L’Africa invasa dalla plastica [di Sharon Lerner]

https://www.internazionale.it/2 dicembre 2022 The Intercept, Stati Uniti.  Rosemary Nyambura trascorre i suoi fine settimana con la zia Miriam a raccogliere plastica nella discarica di Dandora a Nairobi, la capitale del Kenya. Il lavoro è lungo, e anche rischioso, perché in mezzo alle bottiglie che poi rivenderanno ad altri commercianti ci sono siringhe usate, vetri rotti, escrementi, pezzi di custodie per cellulari, telecomandi, suole di scarpe, giocattoli, sacchetti, conchiglie e innumerevoli frammenti di involucri, indistinguibili tra loro.

Rosemary, 11 anni, spera che i suoi sforzi un giorno saranno ripagati. Quasi tutti i suoi sei cugini, con cui vive da quando la madre è morta, hanno dovuto lasciare la scuola superiore perché la zia non poteva permettersi di pagare la retta. Rosemary giura che, se riuscirà a frequentare le elementari, le medie, le superiori e infine la facoltà di medicina, tornerà a Dandora.

“Qui le persone si ammalano spesso”, mi ha detto dalla cima di un mucchio di spazzatura maleodorante. “Se diventerò medica, li aiuterò gratis”. Rosemary dovrà lavorare a lungo per guadagnare la somma necessaria a pagare le rette scolastiche. Nella discarica di Dandora, che occupa più di dodici ettari nella parte est di Nairobi, tutto quello che vale qualcosa diventa oggetto di contesa.

Gruppi di imprenditori locali controllano chi raccoglie e rivende i rifiuti, e a volte fanno perfino pagare una tassa per accedere ad alcune aree. Uccelli, mucche e capre si sono ricavate i loro spazi per razzolare e pascolare in cima alle collinette di spazzatura. I raccoglitori di rifiuti litigano tra loro per i pezzi migliori. Al centro degli scontri più feroci ci sono i pasti scartati dei voli di linea: chi la spunta divora fino all’ultima briciola di vecchi panini rinsecchiti, carne congelata e pasta molliccia, perfino il contenuto della minuscola vaschetta di burro. Poi getta il contenitore di plastica in un mucchio.

Lungo il perimetro della discarica siedono i rivenditori di plastica usata, che acquistano bottiglie in polietilene tereftalato (pet) come quelle che Miriam raccoglie sette giorni su sette, per meno di cinque centesimi di dollaro al chilo (un po’ di più delle scatole di cartone, ma molto meno delle lattine di metallo). Possono volerci ore, se non giorni, per raccogliere un chilo di bottiglie di plastica. Le buste dove vengono messe, chiamate diblas, sono così grandi che i bambini non riescono a trasportarle.

L’organizzazione Dandora HipHop City ha trovato un modo per permettere ai bambini che vivono vicino alla discarica – e non hanno la forza o il tempo di raccogliere un intero chilo di plastica – di ricevere un aiuto in cambio dei rifiuti. Alla “banca” dell’organizzazione, un negozietto a un isolato dalla discarica, i bambini guadagnano dei “punti” portando anche solo una bottiglia, punti che poi possono scambiare con olio da cucina, farina, verdura e altre cose da mangiare.

L’organizzazione, fondata da un cantante hip-hop cresciuto nella zona, offre anche dei corsi. In un edificio ai margini della discarica, con le pareti decorate a mano e ammobiliato con pezzi recuperati dalla spazzatura, i bambini imparano a comporre musica su vecchi computer o a scrivere, giocano tra loro o semplicemente passano del tempo insieme.

La piccola somma che l’organizzazione ottiene in cambio della plastica raccolta non basta a coprire i costi dei generi alimentari distribuiti, quindi Dandora HipHop City ha bisogno delle donazioni di dipendenti e amici. Il gruppo ha cercato di ottenere una sovvenzione dalla Coca-Cola, che sulla carta è lo sponsor perfetto.

L’Africa è “uno dei principali motori di crescita per il futuro dell’azienda”, ha affermato recentemente James Quincey, l’amministratore delegato della multinazionale da 200 miliardi di dollari. Inoltre i bambini di Dandora, che soffrono la fame, l’abbandono e una serie di problemi di salute legati alla discarica, passano il tempo a raccogliere molte delle sue bottiglie, invece di andare a scuola.

Nel settembre del 2018 la Coca-Cola ha mandato una delegazione a Dandora per incontrare i ragazzi. Dopo l’incontro Charles Lukania, che organizza i corsi a Dandora HipHop City, ha inviato una proposta e un preventivo di spesa ad alcuni responsabili del marketing che aveva conosciuto in quell’occasione, mettendo bene in evidenza che la multinazionale avrebbe potuto sostenere il progetto della banca della plastica.

Ma la visita e la proposta non hanno dato i frutti sperati. Invece, dice Lukania, “si sono offerti di mandarci un frigorifero pieno di bottigliette di Coca-Cola da vendere ai bambini”. La maggior parte di loro, però, non può permettersele. “I pochi soldi che hanno gli servono per mangiare”, spiega Lukania.

Poche settimane dopo la multinazionale ha collaborato con Dandora HipHop City ad alcune giornate di raccolta dei rifiuti, ma senza dare un sostegno finanziario diretto. Ha contributo con i suoi prodotti: i volontari hanno ricevuto delle bibite per dissetarsi dopo le ore passate a raccogliere rifiuti sotto il sole cocente. “Ed erano in bottiglie di plastica”, fa notare Lukania.

Camilla Osborne, responsabile della comunicazione della Coca-Cola per l’Africa meridionale e orientale, precisa in un’email che “il nostro partner per l’imbottigliamento, Coca-Cola Beverages Africa in Kenya, ha fornito bevande per rinfrescarsi e bidoni per il riciclo” a Dandora HipHop City. Secondo Osborne, “l’azienda e i suoi partner in Kenya non sono a conoscenza di richieste di donazioni”. E aggiunge: “Nessuna organizzazione da sola può risolvere il problema della plastica nel mondo”.

 

 

 

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