Le carte di Massi [di Alessandro Mongili]

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All’insegna dello “stiamo fermi dove ci troviamo”, è arrivata la conferma al primo turno di Massimo Zedda sindaco di Cagliari. L’elezione è stata analizzata correttamente da Vito Biolchini  (http://www.vitobiolchini.it/2016/06/06/a-cagliari-zedda-stravince-puntera-alla-regione-ma-sulla-politica-sarda-non-soffia-alcun-vento-nuovo/). Nei soli termini di un’operazione di conservazione del potere e di accumulazione di crediti per una futura carriera politica, Zedda è stato molto bravo.

La sua coalizione ha imbarcato spezzoni di destra (un Psdaz trasformato in cargo per il trasporto di molti personaggini della destra clientelare), ha addomesticato i resti del Pd cagliaritano, al solito incapaci di metterci la faccia, ha mummificato così bene il ramo sardo di SEL sino a convincere molti elettori a votarlo nonostante tutti sappiamo che si tratta di un partito già morto con tanto di certificato, ha venduto con sapienza comunicativa quel tanto che ha fatto, puntando tutto sul suo passato (opere pubbliche, assenza di corruzione, ordinario buon governo che, in effetti, può sembrare rivoluzionario visto il contesto generale di degrado della politica), respingendo in modo aggressivo ogni critica e ogni punto di vista divergente, scadendo purtroppo, anche stavolta, negli insulti personali.

Ha attratto voti perfino da spezzoni di Sardegna Possibile, uccidendo definitivamente quella esperienza, ricondotta alle solite categorie del “rinnovamento” sì, ma dentro il solito gioco. Ha usato come portatori d’acqua i soliti sovranisti. Non si è ben capito quale futuro ci aspetti, né se questi vecchi politici possano dare risposte ai problemi importanti, ma la cosa non ha preoccupato l’elettorato, che ha rinnovato la fiducia a “Massi” e al suo gruppo di potere, per proseguire con un’etichetta di sinistra una politica di destra, indifferente ai problemi sociali se non come “del sociale”, affrontabili con atti di carità cattocomunista. Complimenti, dunque, a Zedda e ai suoi.

La loro è una spregiudicata partita a carte, che dà grandi soddisfazioni ai giocatori, ma che è costata alla città un aumento del suo spopolamento, la perdita dei collegamenti internazionali, tasse elevatissime sui rifiuti e, soprattutto, l’annichilimento politico. La maggioranza autocolonizzata sarà infine rassicurata dal dover rimandare il momento in cui dovrà affrontare con maturità la propria condizione, che è di crisi, di urgenza, di pericolo, e di impoverimento culturale. Si chiama rimozione, per alcuni versi forclusione, e tutti noi la pagheremo con gli interessi.

Il franchising grillino si muove all’interno di una cornice analoga, di estrema chiusura all’interno di un gruppo di potere ristretto. Sul piano programmatico replica, in un contesto come il nostro, agende politiche e linguaggi che hanno un senso originario in Italia ma solo uno imitativo in Sardegna.

Mettere fra parentesi la nostra condizione di Sardi e cercare di mostrarsi bravi rappresentati di un modello elaborato su un’altra realtà può portare fortuna in un primo momento, vista la totale dipendenza dai media e dal mercato culturale italiano della moltitudine degli elettori, ma è destinato a produrre rapidamente solo clientele o piccoli gruppi di potere, in cerca di riprodurre solamente la propria esistenza (sul modello di SEL).

Contrariamente ad altre realtà, il M5S non è stato in grado di presentare a Cagliari candidature convincenti sul piano delle competenze, e si è mostrato incapace di sviluppare un programma politico che non sia la ripetizione papagallesca dei temi del Direttorio o del Sacro Blog.

Se il vecchio se la passa ottimamente, il nuovo è invece in un bailamme totale. Gli indipendentisti ancora una volta hanno perso. La loro appartenenza e il loro delirio identitario ha ancora una volta prevalso sul loro essere sardi e avere a che fare con una realtà concreta.  Si sono visti ancora come un’avanguardia incompresa senza capire che il loro compito è quello di ogni minoranza attiva, cioè di tessere e creare fili, di creare rete, di aiutare l’emersione di temi legati alla nostra condizione reale. Non quello di adattare la Sardegna ai loro sogni, ma quello di aiutarla a fare dei propri problemi un programma politico.

Il sovranismo, al contrario, sembra sempre di più orientarsi verso la sorte del vecchio sardismo, ancillare verso le grandi coalizioni dominate da interessi diversi e talvolta opposti a quelli della Sardegna. Il sovranismo, che aveva avuto successo alle regionali, oggi è annientato.

A Cagliari, i Rossomori eleggono un consigliere senza nessun legame con il sardismo, se non strumentale, mentre il cosiddetto “partito dei Sardi” elegge un ex-Fratelli d’Italia. Del vecchio Psdaz e del suo ruolo di cargo per spezzoni di destra a soccorso di Zedda, si è detto e non mi sembra che tale partito abbia alcun ruolo positivo. Non è improbabile che la triste vicenda del sovranismo ancillare replichi la triste sorte del Psdaz, ridotto a federazione di clientele. Viene da chiedere a tutti questi sovranisti: che cosa avete fatto per la Sardegna? Per le vostre carriere, è chiaro, ma per la Sardegna – per tutti noi e per la soluzione dei nostri problemi – è chiaro che non avete ottenuto niente.

La vicenda della candidatura di Lobina ha mostrato, per l’ennesima volta, i limiti di tentativi nati in modo troppo ingegneristico e con il fine di non voler cedere il controllo di un’evoluzione che deve essere lasciata aperta a esiti politici e organizzativi propri. Tali tentativi hanno successo solo se si giocano all’interno di un gioco di potere che abbia come interesse unico il potere stesso, come è il caso esemplare del gruppo che sta intorno al Sindaco.

Se si vuole estendere la partecipazione e suscitare nuova politica, bisogna necessariamente fare dei passi indietro nel controllo e contemporaneamente garantire la possibilità a persone di valore e competenti di emergere. Non si può seriamente pensare che per una politica innovativa valgano le regole di una politica conservatrice. Le regole di una politica innovativa si devono inventare, sui manuali di comunicazione politica o nei sacri testi, anche orali, non ci sono.