Quel Teatro di Stampace da recuperare [di Maria Antonietta Mongiu]

faticoni

L’Unione Sarda 29 aprile 2021.  La città in pillole. Che cosa è la latina vis maxima di un luogo se non chi lo abita? Lo racconta il sostantivo vis che somma svariati significati e non dimentica di essere anche la seconda persona del presente indicativo del verbo latino volo, voglio.

A star dietro a Giovanni Semerano, eretico quanto raffinato glottologo, la base “vo” di volo come di voltus, volto, e di vis, significherebbe desiderio ma anche volere. Vis maxima quindi non solo massima energia, forza, potenza, ma anche desiderio.

Chi mastica un poco il latino, sa che vis ha lo stesso radicale di vir, uomo virtuoso, portatore di valori: s’omine come si dice in lingua sarda. Sa anche che vis è sostantivo femminile con genitivo e dativo, roboris e robori, rubati a robur, la quercia. La vis maxima è di genere femminile e attiene alla sfera dell’energia, del desiderio, della ricerca, della volontà, infine, della cura.

Nelle mille sfumature delle lingue antiche e nei luoghi antichi, come la Sardegna e Cagliari, dobbiamo ricercare il nostro senso attraverso pratiche euristiche che rifondino gli equilibri tra luoghi e persone, spezzatisi dopo migliaia di anni. Troveremmo il nesso tra l’apparentemente distante nel tempo e nello spazio.

Il silenzio attuale è il vero detonatore perché la vis maxima rifondi gli spazi di mediazione urbana. Fin dal principio il suo domicilio furono santuari e figure sciamaniche la cui potenza, come una quercia, esprimeva il desiderio di esserci per prendersi cura della comunità. Scena del sacro e scena teatrale sempre coincidenti. A Cagliari persino i Romani fondarono un tempio/teatro tra le vie Malta e Maddalena.

Un melting pot, erede anche di culti arcaici che abitavano le cavità di Stampace, e che, finito il mondo antico, attraversarono il Cristianesimo per stratificarsi in Efisio che, dal suo “carcere” ancora oggi agisce come custos civitatis. La sua scena barocca da due anni è deprivata di ogni fronzolo e riconsegnata all’arcaicità più sobria, secondo il palinsesto messo in scena nei bombardamenti del 1943.

Ma Stampace custodisce un altro luogo di mediazione, più laico e recente. Data dal 1983. E’ il Teatro dell’Arco con accesso in Via Portoscalas, nel Noviziato seicentesco dei Gesuiti.

Fondatore e sciamano Mario Faticoni, padre nobile del teatro sardo contemporaneo, che dal 2002 con la sua compagnia il Crogiolo fu sfrattato per lavori. Finiti i quali, il luogo è tornato al Demanio. Che regalo taumaturgico per Cagliari se il Comune lo richiedesse, arredasse e restituisse al quartiere.

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