Il potere dell’ignoranza [di Oliviero Ponte Di Pino]

https://www.doppiozero.com/22 gennaio 2024. Ignoranza. Una storia globale di Peter Burke (Cortina, 2023) è un libro esilarante e tragico. L’elenco delle diverse ignoranze che da sempre funestano il cammino dell’umanità scatena la risata, quella che scoppia irresistibile quando vediamo qualcuno – meglio se ricco, potente e arrogante – scivolare sulla classica buccia di banana. Però queste pagine mostrano anche che le conseguenze dell’ignoranza sono spesso catastrofiche e svelano tutta la fragilità degli esseri umani.

L’idea è insieme banale e geniale. Libri sull’ignoranza ce n’erano già stati diversi e da trent’anni gli ignorance studies hanno raggiunto dignità accademica e cattedre. Nessuno però aveva pensato di esplorare sistematicamente questo oceano in tutta la sua vastità e in tutti i suoi risvolti. Ce n’è per tutti, nel libro del grande storico britannico della cultura. Non sono solo e tanto per le persone comuni a risultare ignoranti, anzi. Hanno impatto assai maggiore la sprovvedutezza, la cecità, la presunzione di capi militari, imprenditori e dirigenti d’azienda, sovrani e politici, scienziati, storici, burocrati…

L’esilarante catalogo finale, che inanella decine e decine di varianti e sottovarianti dell’ignoranza, disegna un carosello irresistibile.

Per assaporare le sottigliezze del tema, illumina la distinzione – un virtuosistico gioco di parole – tra known knowns, ovvero ciò che sappiamo di sapere, unknown knowns, ovvero ciò che sappiamo di non sapere (la filosofia nasce con Socrate proprio da questa consapevolezza), e unknown unknowns, ovvero ciò che non sappiamo di non sapere, la categoria più insidiosa e irrimediabile di ignoranza, al centro della Triennale 2022 a cura Emanuele Coccia (vedi il catalogo Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries, Electa, 2022).

Ma ci sono anche i known unknowns, ovvero ciò che non sappiamo di sapere, a partire dalle conoscenze implicite: per esempio la consapevolezza del contesto, il buonsenso di cui disponiamo noi umani e che resta invece inafferrabile alle intelligenze artificiali. Ma tra i known unknowns c’è anche il rimosso, quello che nutre il nostro inconscio, come ci ha mostrato Freud.

Siamo cresciuti nell’ingenua convinzione progressista che il sapere dell’umanità continui a crescere e svilupparsi, inesorabile, grazie a scoperte sempre nuove, all’inarrestabile progresso scientifico, a strumenti concettuali sempre più raffinati, insomma grazie alla crescita di consapevolezza e auto-consapevolezza dello “spirito del mondo” (ovvero della civiltà occidentale hegeliana). L’umanità brancolava nella superstizione. L’Illuminismo ci ha promesso, alla lettera, di illuminare con la luce della ragione la notte dell’ignoranza, scacciando le tenebre. L’ottimistica metafora è destinata al fallimento, per due ordini di ragioni.

Lo storico Burke sa che la luce della conoscenza accompagna il cammino di ogni cultura, a cominciare dalla nostra. Man mano che avanziamo, facciamo un’infinità di scoperte su di noi e sul mondo, ma nel corso del “progresso” di ogni civiltà molte, moltissime cose vengono dimenticate. “Data la brevità della vita umana, il bisogno di dormire, e la competizione per l’attenzione tra le nuove forme di arte o di sport, dovrebbe essere abbastanza ovvio che ciascuna generazione di ciascuna cultura difficilmente è capace di conoscere più di quelle che l’hanno preceduta” (p. 312).

I nostri nonni sapevano tutto dei cavalli e della biada. Noi sappiamo tutto delle automobili che usano combustibili fossili. I nostri nipoti avranno una grande competenza (forse) sulla ricarica delle batterie al litio. Molte delle 7000 lingue parlate oggi sulla Terra sono destinate a scomparire, e con ciascuna di loro scompare un intero mondo, e con quel mondo svaniscono i suoi saperi e la sua saggezza.

D’altro canto, è innegabile che le conoscenze dell’umanità si siano incredibilmente ampliate, nel corso dei secoli. Se immaginiamo che l’insieme delle cose che sappiamo sia una sfera, possiamo vedere che – scoperta dopo scoperta, Premio Nobel dopo Premio Nobel – la bolla delle nostre conoscenze s’accresce.

Ma è pure evidente che, man mano che la sfera del sapere si espande, la sua superficie, ovvero il confine che separa quello che sappiamo da quello che non sappiamo, il limite tra la luce e l’oscurità, diventa sempre più grande. La bolla si espande, la frontiera con l’ignoto continua a crescere sempre più in fretta. A governare il sapere accumulato sempre più compulsivamente non bastano nemmeno i big data: “La rapida espansione dell’informazione, specialmente nei decenni recenti, non coincide con l’espansione della conoscenza, cioè di dati che sono stati analizzati, digeriti e classificati.

In ogni caso, le organizzazioni, in particolare i governi e le grandi corporazioni, nascondono una quantità crescente delle informazioni che raccolgono” (p. 59).
In una prospettiva individuale, man mano che la sfera della conoscenza s’ingrandisce, la quantità di dati e di informazioni che ciascuno di noi è in grado di padroneggiare diventa, in proporzione, sempre minore, al limite insignificante: con il passare del tempo, “minore è la condivisione di tutta quella conoscenza […] che ogni singola mente può assorbire”, come aveva notato Friedrich von Hayek. Crescono e si approfondiscono le competenze specialistiche, ma aumenta l’ignoranza generalista, anche da parte degli specialisti, che sono sempre meno in grado di conoscere e valutare l’impatto delle loro azioni sulla complessità del reale.

Burke sottolinea in diverse occasioni lo stretto legame tra ignoranza e stupidità. Carlo Maria Cipolla, nel suo geniale Le leggi fondamentali della stupidità umana (Il Mulino, 2013), aveva scoperto che qualunque gruppo di persone – compresa un’assemblea di Premi Nobel – ospita invariabilmente una certa percentuale di stupidi. Burke è ancora più pessimista: siamo tutti inevitabilmente vittime di diverse forme, varietà e sottovarietà di ignoranza e dunque non siamo più in grado di capire e gestire la complessità del mondo in cui viviamo.

L’aspetto forse più inquietante riguarda le motivazioni che hanno spinto uno stimato studioso del Rinascimento, che aveva indagato la Storia sociale della conoscenza. Da Gutenberg a Wikipedia (2 voll., Il Mulino, 2002), a contemplare lo specchio oscuro del sapere.

Sono ragioni di stretta attualità, che partono da una domanda: come è possibile che oggi – e in particolare davanti all’epidemia di Covid-19 – l’umanità abbia deciso di farsi guidare da leader come Donald Trump e Jaïr Bolsonaro, che non hanno dato solo “incredibili esempi di ignoranza”, ma rivendicano con fierezza il loro disprezzo per la scienza? Nel frattempo, nella rete del sapere gratuito e sempre accessibile a tutti, dilagano complottismo e fake news. La bolla della conoscenza è intossicata dall’ignoranza, che è prima di tutto un problema politico.

Non a caso Burke insiste, nei capitoli di maggiore attualità, sulla “produzione di ignoranza” (soprattutto da parte di varie agenzie governative, forze politiche, lobby…), e sull’“ignoranza asimmetrica”, che si verifica quando un gruppo sa più di un altro: basta pensare a quello che i signori dei social sanno di noi, dopo essersi impossessati della nostra privacy.

In questo dotto viaggio nelle Terre degli Ignoranti, s’incontrano anche diversi problemi filosofici: basti l’accenno alla via negativa alla conoscenza di Dio, che parte da ciò che Dio non è, sulla scia del De Docta Ignorantia di Nicola Cusano (a proposito, tra i saperi ormai di fatto praticamente inaccessibili e dimenticati c’è proprio la teologia, con le sue sublimi sottigliezze dialettiche).

Tuttavia è curioso che Burke – che resta in fondo un ottimista – non si interroghi sui limiti della conoscenza, che sono al centro di due delle più straordinarie scoperte intellettuali del XX secolo (e non dica nulla sull’analisi dei limiti del pensiero razionale occidentale analizzati da Max Horkheimer e Thedor W. Adorno nella Dialettica dell’illuminismo, 1947).

Il principio di indeterminazione, enunciato dal fisico Werner Heisenberg nel 1927, sostiene che non potremo mai conoscere contemporaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella sufficientemente piccola. Se un osservatore cerca di determinare una delle due grandezze, fa collassare il sistema, come ci illustra l’atroce esperimento mentale del gatto di Schroedinger.

Nel mondo della fisica quantistica, la logica aristotelica non ha più corso. A livello microscopico, valgono solo le probabilità. Allo steso modo, a livello macroscopico, ci è impossibile ricostruire quello è accaduto prima del Big Bang o capire che cosa sia finito all’interno di un buco nero, perché la sua enorme forza di gravità rende impossibile la fuoriuscita di qualunque informazione.

Un secondo colpo mortale all’ottimismo razionalista è arrivato dai teoremi di incompletezza dimostrati nel 1930 da Kurt Gödel. In sintesi, dato un sistema formale sufficientemente complesso, al suo interno vi sono enunciati indecidibili, di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità. Ignorabimus.

Il Novecento ci ha dunque dimostrato che la conoscenza umana ha limiti intrinseci. Ci sono cose che non possiamo e non potremo sapere. Zone di ignoranza, di incertezza.

Non basta. La consapevolezza dei limiti delle nostre conoscenze avvantaggia gli ignoranti, come ci hanno dimostrato gli esperimenti dei due ricercatori americani David Dunning e Justin Kruger.

Gli ignoranti, ovvero gli individui poco esperti e poco competenti, non hanno consapevolezza delle proprie conoscenze e capacità, e dunque sovrastimano la propria preparazione giudicandola, a torto, superiore alla media. Le persone competenti hanno invece una maggiore consapevolezza dei limiti delle loro conoscenze e perciò coltivano lo spirito critico (e forse conoscono persino il principio di indeterminazione e i teoremi di incompletezza).

Sono dunque inclini a dubitare del proprio sapere e di conseguenza tendono più facilmente a fidarsi delle opinioni altrui. La certezza ha più forza del dubbio. Grazie all’“effetto Dunning-Kruger”, l’ignorante risulta più convincente dell’esperto.
Come nota malinconico Burke, “sarebbe confortante, benché sia troppo ottimistico, supporre che il crescente interesse per l’ignoranza offra prove della crescita dell’umiltà collettiva” (p. 65). Il primo antidoto è immergersi nelle 350 pagine di Ignoranza, per un salvifico bagno di umiltà.

One Comment

  1. Mario Pudhu

    Letura meda meda interessante e ùtile!
    Perdònanos, Segnore, candho faghimus bene, ca est s’istima nostra un’ischentidha ebbia!

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