Lettera aperta su Giulio Angioni e la sua ostilità verso la lingua sarda e su altro ancora [di Umberto Cocco]

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Colmerebbe un vuoto e forse una reticenza questo sito se ospitasse una qualche riflessione sulla distanza, la polemica, la vera e propria ostilità di Giulio Angioni verso la lingua sarda e ogni forma di politica linguistica. Era uno dei più duri, tetragoni oppositori di ogni tentativo di tutelare e riaffermare il sardo con legge, e nel rispetto delle leggi europee e persino di quella italiana, attraverso gli strumenti – compreso lo standard – usati in ogni altra parte del mondo dalle minoranze che si sono sapute difendere facendo sopravvivere, riaffermando, a volte anche inventando una propria lingua nazionale.

Era, non senza ragione, e in virtù della sua autorevolezza di antropologo, individuato come il primo della schiera di accademici delle università sarde e della cultura ammessa dai giornali che ha eretto una barriera contro il sardo nelle scuole, negli uffici, come condizione per difenderlo anche nella società riaffermandone dignità e ruolo, richiamo identitario e insieme strumento di una possibile modernità.

Lo usava nel suo paese d’origine, a Guasila – ci hanno raccontato gli amici nelle pagine dedicate al suo ricordo – lo ha introdotto nei suoi racconti e romanzi.

Ma né l’una cosa né l’altra gli hanno evitato di continuare a rappresentare e anche simbolizzare la cultura dominante, italiana, soppressiva di ogni altra espressione che non sia utile ai propri vezzi (il sardo come intercalare esotico nella letteratura scoperta negli ultimi vent’anni  dai grandi editori nazionali), esponente di un ceto intellettuale conservatore nonostante la militanza nei partiti della sinistra (o forse a causa di questo), erede della tradizione internazionalista e cosmopolita togliattiana e finanche staliniana, che non tollerava nazioni né piccole né grandi.

Duri attacchi, certo, ma urticante era anche la sua polemica verso il vasto, variegato mondo dei sostenitori della lingua sarda: li biasimava facendone la caricatura, affondava il coltello nelle loro divisioni e credeva di avere buon gioco nel rilevare la frammentazione del sardo e dei “sardisti” come dato che rendeva impossibile ogni politica di tutela, che sarebbe stata solo e inutilmente autoritaria, impositiva di uno standard nel mondo della libertà che è quello della lingua viva: compresa la libertà…. di morire, di una lingua.

Equivocava deliberatamente sull’adozione della Limba sarda comuna da parte della Regione come lingua in uscita della pubblica amministrazione (che non metteva in discussione il diritto di chiunque di scrivere e tantomeno di parlare il sardo nella propria variante), e si allontanò da Soru allora presidente che la propugnava e la fece votare, nonostante fosse Angioni uno degli intellettuali di riferimento all’inizio dell’avventura del fondatore di Tiscali nella politica regionale.

Ero fra gli studenti delle zone interne che si iscrissero a Lettere e Filosofia a Cagliari proprio agli inizi degli anni ’70 (chiedo scusa se parlo in prima persona, ma mi serve per dire che non mi fa velo nessuna ostilità o diffidenza o altro sentimento negativo verso Giulio Angioni, nel ricordarlo anche per queste forme di chiusura): venivamo dai licei di Nuoro ed eravamo in gran parte figli di pastori, parlavamo anche noi in sardo per esempio nelle sezioni del Pci e poi nei consigli comunali (nelle sezioni sardiste si parlava in italiano).

Avevamo avuto la fortuna al classico di avere conosciuto e avere avuto per docente sia pure per poche ore al giorno Raffaello Marchi (Storia dell’arte), negli stessi anni nei quali era il punto di riferimento in Barbagia anche per Clara Gallini della quale diventò amico e collaboratore. Ma né in quella scuola né in altre credo che allora ci dessero alcuna consapevolezza dell’appartenenza a una cultura che poteva stare a testa alta nel confronto con il mondo, senza essere rimossa, anzi.

Così a Cagliari trovammo Giulio Angioni che studiava i pastori e i contadini sardi e del vasto mondo mentre ci sembrava che ce ne dovessimo dimenticare, lasciando nel paese il padre e il bestiame che magari a fine settimana tornavamo noi stessi ad aiutare (il padre) e curare (il bestiame), ma come in una marginale residua coda del passato che presto avremmo seppellito. (Riguarda anche molti studenti il percorso di  Angioni per come lo ricostruisce mirabilmente Silvano  Tagliagambe su questo sito).

Mentre la faccia della modernità era Ottana, la classe operaia, i miei compagni delle medie che diventavano tecnici dell’Anic, sapevano tutto delle fibre chimiche, tiravano fuori pantaloni e camicie dal petrolio, con nostra meraviglia… Formavano le sezioni di partito e i sindacati, ci guidavano loro nei percorsi della cultura, nelle strade del progresso e della tecnica che avrebbe cambiato il volto delle nostre comunità.

Giulio Angioni metteva insieme i due mondi che allora sembravano respingersi a vicenda, ovviamente con il primo, il primordiale, pastorale, destinato a soccombere. Era nei suoi libri, e in quelli degli autori che faceva studiare, il vaccino contro ogni presunzione di superiorità nella quale si capovolge spesso il contrario, il senso di inferiorità. Si affacciava in Sardegna il folclore a uso dei turisti – una storia che continua, magari nella letteratura italiana anche migliore fra quella prodotta dai sardi – il folclorismo e l’esotismo come surrogato della cultura, che sembrava poter riempire un vuoto e far reagire allo spiazzamento della modernità.

Temo che la lingua abbia fatto le spese di quest’ansia dell’accademia e della classe dirigente della Sardegna, e del ceto intellettuale diffuso. Mi sembra che non abbiamo saputo ergere difese contro il folclorismo che ci sommergee e che forse una difesa della lingua attraverso politiche serie avrebbe potuto mettere un argine a quella degenerazione.

Quattro ragazze in costume sardo accoglievano gli ospiti alla Notte dei Licei, l’altra sera al Classico di Nuoro, mentre nell’aula magna altri recitavano Eschilo, leggevano brani di Salvatore Satta, di Montanelli. E richiesti di fare un tema sul pastoralismo qualche anno fa, nello stesso liceo scrissero di tutto: dei Mamuthones, del carnevale di Ottana, de sas pinnettas recuperate in Ogliastra per le escursioni dei turisti, del muralismo di Orgosolo. Nessun saggio chessò, sul Consorzio di tutela del pecorino romano, sull’industriale caseario di Bortigali, un richiamo alla realtà vera dei pastori oggi.

E’ evidente che l’analfabetismo dei sardi, le loro difficoltà a scuola e poi dopo nella vita professionale e nella.. disoccupazione, la dispersione scolastica, siano figli di una cancellazione sistematica delle fondamenta della nostra cultura, della violenza che si esercita ancora oggi su chi parla il sardo a casa e che a scuola invece non può, non deve, è disdicevole, la professoressa non capirebbe, e nemmeno la lavagna elettronica.

Semplifico troppo, mi rendo conto, banalizzo. Ma avrei bisogno di leggere qualcosa, e mi sembrerebbe rispettoso della memoria di Giulio Angioni non tacere su questo aspetto della sua vita di studioso.

Mi piacerebbe per esempio che Silvano Tagliagambe, che ha scritto due bellissimi articoli di recente su SardegnaSoprattutto, uno su Tullio De Mauro e uno su Angioni, riflettesse sul percorso di entrambi: la distanza che mi sembra abissale fra il linguista e l’antropologo (ne ha scritto Alessandro Mongili) e non semplicemente in materia di lingua e dialetti, ma per la enormità delle implicazioni che sono poste dalla questione della lingua.

De Mauro era un intellettuale di sinistra, dell’area Pci, fu ministro della Repubblica, nessuno più organico di lui al pensiero da cui originerebbe la condanna alla subalternità delle lingue minoritarie, delle culture e delle piccole nazioni. Non è interessante capire cosa sia successo in Sardegna in particolare?

 

8 Comments

  1. giovanna casagrande

    complimenti, parlare in prima persona non significa parlare “di sé” ma di una generazione, di un paese, di una storia collettiva

  2. clara farina

    gratzias Umberto pro sa boghe tua libera e limpia. Sa veridade no cheret ne cuada ne timida

  3. Mi agradat cust’articulu, ca nos ammentat chi est propriu beru chi semus “cultura subalterna”comente naraiat Angioni e totu, isse chi est istadu un intellettuale mannu, ma isse puru est bistadu espressione de cussa subalternidade mascamente culturale, est importante de aer cumpresu custu e gratzias a Cocco pro nollu aer ammentadu, chissà si amus mai a bider una classe politica e culturale chi no siat subalterna, ma fintas chi sa cultura e sa limba nostra no intrat in totu sos grados de s’iscola, chin paridade e nessi a mes’apare custu no at a esser possibile.

  4. Cristina Lavinio

    Vedo che si diffonde una nuova moda di dubbio gusto: attaccare qualcuno che non può più rispondere perché appena scomparso. Questo fa il paio con l’attacco a Tullio De Mauro fatto, il giorno dopo la sua scomparsa, dal “gruppo di Firenze” (un gruppo di 4 persone) e che è poi riuscito a far firmare un insulso documento sull’italiano a scuola da 600 professori (alcuni dei quali hanno ritirato la propria adesione quando hanno capito con chi avevano a che fare). Complimenti.

  5. umberto cocco

    Ho sentito la professoressa Lavinio a Radio3 l’altro pomeriggio, chiamata a discutere con altri proprio dell’appello dei 600 professori sul semi-analfabetismo degli studenti: è sfuggita al tema sottilizzando sul fatto che i 600 firmatari non fossero tutti…. docenti universitari. “Tre non lo sono” si è sentita rispondere. Lì non ha speso una parola a difendere De Mauro, che non mi sembra fosse sotto l’attacco che lei denuncia, né in quella circostanza né nell’iniziativa dei 600. Non è meglio stare al merito delle cose, anche a proposito di Angioni? Ho scritto che mi stupiva il silenzio, nei molti ricordi dell’antropologo, sulla parte da lui avuta nella polemica riguardo alla lingua sarda. Forse in contraddizione con De Mauro è Cristina Lavinio, o siccome il linguista è morto non se ne potrà discutere? Strana teoria per una studiosa, che dei morti non si debba parlare con senso critico, sino a quello che lei considera – a torto – un attacco. Complimenti a lei! Mi sembra che voglia mettere il bavaglio a troppa gente.

  6. Cristina Lavinio

    I giornalisti dovrebbero avere a disposizione tutti i dati e le informazioni relativi agli argomenti di cui trattano, prima di addentarvisi come nella replica qui sopra. Nel documento dei 600 non erano certo in discussione, almeno esplicitamente, le posizioni di De Mauro, che anzi è stato ampiamente citato anche dagli altri presenti in trasmissione, ricordandone le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica. E ad eccezione naturalmente di un certo prof. Ragazzini, del cosiddetto gruppodiFirenze, promotore della raccolta firme per l’insulso documento di cui si parlava e autore, a un giorno dalla scomparsa di De Mauro, di un volgarissimo attacco nei suoi confronti, dello stesso tenore di quello che E. Galli della Loggia ha prodotto qualche giorno fa sulle pagine del “Corriere della sera”. Si può aggiungere al riguardo che almeno Galli della Loggia ha avuto il buon gusto di aspettare un mese. Qui non si tratta di mettere il bavaglio a nessuno (ci mancherebbe!), ma di chiedere rispetto per chi, appena scomparso, non può rispondere. I suoi lavori (di De Mauro come di Angioni) e le sue posizioni andranno poi giustamente rivisitati e magari criticati, ma con la debita attenzione critica e argomentata, citando in maniera precisa e documentata testi e documenti, anziché basarsi solo su voci e mugugni raccolti qua e là e magari senza neanche avere conosciuto direttamente le persone di cui si parla . Come mi sembra sia il caso di questo articolo sconclusionato e a cui preme solo, ancora una volta, difendere la Limba Sarda Comuna, in modo lontano da qualunque senso di realtà, cercando e personificando capri espiatori (Angioni sarebbe il responsabile primo o quasi del suo mancato attecchire) e senza capire che se i sardi (a parte alcuni appassionati tifosi) non ne vogliono sapere di questa LSC, una qualche ragione ci sarà.

  7. Cristina Lavinio

    PS: dimenticavo: chiedersi e chiedere (come dovrebbe sapere fare un buon giornalista) chi faceva parte della commissione che a suo tempo discusse con l’assessore regionale alla cultura, fino al suo varo, la legge regionale n. 26 del 1997, che è tuttoggi una legge ben più avanzata della nazionale 482 di poco tempo dopo. Tanto per scoprire quanto siano prive di fondamento le presunte ostilità di Angioni a qualunque forma di politica linguistica…

  8. umberto cocco

    Nella coda c’è la sentenza (“la legge regionale 26 è tuttoggi una legge ben più avanzata della nazionale 482”) , che colloca la polemica professoressa lei sì in un campo preciso, lei più tifosa di me, più apodittica, sicura sino allo sprezzo delle altrui posizioni e finanche delle leggi nazionali e regionali che non condivide (perché affermano che il sardo è una delle 12 lingue minoritarie parlate nel territorio italiano, e che l’amministrazione pubblica deve poterlo usare in Sardegna nei suoi atti).
    Del tutto legittimo, e risaputo, fra l’altro. Ma c’è bisogno di affermarlo con la volontà di offesa e il livore che si manifestano nei post qui sopra? Io ho conosciuto e stimato Angioni, conosco i libri dell’antropologo e la parte pubblica del suo impegno politico, compresa la polemica sulla lingua. Mi sembrava che si dovesse parlare anche di questa, mi interessava il parere di Silvano Tagliagambe che negli stessi giorni si è trovato a scrivere articoli su Angioni e De Mauro, che avrebbero potuto aprire interessanti riflessioni su analogie e differenze nell’affrontare la questione della lingua da parte dell’uno e dell’altro dei due intellettuali allora appena scomparsi.Non credo di avere mancato di rispetto. L’intemperante docente lo fa con me qua sopra in ripetuti passaggi. Ma pazienza.

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