Da Sraffa al coronavirus: un vademecum per rifondare la sinistra [di Sergio Cesaratto]

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http://temi.repubblica.it/micromega-online 4 settembre 2020. Nonostante le idee eterodosse in economia e le critiche alle politiche di austerità che hanno dominato in Europa prima della disgraziata pandemia abbiano avuto una certa eco soprattutto sui social media e anche in alcuni volumi, più raro è stato il tentativo di spiegare a un pubblico più ampio il collegamento fra teorie e fatti nella scienza economica. Il bel volume di Antonella Stirati*, una delle più note economiste “eterodosse” italiane, contribuisce a colmare questo gap.

Non è un caso che la professoressa Stirati appartenga a una affermata e prestigiosa tradizione italiana e internazionale che si rifà a Sraffa e allo studio degli economisti classici. La cesura che tale scuola pone fra il pensiero degli economisti classici e la successiva impostazione marginalista o neoclassica è risultata spesso ostica a molti economisti pur simpatetici con punti di vista alternativi.

Federico Caffè, ad esempio, non riusciva a comprendere la radicalità della critica sraffiana al marginalismo e continuava a vedere la disciplina economica come un corpo unitario, sebbene differenziato al suo interno, concedendo anche un grado di buona fede a buona parte se non a tutti gli economisti.

Non era certo questo il giudizio di Marx, il maestro di ogni teoria critica. Questi fu tranchant con riguardo agli economisti borghesi post-ricardiani: pugilatori a pagamento a difesa degli interessi della società borghese (la buona fede importa poco, è il ruolo oggettivo che conta). Marx salva invece dall’accusa, com’è noto, gli economisti borghesi sino a Ricardo, quando ancora il dibattito economico non era condizionato dal dover difendere a tutti i costi la società borghese di fronte al nascente movimento operaio e socialista.

Il deragliamento della ricerca economica dalla scienza priva di condizionamenti politici si rafforzò quando Marx elaborò la propria critica al sistema capitalistico basandosi sui migliori risultati della scuola classica, in particolare dunque su quelli di Ricardo. Che non vi sia una distribuzione “naturale” del reddito ma che questa sia frutto del conflitto e dei rapporti di forza fra le classi sociali è l’elemento centrale della scuola classica, e poi di Marx e Sraffa, che Stirati fa propria. L’altro ceppo teorico che completa il quadro analitico di riferimento di Stirati è la teoria di Keynes secondo cui i livelli di produzione e la crescita sono principalmente spiegati dal lato della domanda aggregata.

Non casualmente Stirati incapsula alcuni fra i suoi più importanti scritti divulgativi dedicati alle vicende italiane dello scorso decennio, scritti che costituiscono il “core” del volume nella sua parte seconda, fra due sezioni che introducono il lettore al dibattito economico più recente (parte prima) e meno recente, ma non meno attuale (parte terza). La parte prima si incarica di spiegare i fondamenti nell’ambito dell’impostazione dominante delle interpretazioni più diffuse nei mass media circa le difficoltà dell’economia italiana e la governance economica dell’eurozona.

Quello che emerge in queste pagine è la natura non ineluttabile di processi che sono il risultato di scelte politiche e non di leggi economiche. In particolare, queste pagine sottolineano come le scelte di politica economica sono state dalla fine degli anni settanta in Italia, ma non solo, volte a modificare radicalmente i rapporti di forza fra le classi sociali quali si erano consolidati nel periodo post-bellico.

Le politiche monetarie e fiscali, la deregolamentazione dei mercati, e in Europa, la moneta unica sono tutte scelte politiche effettuate nell’intento di ridurre il potere contrattuale dei lavoratori attraverso l’aumento della disoccupazione e lo smantellamento dei diritti. L’esito è stato una crescita abnorme della diseguaglianza e, in Italia, il crollo della crescita del PIL e della produttività – un fatto da spiegarsi, secondo Stirati, prevalentemente dal “lato della domanda”, come un risultato delle politiche di bilancio pubblico, restrittive dal principio degli anni novanta, che hanno scoraggiato gli investimenti delle imprese, ma anche della deregolamentazione del mercato del lavoro e delle privatizzazioni.

Alcuni fra gli aspetti più rilevanti e essenziali per capire il presente sono discussi nella seconda parte del volume. Due temi emergono in particolare: quello del mercato del lavoro e dei cambiamenti nella distribuzione del reddito in Italia (Lavoro e salari è del resto il titolo del libro), e quello delle politiche macroeconomiche che il paese ha adottato piegandosi alle prescrizioni europee. La narrazione permette di ricostruire con dovizia di dati e richiami al dibattito di politica economica le vicende dello scorso decennio sino alla crisi dovuta alla pandemia che Stirati affronta nel capitolo 23.

La parte terza è infine un piccolo compendio di storia del pensiero economico incentrato sulle teorie dell’occupazione che permette al lettore sia di ripercorrere le vicende teoriche accennate all’inizio della presente recensione, che i loro sviluppi più recenti in relazione alla crisi. Questi capitoli danno modo a Stirati di argomentare a fondo le ragioni analitiche che la portano a rifiutare l’impostazione dominante a favore della teoria classico-keynesiana.

Antonella Stirati, professore ordinario alla Università di Roma 3, scrisse la sua tesi di laurea a Siena, una facoltà di economia allora molto vivace e pluralista, sotto la guida di Alessandro Vercelli. La tesi era dedicata al mercato del lavoro femminile. Ha poi proseguito i suoi studi all’estero, ma in seguito a luoghi apparentemente più prestigiosi per scrivere la tesi di dottorato – come l’Università europea di Fiesole – ha preferito la guida di Pierangelo Garegnani allora alla Sapienza di Roma.

La tesi, dedicata alla teoria dei salari negli economisti classici e in Marx, è stata pubblicata in italiano e inglese ed è assolutamente consigliabile a chi voglia approfondire queste tematiche. Una sintesi, in un certo senso, dello studio iniziale del mercato del lavoro femminile e dell’impegno femminista con il successivo studio dei classici e di Marx, è in un bel capitolo del presente volume dedicato a un libro di Aleksandra Kollontaj, l’eroina della rivoluzione bolscevica. Scrive Antonella Stirati:

“Un elemento che colpisce è l’assenza in questo scritto della Kollontaj di ogni riferimento all’esistenza di un conflitto di genere indipendente dalle condizioni materiali di vita nella società capitalistica. …L’autrice si mostra… sempre fiduciosa che mutate condizioni – in cui le donne avessero accesso al lavoro, a servizi pubblici e a un sostegno per la maternità, a cultura e relazioni sociali – avrebbero potuto portare di per sé a un superamento del conflitto di genere. Il contributo di riflessioni del femminismo moderno porta, io credo con ragione, a dubitare di questo”.

Tuttavia, precisa, va riconsiderata “con attenzione una lezione importante del femminismo marxista, che è estremamente chiara negli scritti e nell’attività politica della Kollontaj, e cioè che i cambiamenti nelle condizioni materiali dell’esistenza costituiscono una premessa comunque necessaria alla libertà delle donne (come degli individui in generale)”. In sintesi

“l’attenzione alla concretezza della vita quotidiana e dei suoi bisogni dovrebbe essere denominatore comune tra chi parla il linguaggio delle libertà, dei diritti, della qualità della vita e delle relazioni, e chi quello del conflitto di classe o dell’economia, e che essa dovrebbe costituire il ponte tra istanze di cambiamento culturale e sociale profonde e obiettivi concreti e immediati dell’azione politica. Una capacità che ha caratterizzato, ad esempio, i momenti migliori dell’esperienza del movimento delle donne negli anni Settanta”.

Queste parole potrebbero essere poste alla base anche di una possibile rifondazione della sinistra che coniughi idealità e concretezza dell’azione politica. In questo senso il volume si rivolge proprio al popolo che questa rifondazione dovrebbe animare, donne e uomini liberi, lavoratori e sindacalisti, studiosi e giornalisti consapevoli, studenti di ogni disciplina sociale (e non solo) che intendano liberarsi dal conformismo dell’insegnamento standard dell’economia e pensare con la testa propria. Una ricca bibliografia agevola e stimola ulteriori approfondimenti.

* Antonella Stirati, Lavoro e salari – Un punto di vista alternativo sulla crisi, L’asino d’oro edizioni, Roma 2020, 279 pagine, 18 €.

 

 

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