Si scrive Selk’nam, si legge genocidio [di Gianfranca Fois]

terra del fuoco

Dalle pieghe nascoste della storia escono fuori sempre più numerose le testimonianze di genocidi, avvenuti in diverse parti del mondo, che la maggior parte delle persone non conosce, né mai ne ha sentito parlare.  E’ di questi mesi la richiesta di intellettuali, storici, scrittori, comuni cittadini allo Stato cileno per il riconoscimento del genocidio del popolo Selk’nam avvenuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del XX secolo.

E’ stato lo storico J.L.A. Marchante a dimostrare, col libro Menendez. Rey de la Patagonia, lo sterminio di questo popolo per mano di grandi latifondisti, di avventurieri, di religiosi salesiani ma anche delle autorità dello stato argentino e di quello cileno.

I Selk’nam, detti anche Ona, arrivarono circa 10.000 anni fa nelle estreme propaggini meridionali del continente americano. Rimasero a lungo quasi sconosciuti ai colonizzatori sino a quando nel 1885 Argentina e Cile cominciarono la colonizzazione della Terra del Fuoco, così infatti quella regione era stata nominata dai primi esploratori a causa dei fuochi che bruciavano in continuazione.

Nessuno si mise il problema che quelle terre appartenevano al popolo selk’nam, e fu lasciato campo libero ai detentori di capitali, soprattutto inglesi e tedeschi, investiti nel territorio nell’allevamento del bestiame e nella chiusura di vaste aree con filo spinato. Le recinzioni portarono all’allontanamento del guanaco, un quadrupede simile al lama, che costituiva la base principale dell’alimentazione degli indigeni. Mentre le migliaia di pecore che apparvero improvvisamente distrussero le tane del cururo un roditore anch’esso importante per la loro alimentazione.

Tutto ciò fu causa di importanti modifiche e dell’impoverimento dell’ambiente in cui i Selk’nam erano sempre vissuti, cercarono allora di alimentarsi con le pecore che pascolavano in quelli che ritenevano propri territori dal momento che non avevano il concetto di proprietà privata. Perciò dai proprietari terrieri furono organizzate squadre che si occupavano di allontanare gli indigeni o che organizzavano caccie all’uomo.

Alexander Mclennan, agli ordini di Menendez proprietario di origine spagnola dalla ricchezza incalcolabile, è considerato il maggior assassino di indios. I registri dei salesiani, che avevano la loro missione a fianco al ranch di Menendez, testimoniano che al mattino trovavano spesso corpi di indigeni colpiti in fronte. Veniva pagata una sterlina per ogni indigeno ucciso, dietro la presentazione di una mano o delle orecchie.

Invano il popolo cercò di resistere alla colonizzazione, archi e frecce contro fucili. Dalla ricca documentazione che è stata portata alla luce da Marchante emergono i tratti del genocidio: squadre della morte organizzate dai latifondisti uccisero o catturarono gli indigeni, quelli che sopravvissero furono costretti a lavorare in condizioni terribili nei ranch o furono deportati nelle missioni salesiane di Rio Grande o all’isola Dawson e sottoposti a una forma di sedentarizzazione e acculturazione forzata che, insieme alla tubercolosi e al vaiolo, ne determinò presto la morte.

I bambini di entrambi i sessi invece furono costretti a fare i servi domestici o furono abusati sessualmente. Alcuni inoltre furono condotti in Europa per essere esibiti come animali negli zoo. Dei 3 mila/4 mila indios dell’inizio della colonizzazione ne restavano 100 nel 1920, 25 nel 1945.

Quando fu proposta per la prima volta nel 2007 al parlamento cileno la richiesta di riconoscimento di quanto successo al popolo Selk’nam molte furono le discussioni sull’uso del termine genocidio o sterminio. Non si tratta di una discussione di poco conto. Genocidio infatti si può applicare, secondo l’articolo 2 della convenzione ONU, per gli atti commessi “con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Il riconoscimento di genocidio significa che il delitto non va mai in prescrizione e che si devono risarcire le vittime o i discendenti. Si scelse perciò di usare il termine sterminio. Ora con la richiesta del riconoscimento del genocidio si vuole ristabilire la verità storica, rendere giustizia al popolo selk’nam, alle sue sofferenze, alla sua storia e alle sue tradizioni che devono entrare a far parte di diritto della storia e della cultura cilena. Contemporaneamente si richiede che i resti di tutti coloro che furono deportati possano essere sepolti degnamente nella loro terra di origine.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima.” Sono parole dello scrittore e viaggiatore Bruce Chatwin scritte nel libro Le vie dei canti. Chatwin visitò a lungo l’intera Patagonia cogliendone tanti aspetti, anche contraddittori, che ci consegnano un mondo esotico e affascinante. E, benché non fosse nelle intenzioni dello scrittore, pensando al popolo selk’nam appaiono di un cinismo devastante.

 

Lascia un commento