La grazia dello stato nascente, sembra non soffiare su “Liberi e Uguali” in Sardegna [di Umberto Cocco]

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La grazia dello stato nascente, sembra non soffiare su “Liberi e Uguali” in Sardegna, la  condizione felice e l’incanto, la forza bruciante degli innamoramenti, del trasporto entusiastico, la grandezza degli orizzonti e il sacrificio di sé che accompagna le cose nuove, insperate e necessarie, attese.

Accade, certo, che gli tocca di nascere alla vigilia della competizione elettorale, quando tutto va semplificato, affrettato, vanno trovati slogan, più che politiche, e messo l’accento su quel non si è più che sulle  prospettive da costruire, in Italia, in Europa, nel mondo. E vanno trovati candidati: pochi, subito, disponibili, qualcuno da eleggere, da mettere in alto nelle liste proporzionali, ed è sempre una parte rognosa della vita dei partiti, dovunque, una inevitabile necessità di valutazioni e giudizi, ambizioni e frustrazioni, anche miserie umane.

Ma sta prevalendo in Sardegna la discussione sull’ultimo punto, slegata da ogni forma di proposta politica, da ogni ricerca di originalità e del particolare radicalismo che è necessario alla forza che si costruisce, con un suo profilo regionale, senza che diventi velleitaria, propagandistica, minoritaria per vocazione: la ricerca di ancoraggi a sinistra nel tentativo di riportare al voto chi ne è stato allontanato per l’involuzione del Pd, ma in un mare aperto e nel mondo e nell’Europa dove sinistra non ne esiste quasi più, sicuramente non esiste sinistra vincente, e dove le classi sociali che si vogliono rappresentare, i poveri, i marginali, i precari, guardano altrove, non dalla parte delle vecchie bandiere del movimento operaio e socialista.

Non credo che si potrà fare una campagna elettorale senza parlare della Sardegna se non alla larga – i suoi rapporti con il governo, autonomia, indipendenza, insularità, grado di europeismo – senza tenere conto di chi governa la Regione e le città sarde, perché sono amici, compagni, con cui si sta facendo la legge urbanistica che autorizza cemento nelle coste, e con cui si è fatta in consiglio regionale la spartizione di 40 milioni di soldi pubblici distribuiti fra consiglieri di maggioranza e opposizione (quando ne basterebbero 10 all’anno per cancellare i costi di trasporto degli studenti pendolari per raggiungere le sedi delle loro scuole, che forse sono una delle cause del record sardo in Europa (!) – insieme alla Sicilia – per la dimensione della dispersione scolastica).

Parlarne, almeno. Magari per decidere che non si sfascia niente in questa fase, per dire che la giunta Pigliaru non va tanto male come i sardi credono, e che aumenta l’occupazione (?!), e prende corpo una Sardegna che noi non riusciamo ancora a vedere bene. Ma si può immaginare che verrà consentita questa finzione di non entrarci niente con gli assetti di potere e le politiche regionali, in una campagna elettorale politica sia pure nazionale?

L’idea che “Liberi e Uguali” possa avvantaggiarsi di un tranquillo trasloco di elettori e voti dal Pd alla nuova lista senza criticare il Pd, nel suo profilo nazionale, ma anche in quello sardo, oltrazisticamente renziano, è una illusione trasformistica, da furbizia, senza respiro.

L’impressione è che le tre componenti che costituiscono “Liberi e Uguali” (tre pezzettini di partito), facciano una guerra di posizione fra loro, a chi conterà dopo, da parlamentare  e dirigente. E dunque riproducono modalità che stanno trasferendo dalle precedenti esperienze, senza confondersi e annullarsi e rinnovarsi nel confronto senza rete.

Così chi viene nel campo di “Liberi e Uguali” a piedi, senza un posto prepagato in uno dei tre torpedoni che ci sono confluiti, non lo trova aperto, non ha nessuno spazio, trova cose già decise, che vengono fuori poi nemmeno troppo esplicitamente (se non fosse stato per la componente di Sinistra Italiana che con Antonello Licheri non ha fatto finta che non ci fosse una proposta di candidature), a pezzetti, con calcolata scansione territoriale, generazionale, di genere, il giovane, la donna, ciascuno con la propria proposta preconcordata, come nelle peggiori tradizioni dei partiti d’origine, finendo con il candidare ciascun partitino i propri leader (escluso anche in questo caso Sinistra Italiana), che sono di norma quelli della prima ora, o i consiglieri regionali, o il parlamentare uscente.

E il criterio per le candidature, letto con sobria essenzialità l’altra sera a Oristano per fare innanzitutto liste aperte (al primo punto è scritto proprio così: liste aperte)? …Be’, aperte nella loro composizione generale, che vuol dire riempire le liste con donne, giovani, intellettuali, indipendenti…..ma eleggere i propri, se ci sarà da eleggere.

Non c’è niente di scandaloso, non siamo alla proposta di candidatura per  l’elezione di parenti, fidanzate, amici di famiglia, cosa che accade nel Pd senza scandalo ormai da qualche anno. E una direzione politica va esercitata, e chi fa politica ha una qualità in più e non in meno degli altri.

Ma il punto è che senza politica, si fa come tutti gli altri. E bisognerebbe invece partire da lì, perché nel fuoco dell’iniziativa politica si formano i candidati, anzi, prima i dirigenti. Nel vuoto, dirigenti e candidati vengono né più né meno dagli stessi contesti del Pd e di Sel, gruppi costituiti, ferrei nella loro esclusività, correnti personali, nessuna forma di vita democratica, correntismo e direzioni autoritarie che tengono alla larga ogni possibile dissenso e con questa possibilità anche consensi, adesioni, la freschezza delle novità.

Non c’è troppo tempo per provare a cambiare passo.

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