Gramsci, una filologia «produttiva» [di Alessandro Arienzo]

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Il manifesto, 24 Agosto 2016. Si potrebbe rileggere buona parte della teoria politica del secondo Novecento, non solo marxista, attraverso le interpretazioni di quello straordinario intellettuale e militante che è Antonio Gramsci. Tra gli studiosi italiani più attenti ai mille volti della sua fortuna, Michele Filippini ha recentemente pubblicato il volume Una politica di massa. Antonio Gramsci e la rivoluzione della società (Carocci, pp. 264, euro 26,50).

Uno studio tanto accorto nel ricostruire le diverse tappe teoriche dell’intellettuale comunista, quanto consapevole che l’opera interpretativa è sempre anche una traduzione politica. Filippini analizza i passi dell’opera gramsciana dedicati all’analisi dei mutamenti nel sistema produttivo capitalistico, collocandoli nel contesto della crisi dell’ordine liberale europeo e del progressivo imporsi di una società di massa.

Due sono i temi al centro di questa indagine. Il primo è la scoperta della politicità della sociologia e delle nuove scienze sociali, e quindi il confronto che Gramsci istruisce con autori come Durkheim o Weber. Infatti, pur svolgendo essenzialmente la funzione di consolidare e sostenere la nuova disciplina sociale borghese, questi nuovi saperi gli rivelano le dinamiche specifiche della società di massa e i mutamenti indotti dal nuovo sistema sociale fordista.

Il secondo è l’emergere nel «fordismo» di un nuovo tipo-umano che non è solo il prodotto delle nuove dinamiche produttive, ma è anche il punto di partenza di una nuova teoria marxista della rivoluzione. In questa duplicità di sguardo, Filippini si sofferma quindi sui rapporti di continuità e di opposizione tra le forme del disciplinamento capitalistico e le istanze di autodisciplina operaia.

Gramsci è consapevole che lo studio dei mutamenti indotti dall’irruzione delle masse sulla scena politica mondiale richiede strumenti analitici nuovi. Questo perché l’adesione organica dei partiti di massa alla vita delle masse necessita di «filologia vivente», ossia della capacità di compartecipare attivamente e consapevolmente ai nuovi «sentimenti popolari». Per dotarsi di questa filologia vivente, Gramsci fa propria un’idea di equilibrio proveniente dal confronto teorico tra Bucharin e Bogdanov.

Nell’assumere questo tema, egli però sostituisce al lessico meccanicista di un certo marxismo sovietico alcune suggestioni che gli provenivano dall’organicismo di una parte rilevante della sociologia francese del tempo. In tal modo, egli può studiare la società borghese sia dal punto di vista delle «regolarità», sia da quello delle sue intrinseche divisioni. Gramsci coglie così due grandi processi storici: il prevalere delle politiche di piano sull’iniziativa individuale ed il ruolo crescente degli organismi direttivi collettivi (in particolare i partiti) nella vita politica e sociale. Il futuro del movimento comunista è nella capacità di far convergere l’uso della forza soggettiva-collettiva (il partito) e di quella oggettiva (le nuove forme sociali della produzione e della riproduzione fordista) intorno al tema, per noi ancora decisivo, del «soggetto produttivo».

Gramsci è anche impegnato a contrastare le tesi «elitiste» di Mosca, Pareto e Michels per rivendicare una classe politica, e un partito, che non siano separati ma «organici» al proletariato. Il concetto di organicità è decisivo per comprendere l’insieme delle riflessioni gramsciane sulla società di massa, nonché le relazioni tra le idee di blocco storico, di ideologia e di egemonia. Infatti, l’ideologia intesa come «unità di fede tra una concezione del mondo e una norma di condotta conforme (Q. p.1378)», non deve essere ridotta alla rappresentazione mistificata dei rapporti di potere, ma costituisce una rete di idee e di comportamenti che dà ordine al sociale.

Al blocco storico borghese è allora necessario opporre un più organico rapporto tra partito e masse costruendo e affermando un orizzonte ideologico alternativo. Determinante in tal senso è la funzione di connessione tra Stato e società esercitata dagli intellettuali. Altrettanto lo è, però, la capacità di conformazione delle società di massa che si fonda sul nuovo tipo umano «fordista» subentrato all’individuo liberale.

Le trasformazioni nel processo sociale di produzione impongono una diversa disciplina del lavoro che comporta un più complessivo disciplinamento della società (l’americanismo, in tal senso, altro non è che una declinazione specifica del fordismo). Filippini sottolinea che Gramsci è però attento a segnalare come quest’opera trovi un limite nell’impossibilità dei lavoratori di modellarsi fino in fondo a questo nuovo tipo umano. Nella società capitalistica il nuovo homo oeconomicus non ha, e non potrà mai avere, un carattere definitivo e pacificato. Le spinte a favore di un pieno disciplinamento della società di massa si scontrano quindi con l’ingovernabilità di una forza lavoro che vive questa spinta alla conformità come un’imposizione.

Compito del movimento comunista è allora quello di dare corpo ad una nuova e più effettiva «disciplina interiorizzata» che vive della partecipazione volontaria di ognuno a un nuovo ordine da costruire collettivamente. Un’esperienza di libertà che deve però saper assumere le forme collettive e organizzate della produzione di un «ordine nuovo».

Questo studio ci mostra un Gramsci che dialoga con le scienze sociali borghesi, interessato ad assumerne alcuni snodi problematici per renderli parte di una nuova scienza socialista. Ricordandoci come molte delle questioni che attraversano il nostro confronto quotidiano – l’homo oeconomicus come soggetto produttivo, la produzione capitalistica come produzione sociale, le forme dell’organizzazione politica di massa – attraversano tutta l’opera gramsciana. Un’opera che resta tra i più importanti strumenti di interpretazione e di cambiamento del mondo a nostra disposizione.

 

 

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