Energia elettrica da termodinamico solare? Un futuro che è già passato [di Laura Cadeddu]

Termodinamico

La Sardegna suo malgrado si trova a fronteggiare un’ulteriore insidia ambientale con pesanti risvolti economici e sociali, che si assomma a quelle già presenti e irrisolte. Si tratta di tre (per ora) progetti per impianti CSP, cioè campi di specchi per l’ottenimento di energia elettrica dal termodinamico solare, ciascuno abbinato alla sua relativa centrale termoelettrica, serbatoi per il fluido termovettore, e strutture opere connesse.

Dobbiamo evitare che queste proposte divengano un futuro reale, vediamo perché. Se a prima vista tali progetti possono sembrare un positivo progresso per la sostituzione dell’approvvigionamento energetico dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, un esame più attento ne mostra pesanti criticità, insostenibili per l’ambiente: gli impianti andrebbero a ricoprire oltre 570 ettari complessivi di suoli attualmente in uso all’agricoltura o all’ambiente naturale, areale che inoltre andrebbe sottoposto a una irreversibile trasformazione geomorfologica per ospitare le opere, tra imponenti sbancamenti per l’appianamento in vasti terrazzamenti, e gli scavi per le fondazioni di tipo profondo.

Esplicitiamo i problemi: la conversione di terreni da agricoli-naturali in urbani-industriali realizza la perdita di un’importantissima matrice ambientale. Il suolo: le dimensioni della perdita di suolo nel mondo, in Europa, in Italia e anche in Sardegna, rappresentano un’ulteriore drammatica emergenza ambientale alla quale da tempo si cerca di dare risposte anche a livello legislativo; tuttavia resta ancora poco nota e poco compresa rispetto ad altre, come il cambiamento climatico, mentre la perdita dei suoli potrebbe essere un processo addirittura più difficilmente reversibile.

Nel caso di specie, gli areali richiesti rappresentano l’estensione di una cittadina di 50-70. 000 persone con media densità abitativa, creata ex-novo in tre aree da 227, 269 e 70 ettari, più servizi connessi. Perché tali suoli sono così importanti, anzi preziosi, qui in Sardegna? Perché la Sardegna ha pochi suoli profondi, mentre il clima spesso siccitoso rende poco produttive le vaste estensioni rocciose, i monti e i colli acclivi che caratterizzano una buona parte dell’isola. Questi impianti porterebbero con sé altre criticità, ne citiamo brevemente alcune: problemi per la circolazione delle acque superficiali e sotterranee, problemi più generali di assetto idrogeologico, problemi per la fauna, problemi di pianificazione territoriale per i comuni coinvolti, nonché l’esproprio dei terreni per allevatori, agricoltori, e le aziende agricole e zootecniche presenti!

A fronte di ciò, va ribadito che il passaggio dai combustibili fossili alle energie che provengano da fonti che siano, allo stesso tempo, rinnovabili e sostenibili, va attuato il più velocemente possibile, con i mezzi già oggi disponibili sul mercato, senza aggiungere ulteriori danni ambientali come quelli che apporterebbero questi impianti, mal collocati, mal programmati, insufficientemente progettati, che approfittano dell’etichetta di “rinnovabile”: valida però per la fonte energetica, il sole, e non per tutte le altre matrici ambientali coinvolte, che verrebbero perse una volta e per sempre.

Gli impianti in questione inoltre sono di tipo ibrido, ovvero nei periodi in cui non è possibile l’utilizzo degli specchi o di insufficiente insolazione o durante i fermi programmati, per la produzione energetica interverranno come vicarianti gli impianti a combustibili fossili.

Rispetto alla tecnologia odierna i CSP non rappresentano più proposte d’avanguardia per il prossimo futuro ma strumenti già superati e legati al passato: l’unico vantaggio che il CSP presentava rispetto alle altre fonti rinnovabili, era la possibilità di erogare energia anche in assenza d’insolazione, distaccandosi quindi in parte dall’aleatorietà della fonte, ma oggi sono disponibili sul mercato nuovi sistemi d’immagazzinamento dell’energia altrettanto o anche più efficienti del CSP. Sui due progetti più impattanti sono stati chiamati a esprimersi il Ministero dell’Ambiente (MATTM) e quello dei Beni Culturali (MiBACT), che hanno dato parere divergente sull’argomento, sarà quindi deciso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Proprio il Ministero dell’Ambiente ha dato parere positivo per entrambi i progetti, tramite un proprio organo che si esprime a maggioranza (la Commissione Tecnica di Valutazione di Impatto Ambientale) composto da diverse figure professionali: da una disamina delle competenze si rileva che nell’insieme compongono un assortimento non commisurato alla valutazione di impatti di questa portata.

Tuttavia tali pareri positivi sono stati emessi, benché condizionati da prescrizioni e richieste di adempimenti obbligatori, difficilmente realizzabili, anche preliminari agli impianti; adempimenti che appaiono piuttosto stringenti, ma, come dimostrano tanti casi, compreso il caso Fluorsid, la procedura dei controlli è sempre piuttosto lasca, e le eventuali mancanze sono sanzionate con poco; inoltre, seppure accadesse il caso fantascientifico che si comminasse la sanzione del blocco del progetto, a lavori iniziati il ripristino dello stato dei luoghi sarebbe virtualmente impossibile. In altri termini: gli adempimenti richiesti non sono effettivi, appaiono più un “coprirsi le spalle” da parte della Commissione VIA.

Per progetti di così ampia portata sarebbe stato d’uopo che il Ministero dell’Ambiente chiedesse una consulenza direttamente a un suo istituto che da anni si occupa per l’appunto anche delle ricerche e dei controlli sull’ambiente e sui suoli, pubblicando annualmente un interessante rapporto sul consumo dei suoli in Italia completato da saggi divulgativi: è proprio quell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) chiamato in causa anche in questi ultimi giorni per l’affare Fluorsid (l’Istituto ha svolto sull’impianto controlli concordati, e non a sorpresa, trovando tuttavia elementi di illegittimità ai quali non si diedero però conseguenze reali): tuttavia tale ente non è stato coinvolto dal Ministero nelle valutazioni relative ai progetti.

Per evitare però che tale Istituto possa negare di essere a conoscenza di quanto è in ballo, si è deciso di inviare all’ISPRA delle comunicazione ufficiali: per impulso del comitato scrivente da gennaio più comitati e associazioni, nonché singoli, hanno inviato mail e PEC (Posta Elettronica Certificata) ai vertici dell’Istituto, e infine il 23 maggio 2017 una PEC è stata indirizzata ai vertici dell’ente, cioè al Commissario pro tempore prof. Bernardo De Bernardinis, al Direttore Generale e nuovo presidente designato dott. Stefano Laporta, ma anche, per conoscenza, a tutta la dirigenza dei vari dipartimenti dell’ente, in particolare ai dipartimenti dell’ente che si occupano della salvaguardia e monitoraggio del suolo, nonché alla Presidenza del Consiglio e al MATTM; la comunicazione è stata firmata da cittadini (tra cui vari proprietari dei terreni coinvolti e di aziende agro-zootecniche), professionisti, comitati e associazioni.

Finora dall’ente nessuna risposta: ci si augura che abbia almeno messo in campo qualche azione, e che le professionalità al suo interno non contraddicano quanto affermato nei vari scritti ed eventi divulgativi. Ci si potrebbe domandare se all’ISPRA sia riconosciuta la capacità esprimersi autonomamente oltre l’impulso ministeriale: ebbene sì, sia secondo lo Statuto dell’ISPRA (promulgato con Decreto Interministeriale 28 dicembre 2013), vedi comma 1 dell’art. 1, art. 2 c.1, c.3, c.4, nonché nella recente legge 132/2016 istitutiva del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente, entrata in vigore il 14.01.2017, del quale l’ISPRA fa parte perfino con la qualità di coordinatore delle agenzie regionali e varie: dice la legge all’art. 4 comma 3 che: “L’ISPRA svolge funzioni tecniche e scientifiche […] sia a supporto del Ministero […], sia in via diretta tramite attività di monitoraggio, di valutazione, di controllo, di ispezione […].”: “Per quanto attiene alle attività conoscitive ed ai compiti di controllo, monitoraggio e valutazione, l’Istituto […] svolge, direttamente e […con altri enti…], attività di monitoraggio e controlli ambientali […]”.

Anche il Dott. Stefano Laporta, presidente designato dell’ISPRA dalla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, nell’audizione di candidatura presso la Commissione marca l’orientamento verso l’autonomia dell’Istituto dal Ministero.

Si noti infine che all’art. 2 c.5b dello statuto dell’ISPRA gli vengono assegnati anche compiti di consulenza strategica e assistenza tecnica e scientifica verso altre amministrazioni dello Stato nonché le regioni, quindi la Regione avrebbe potuto chiamarlo in causa per una consulenza scientifica sulla vicenda (può farlo ancora per irrobustire il rigetto già ampiamente espresso in sede di valutazione di impatto ambientale, anche corroborato dai restanti enti e servizi che fanno capo alla stessa Regione, finanche dai comuni coinvolti), consulenza che verosimilmente avrebbe  necessariamente cambiato il parere espresso dalla CTVIA.

Ora l’ISPRA dovrebbe solo mettere in pratica quanto gli è prescritto e consentito, nonché quanto gli dovrebbe appartenere come “spirito”, per puro orgoglio professionale e dirittura morale dei suoi dipendenti, ed esaminare con cura la problematica di questi oltre 570 ettari complessivi destinati a diventare tre nuove zone industriali, assolutamente non necessarie, invise e osteggiate dalle comunità nelle quali dovrebbero essere insediate.

La questione della valutazione dei progetti, che scorre sotterranea mentre si sviluppano i processi decisionali, è tornata d’attualità il 5 luglio scorso, a seguito dell’interrogazione del parlamentare Roberto Capelli al ministro Galletti sull’argomento; l’interrogazione è stata incentrata solo su uno degli impianti a esame ministeriale, inoltre si è limitata a interpellare il parere del ministro, che, come ampiamente previsto, non poteva che uniformarsi (forse con intima soddisfazione di commercialista dell’ambiente) al parere positivo della Commissione Tecnica VIA.

Eppure la questione seguiva una domanda allo stesso ministro sul precariato all’interno dell’ISPRA, e precedeva un’altra domanda sul dissesto idrogeomorfologico in Italia: occasione quanto mai propizia per collegare i temi, e chiedere in modo assai più penetrante al ministro come mai su un problema che interessa una pianificazione di così ampia portata ed estensione, e con risvolti sulle problematiche dell’assetto idrogeologico, non fosse stata chiesta una consulenza proprio all’ISPRA, e anzi richiederne un intervento attivo.

Nella replica dell’on. Capelli, successiva alla risposta del ministro, sarebbe inoltre stato bene contestare alcune scorrettezze da egli proferite: ad es. il ministro Galletti ha parlato della prreferer=http://www.sardegne ambientale che in realtà non lo sono (la compensazione ambientale è definita per legge), poiché riferite a opere parte integrante del progetto, inoltre ha svalutato il parere negativo del MiBACT come dovuto a un insufficiente informazione, mentre questo si è espresso con parere motivato in tutte le sedi.

Sarebbe stato interessante vedere il comportamento dell’Istituto che, pur in crisi attualmente per quanto riguarda i posti di lavoro e il precariato, ha fatto della difesa dei suoli e del dissesto idrogeologico alcuni dei suoi argomenti preferiti di divulgazione e discussione, misurando anche i suoli sottratti all’ambiente dalle installazioni fotovoltaiche industriali e dai CSP.

*Geologa Referente per il Comitato No Megacentrale

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