombe, senza prospettive, è diventato una locomotiva dell’economia mondiale – anche grazie agli immigrati.

Secondo recenti stime, gli immigrati – ca. il 19 per cento della popolazione complessiva – producono il 22 per cento del Pil. E inoltre: chi realmente può immaginare una città tedesca senza pizzerie, gelaterie oppure Dönerläden? I numeri, quelli veri, ripuliti dalla propaganda dei soliti politicanti, raccontano, dunque, che le migrazioni non sono una strada a senso unico: tutti gli stati sono oggetti e soggetti di fenomeni di migrazione.

Ma soprattutto ci mostrano, che una buona parte degli immigrati torna nei loro paesi d’origine. Tuttora circa il 40 per cento degli immigrati in Germania ritorna nei propri paesi entro i primi quattro anni di permanenza. I numeri, inoltre, ci fanno capire che al momento, almeno in Italia, non c’è la tanto paventata “invasione”. Quanti sono i rifugiati accolti oggi dall’Italia? Ca. 85mila. Troppi? Diciamolo alla Turchia, che ne accoglie 1,7 milioni, al Libano con i suoi 1,2 milioni o alla Giordania (630mila). E la Germania? Attualmente ne ospita poco più di 250mila, anche se i dati non sono mai attuali visto l’afusso giornaliero. Certo, se poi nei telegiornali si parla quasi sempre di delitti commessi da stranieri – i telegiornali italiani dedicano in media l’11 per cento del programma alla cronaca nera, in Germania ca. il 2 per cento – non dobbiamo meravigliarci del successo di alcuni movimenti politici che sfruttano le paure della popolazione.

Ma riuscirà la Germania a integrare i rifugiati? La risposta a questa domanda dipende da un solo fattore: se i tedeschi hanno imparato dal passato, la risposta non può essere che sì. E in passato gli errori da parte della classe politica in materia d’immigrazione sono stati palesi e gravi: innanzitutto perché il fenomeno è stato troppo a lungo ignorato.

L’immigrazione ha avuto poco spazio nei dibattiti politici e l’opinione pubblica ha preferito dedicarsi alla tutela dell’ambiente e ai diritti degli animali, piuttosto che all’integrazione degli immigrati – scusate l’iperbole; ma sono centinaia i politici che negli anni novanta si sono battuti per la raccolta differenziata con un pathos da vendere. Quanti l’hanno fatto per ottenere un’eguaglianza nel trattamento degli stranieri nelle scuole oppure per garantire agli immigrati un corso di tedesco?

La disponibilità ad integrarsi da parte degli stranieri, infatti, è condizione necessaria ma non sufficiente per un’integrazione efficace perché questa presuppone un vero e proprio sistema d’integrazione, che inizia fin dal primo minuto che l’immigrato mette piede in Germania. Da questo punto di vista la Germania ha fatto passi da gigante. Difatti, grazie alla consapevolezza che senza gli immigrati il sistema sociale diventerebbe insostenibile – già nel 2040 saranno soltanto due lavoratori a sostenere un pensio nato –, i comuni, con il sostegno dei Jobcenter e dell’Agenzia federale del lavoro, hanno messo in piedi un sistema d’inserimento del potenziale lavoratore straniero nel mercato del lavoro, offrendo una vasta paletta di corsi e programmi di formazione.

Oltre, però, al sistema formale relativo all’integrazione degli immigrati – che purtroppo presenta non poche lacune –, l’efficacia della socializzazione di queste persone dipende anche dalla disponibilità di accettare (ben oltre che tollerare) i nuovi arrivati da parte della popolazione tedesca: le immagini di cittadini tedeschi che applaudono i rifugiati all’arrivo alla stazione di Monaco di Baviera sono emblematiche.

Raccontano la parte più bella di questo paese e riempiono di orgoglio intere generazioni di immigrati che vivono in Germania ormai da decenni. Ma queste immagini non possono cancellare gli oltre 180 attacchi ai centri di accoglienza dall’inizio di quest’anno da parte di neonazisti. Attacchi che lasciano esterrefatti, in quanto fanno intuire la profondità e l’entità dell’odio macabro e razzista. La cancelliera Merkel ha dichiarato che il diritto d’asilo non conosce un contingente, un limite. Vale a dire: se saranno oltre un milione i rifugiati a chiedere asilo in Germania, gli verrà offerta l’accoglienza necessaria.

La posizione della cancelliera non è, tuttavia, frutto di un’improvvisa rivoluzione copernicana. Chi ricorda le sue parole determinate nei confronti dei manifestanti del movimento anti-islamico Pegida durante il discorso di capodanno, sa che Angela si è sempre schierata dalla parte di quelli che manifestavano per gli immigrati. Forse ha a che fare con il suo passato; ma questo, in fondo, non è importante. Decisivo è quello che ne consegue: la Merkel ha cambiato la posizione ontologica della politica conservatrice di destra – anche se questo spostamento a sinistra non sarà definitivo. A differenza della scienza, dove ogni progresso viene preservato, in una società si possono fare passi indietro.

I primi, tuttavia, ad accorgersi della svolta merkeliana sono gli esponenti di destra degli altri stati membri europei: la lontananza in materia politica che in questo momento vi è tra Salvini e Angela Merkel è in perfetta contrapposizione con la vicinanza della cancelliera con la politica salvaprofughi del governo Renzi anche se quest’ultimo, finora, stenta a implementare un sistema di accoglienza strutturato e, soprattutto, rivolto ad un’integrazione degli immigrati.

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