Flick: la pandemia e la pari dignità sociale nella città [di Michele Roda]

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https://ilgiornaledellarchitettura.com/web/2020/04/17. Emergenza vs diseguaglianze e conflittualità, relazioni personali vs digitali, globalismo vs profitto: intervista con Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, già ministro della Giustizia.

«Questa emergenza ci aiuta a ricordare come le città – con una competenza già oggi ed in futuro necessariamente ben più ampia di quelle della città tradizionale – abbiano nel loro DNA l’esigenza di gestire la convivenza riducendo la conflittualità. Proprio a tal fine gli architetti hanno il compito di mettere in relazione la città degli uomini con la città delle pietre e di realizzare l’equilibrio tra gli spazi urbani dedicati rispettivamente all’uso privato, a quello pubblico e al godimento comune. La situazione che stiamo vivendo ci deve spingere ad una riflessione su questi temi e sulle loro premesse».

Giovanni Maria Flick, 79 anni, professore di diritto penale, presidente emerito della Corte costituzionale, già ministro della Giustizia nel primo governo Prodi, è un attento e critico osservatore dei risvolti sociali delle questioni urbane. Recentemente ha pubblicato un libro (Elogio della città? Dal luogo delle paure alla comunità della gioia), da noi recensito, il cui titolo, riletto oggi, sembra un auspicio per il futuro. Sulla città in tempi di Coronavirus ha scritto un saggio che viene pubblicato in questi giorni da La Nave di Teseo (in un e-book che conterrà interventi di Franco Purini, Salvatore Settis, Margherita Petranzan e Luca Bergamo). Un’intervista con Flick è un modo per portare la città al centro del dibattito, in questo momento di tempo sospeso, in cui l’emergenza sanitaria prima ed economica poi sembra travolgere tutto.

Professore, l’attuale emergenza sta modificando radicalmente percezione e fruizione delle nostre città. Quali sono gli elementi più rilevanti del fenomeno? La risposta muove da una premessa che condiziona tutti gli aspetti di questa riflessione: la necessità di distinguere l’eccezione dall’emergenza. La prima è una deroga “ordinaria” alla normalità delle regole. La seconda è una situazione in cui l’eccezionalità e la deroga alle regole sono legate ad un contesto temporaneo e particolare di necessità.

L’eccezione – come si dice – “conferma la regola”; non così invece l’emergenza. Insomma, l’eccezione è una deroga “normale ma minoritaria” alla regola. L’emergenza è una “situazione temporanea” destinata a venire meno con la scomparsa delle sue motivazioni in fatto; quindi richiede il ritorno alla normalità delle regole. Soprattutto in situazioni drammatiche come quella del Coronavirus che stiamo vivendo nelle nostre città, vi può essere la tendenza a confondere fra loro l’emergenza e l’eccezione. Con conseguenti timori e problemi rilevanti per un futuro in cui, scomparsa l’emergenza, potrebbe tuttavia restare l’eccezione, soprattutto con riferimento alla compressione dei diritti fondamentali.

Quest’ultima può essere entro certi limiti necessaria nell’emergenza; ma non può diventare un’eccezione “ordinaria” alla regola generale. Tenendo conto di questa premessa, due aspetti dell’impatto fra città ed epidemia sembrano oggi prevalenti fra i tanti, nel contesto tipico urbano. Il primo riguarda il fatto che la città è una realtà che organizza ed eroga servizi, materiali ed immateriali che siano. Qualcuno, in questo senso, paragona impropriamente la città ad un’impresa, con il rischio di esaltarne soprattutto la dimensione del profitto. Tra i servizi da organizzare in maniera efficiente c’è quello relativo alla sanità, che intendiamo sia come diritto personale e fondamentale di ciascun individuo alla propria salute, sia come interesse collettivo alla salute di tutti.

In quest’ultimo aspetto emerge la componente della solidarietà verso il più debole, che connota e delimita il diritto del singolo alla salute e correlativamente quello alla sua capacità di autodeterminazione ed il suo consenso necessario per un trattamento sanitario. Quindi – come ci insegna l’articolo 2 della Costituzione – la salute è un diritto che riguarda ciascuno di noi, in una duplice direzione: degli altri verso di me e mio verso gli altri. Le criticità e i contrasti emersi in questo periodo nell’erogazione dei servizi sanitari preoccupano perché rischiano di trasformarsi, nelle nostre città, in fattori di scontro e competizione tra centro e periferia, tra Stato e autorità locali.

Rischiano di accentuare una dimensione “istituzionale” della città in senso deteriore; nel senso cioè di una realtà giuridica in frequente contrasto con altre realtà con essa concorrenti (lo Stato, la Regione e la Provincia ove c’è ancora) per compiti, attribuzioni e responsabilità; nel senso attualizzato e soprattutto burocratico di una polis come centro di potere politico e giuridico.

Il secondo aspetto, invece? La città non è soltanto un ente erogatore di servizi. Ma anche – è ancora la Costituzione a spiegarcelo – una “formazione sociale ove si svolge la personalità”, si riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili e si richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. In questa dimensione, dunque, la città ha il ruolo di coltivare le relazioni sociali, affrontando e cercando di risolvere i molteplici problemi della convivenza e gestendo le inevitabili conflittualità.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di una città giusta, di una città per tutti, di una città inclusiva e partecipata; non quello di una “coesistenza armata”, o al più di una “non belligeranza” tra ghetti dei ricchi e ghetti dei poveri. Nella fase che attraversiamo la dimensione essenziale del contatto personale viene radicalmente messa in discussione, nel tentativo di ridurre il pericolo di contagio della pandemia provocato dal contatto umano (l’unico in sostanza e finora indicato dalla scienza, in attesa di scoprire un vaccino).

Oggi stiamo cercando di supplire a queste relazioni di necessità interrotte accentuando quelle tecnologiche e digitali. Lo facciamo anche per le grandi istituzioni del paese, ad esempio con la sperimentazione del voto a distanza, come si è cercato di fare con il Parlamento e come si è recentemente deciso di fare per la Corte Costituzionale e l’amministrazione della giustizia. Credo che però sia necessario essere cauti e attenti a questo fenomeno: la necessità di limitare il contatto sociale rischia di trasformarsi in un’esaltazione pericolosa delle relazioni esclusivamente digitali.

Dobbiamo allontanarci dalla suggestione di una città solo tecnologica, dominata da digitalizzazione e dematerializzazione, che rischia di farci dimenticare quello che è il DNA delle relazioni umane, attraverso il dialogo, il confronto, il contraddittorio e, se necessario, lo scontro. Prime a soffrire sarebbero l’umanità e la democrazia.

A quale periodo della storia possiamo accostare il momento attuale? Ce ne sono stati tanti; le epidemie hanno sempre scandito la storia dell’uomo. Dalla peste di Atene a quella Antonina del primo impero romano o alle successive che hanno squassato le città: da quella del Trecento raccontata dal Boccaccio a quella seicentesca, magistralmente narrata dal Manzoni. Fino all’epidemia più recente, alla fine della prima guerra mondiale, la cosiddetta spagnola (chiamata così perché la Spagna era l’unico grande paese europeo non in guerra, da cui potevano arrivare quindi le notizie).

La storia dell’umanità e della città è caratterizzata prevalentemente da angoscia e paura. Le mura venivano costruite per difendersi dai pericoli esterni. Ma ci sono anche aggressioni che avvengono dall’interno, che mettono a rischio il nostro vivere insieme. Le epidemie rientrano in entrambi casi; la danza macabra rappresentata più volte nel medioevo – con l’incontro tra la carovana festante dei cacciatori e la processione degli scheletri – restituisce un’immagine efficace della città, delle sue paure e del tentativo di esorcizzarle con le processioni religiose o con le danze, o con il lavoro e con le istituzioni, come nella rappresentazione del “buon governo” delle città e delle campagne proposta da Ambrogio Lorenzetti.

Le città possono morire – si dice – per l’occupazione di esse da parte di chi viene da fuori; per il loro abbandono da parte degli abitanti; per una specie di Alzheimer collettivo con la perdita della memoria del loro passato. Ma possono morire anche a causa delle epidemie. Ne è testimonianza la caduta di Roma, che era la grande metropoli del primo secolo dopo Cristo descritta dal Carmen saeculare di Orazio e divulgata dall’Inno a Roma di Puccini, di mussoliniana memoria: “Sole che sorgi libero e giocondo… tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggiore di Roma…”. Le cause di quella caduta – fra cui le invasioni barbariche, la peste Antonina (il vaiolo) e quella di Cipriano – non sono poi così lontane dal turismo “mordi e fuggi”, dalla speculazione edilizia di tutti i colori, dalla pandemia del Coronavirus di questi tempi.

Si sarebbe mai aspettato oggi un evento globale di questa portata? Ormai è da qualche tempo che molti esprimono perplessità rispetto ad un percorso della storia umana che sembra aver sostituito l’idolo biblico del vitello d’oro con una sorta di algoritmo d’oro. Globalizzazione è una parola semplicistica per un fenomeno complesso in cui predomina l’idea del profitto. A fronte di qualche vantaggio ci sono anche numerosi effetti collaterali. Oggi, con questa epidemia, ci accorgiamo di un fatto che tuttavia avrebbe dovuto essere abbastanza evidente: la velocità della globalizzazione è la stessa che il virus ha utilizzato per diffondersi.

Viviamo un’emergenza che ci può aiutare a ridimensionare il ruolo del profitto, anche nella costruzione e nella vita delle nostre città. Ci può aiutare a capire la nostra fragilità, nonostante il percorso, le agevolazioni, le suggestioni della scienza e le sue applicazioni a partire dalla gestione e dall’utilizzazione dei big data. Queste ultime ci hanno trasformato da cittadini in consumatori, in fornitori inconsapevoli di dati e informazioni sulle nostre identità ed al tempo stesso in destinatari di messaggi (politici o commerciali) che nascono dalla gestione di quelle informazioni.

Ora siamo nel pieno dell’emergenza ed è quindi facile farsi trascinare nella retorica del cambiamento. Ritiene che questo sarà un punto di svolta nelle politiche urbane? Rispondo con un grande punto interrogativo e con molti dubbi; anche se lo spero per il futuro delle mie figlie, dei miei nipoti e dei loro figli. È il punto interrogativo con cui ho segnato il titolo del mio Elogio della città, a differenza di altri miei precedenti “elogi” della dignità, della Costituzione, del patrimonio culturale, storico e ambientale.

Sicuramente dalla pandemia possiamo trarre una lezione rispetto ad un elemento fondamentale delle nostre città: le diseguaglianze, che certamente crescono. Oggi tre sono fra quelle più emblematiche nella nostra realtà contemporanea: l’odio per l’ebreo; il senso di possesso per la donna che si traduce in violenza; la paura che il migrante mi possa portare via ciò che mi spetta. In questa condizione crescono altre due forme di diseguaglianza altrettanto pericolose: la prima è quella verso gli anziani, una delle categorie più colpita dal virus. Le vicende delle residenze assistite, di cui stiamo leggendo in questi giorni, sono inquietanti.

Il fatto di pensare di destinare le risorse (in questo caso le cure) prima ai giovani piuttosto che agli anziani e soprattutto di codificare questa prassi in una “regola”, potrebbe portare a discorsi pericolosi. Sono giuste, e rientrano nelle responsabilità e nelle decisioni del medico, le scelte di destinare l’intervento o il presidio medico a chi possa trarne il maggior giovamento fra i due “contendenti” rispetto a una risorsa limitata a disposizione.

Ma in primo luogo occorrerebbe non dover arrivare a simili estremi, grazie all’intervento pubblico nella disponibilità delle risorse (statale o regionale che sia). In secondo luogo è molto discutibile (a me fra molti sembra inaccettabile) la codificazione preventiva e generale di una “carta di sopravvivenza” in base all’età. Essa può risolversi nell’anticamera di una prospettiva in cui gli anziani non devono più votare (anche questo è stato detto, come una battuta di pessimo gusto); in una prospettiva secondo cui l’anziano non produce, è lento, perde tempo, quindi non serve. In una prospettiva secondo cui l’esperienza, la saggezza, la memoria accumulata dall’anziano in un’intera vita non hanno alcun valore di fronte alle esigenze e alle urgenze del “presentismo”. In una prospettiva in cui l’esigenza di un flusso ordinato nel ripristino della libertà di circolazione – una volta superata la pandemia – sotto il pretesto di una difesa della sua salute, si risolva per l’anziano in un protrarsi di un isolamento da lui non voluto e per lui forse più nocivo del pericolo di contagio.

Un principio fondamentale della nostra Costituzione ci ricorda che attraverso la cultura dobbiamo tutelare la memoria e il passato per progettare il futuro. Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo. Il “presentismo” imperante che ha cancellato passato e futuro non è la ricetta adatta per l’uomo. I tanti decessi tra gli anziani, che muoiono nelle residenze sanitarie assistite per indifferenza o per sciatteria, colpevoli anche se non volute (con le quali sembra si possano “nascondere” le vittime dell’epidemia, secondo le indiscrezioni dei media e le denunzie nelle inchieste in corso) – soli, senza il conforto di un famigliare vicino e senza una pietas tradizionale e consolidata verso il defunto – possono essere considerati emblematici di questo fatto.

La seconda disuguaglianza che cresce? C’è una seconda categoria di persone colpite in maniera particolare da questa epidemia: i detenuti. C’è chi dice in maniera sconcertante che le carceri sono un luogo sicuro, più protetto del restare fuori. Anzi, i detenuti sarebbero “privilegiati” di per sé in una situazione in cui, con la minaccia di sanzioni, si vogliono costringere anche gli altri ad una sorta di “arresti domiciliari” ben diversa nelle sue modalità, per evitare il contagio. Nulla di più sbagliato: il sovraffollamento delle carceri è un fattore di estremo pericolo che mette a repentaglio la dignità umana. Lo ha detto il papa, lo ha sottolineato più volte la Corte di Strasburgo.

Eppure noi continuiamo a tenere i detenuti in celle piccole ove il contatto da cui nasce il pericolo di contagio è una caratteristica dominante. Affermare che dal punto di vista tecnico la distanza prevista dalle regole carcerarie fra le persone non vale in un luogo chiuso e non pubblico come il carcere è un’acrobazia giuridica a mio avviso inaccettabile. Abbiamo maturato in questi mesi già troppi errori e ritardi nel decidere provvedimenti drastici (di chiunque possa essere stata la colpa) per affrontarne un altro in questo campo, come stiamo facendo nell’indifferenza generale, mentre i casi di contagio fra detenuti e fra operatori continuano a crescere ed i morti cominciano purtroppo a doversi contare anche in carcere, un ambiente chiuso ma anche poroso nei suoi contatti con l’esterno.

Però la nostra è una società che sta rispondendo in maniera matura a quella che è la più grande privazione della libertà che una generazione ricordi. Le immagini delle nostre città vuote sono simboliche in questo. Condivide? Credo che la storia dell’uomo abbia conosciuto fenomeni ben più gravi di quelli provocati dalla pandemia di questi giorni, nella privazione della libertà e prima ancora della vita: dalla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento alla schiavitù.

Oggi noi stiamo vivendo una situazione diversa: una tollerabile e marginale limitazione non della libertà personale in sé, ma della libertà di movimento del singolo per la tutela della salute sua e di tutta la società. Cosa che la stessa Costituzione ammette, a condizione che questa limitazione sia formulata in maniera chiara, precisa e comprensibile e prevista da una legge, ancorché non convalidata da un giudice.

Ciò mi sembra stia iniziando a verificarsi, in linea generale, sia pure dopo una serie di tentativi maldestri, peggio comunicati e tuttora esitanti, di raggiungere l’uniformità nel regime delle regole. Detto questo, condivido il fatto che la popolazione italiana stia dimostrando consapevolezza e rispetto – grazie anche alla minaccia di sanzioni più ragionevoli, se pure con talune eccezioni di egoismo – in misura forse maggiore di coloro che hanno il compito di regolare i movimenti, più che quello di affermare le proprie competenze o contestare quelle altrui.

Quali lezioni pensa che gli architetti possano trarre da questo momento? Dobbiamo ricominciare a parlare di città in termini di polis, mettendo in relazione la città delle pietre con quella degli uomini. Le polis nascono e si sviluppano anche per moderare la conflittualità. E questa campo d’azione sarà tanto più sollecitato se pensiamo che nel 2050, tra soli 30 anni, ben l’80% della popolazione mondiale vivrà nelle città, che assumeranno (anzi, già lo vanno facendo) forme diverse: di grandi megalopoli urbane rispetto alle “città storiche” e alle cosiddette aree metropolitane.

Le città sono oltretutto un bene comune e per questo il nostro paese ha bisogno di tutelarle, fra l’altro con regole adeguate all’oggi, non di cento anni addietro come la nostra legge urbanistica. Una legge per la città e sulla città. E c’è anche urgenza di un’altra legge sull’architettura come lavoro professionale, che rimetta al centro esattamente il ruolo dell’architetto come principale interprete del linguaggio delle pietre e dell’equilibrio fra gli spazi privati, quelli pubblici e quelli per l’uso di tutti, se pure contemperando quel linguaggio alle esigenze sociali, economiche ed estetiche attraverso la sua professionalità.

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