Nerone canta [di Franco Masala]

Preziosismi verbali, piani sonori sfalsati, linee di canto ora veemente ora dolce sono soltanto alcuni tratti di una partitura tormentata come il Nerone di Arrigo Boito, opera postuma ora all’inaugurazione della stagione 2024 del teatro Lirico di Cagliari.

Esattamente cento anni fa debuttava alla Scala sotto le cure di Arturo Toscanini dopo una gestazione infinita, interrotta soltanto dalla morte del compositore, avvenuta nel 1918. Di grandissimo e immediato successo con rappresentazioni in tutta Italia (comprese città minori come Pisa, Udine, Padova) e all’estero (a partire da Stoccolma fino a Santiago del Cile) l’opera è stata progressivamente abbandonata tanto che l’ultima esecuzione italiana risale ormai al 1975 (Rai di Torino in forma di concerto) e addirittura al 1957 al San Carlo di Napoli per la forma scenica.

Nell’ultimo quarantennio Nerone è stato rappresentato diverse volte tra Europa e America e torna ora per una prova d’appello a Cagliari dopo pochi mesi dal Mefistofele, dando vita a un dittico che in realtà testimonia l’opera omnia di Boito e consente di riflettere su compositore e letterato.

È innegabile che il lunghissimo tempo della progettazione (circa cinquanta anni) abbia influito sulla scarsa omogeneità del risultato così che forse l’aspetto più interessante risulta la contrapposizione tra milieu imperiale e mondo cristiano con linguaggi diversi. In effetti le pagine toccanti riservate ai cristiani sono probabilmente le più valide del lavoro boitiano, affidato post mortem ad Antonio Smareglia e Vincenzo Tommasini per il completamento. Non a caso la vetta dell’opera è il terzo atto con l’orto dei cristiani dove si avvicendano prediche e preghiere con grande fascino anche teatrale. Altrove prevale lo sperimentalismo di Boito che completa il fascino strano di quest’opera.

Sicuramente si tratta di un lavoro in fieri che non sapremo mai come sarebbe stato terminato dall’autore e che può lasciare aperte varie ipotesi, considerato oltre tutto che fu cominciato quando andava in scena il Verdi ormai maturo, e non finito quando Debussy e Strauss avevano rinnovato decisamente l’opera del Novecento.

L’esecuzione cagliaritana poggia sul maestro Francesco Cilluffo che crede profondamente nella partitura (come ha dimostrato nel validissimo intervento durante la presentazione dell’opera) secondo una giusta alternanza di squarci lirici e clangori più marcati che governano a dovere gli impegnati componenti di orchestra e coro, istruito da Giovanni Andreoli.

Il protagonista, il tenore Mikheil Sheshaberidze, esibisce voce sicura e squilli adeguati alla tessitura scomoda di Nerone, risultando sempre più efficace nel prosieguo dell’opera. Le due donne sono Valentina Boi (Asteria) che affronta la vocalità impervia del personaggio con dedizione totale e grande temperamento, e Deniz Uzun (Rubria) che raggiunge momenti toccanti soprattutto nella preghiera e nell’incantato duetto con Fanuel rispettivamente nel terzo e quarto atto.

Roberto Frontali risolve ottimamente con voce sicura e grande partecipazione il suo Fanuel mentre Franco Vassallo aggiunge un vilain al suo repertorio con efficacia anche attoriale. La lunghissima locandina annovera gli ottimi Dongho Kim (Tigellino) e Vassily Solodkyy (Gobrias), brillantemente coadiuvati da Antonino Giacobbe (Dositeo) e Natalia Gavrilan (nel doppio ruolo di Perside e Cerinto) e ancora Fiorenzo Tornincasa, Nicola Ebau, Francesca Zanatta e Luana Spìnola.

Le scene di Tiziano Santi evitano il bric-à-brac della prima scaligera di Lodovico Pogliaghi, peraltro affascinante, e giocano sulla semplificazione delle architetture dove non è difficile ravvisare modi e soluzioni che alludono pericolosamente alla romanità del Ventennio tra colonne a fascio, cupole perfette, aquile romane con il contorno di gagliardetti e fez.

Secondo il regista Fabio Ceresa, che sa muovere le masse e cura la recitazione dei cantanti, talvolta modulata su movenze del cinema muto, è una sorta di ponte tra impero romano e impero d’Etiopia a monito delle dittature di ogni periodo. Nel sipario campeggia il viso di Nerone secondo il ritratto custodito nei Musei Nazionali di Cagliari.

I bei costumi di Claudia Pernigotti sono di foggia antica e moderna con un amalgama riuscito mentre risultano efficaci i movimenti coreografici di Mattia Agatiello e le luci magistralmente gestite da Daniele Naldi.

Successo cordiale da parte di un pubblico inizialmente molto numeroso ma che ha visto molte defezioni dopo il primo intervallo, privandosi così proprio delle parti più interessanti dell’opera.

*foto di Priamo Tolu ©

Nerone

tragedia in quattro atti

libretto e musica Arrigo Boito

editore proprietario: Universal Music Publishing Ricordi s.r.l., Milano

teatro Lirico di Cagliari

 

venerdì 9 febbraio, ore 20.30 – turno A

sabato 10 febbraio, ore 19 – turno G

domenica 11 febbraio, ore 17 – turno D

martedì 13 febbraio, ore 11 – Ragazzi all’opera!

mercoledì 14 febbraio, ore 20.30 – turno B

giovedì 15 febbraio, ore 19 – turno F

venerdì 16 febbraio, ore 11 – Ragazzi all’opera!

venerdì 16 febbraio, ore 20.30 – turno C

sabato 17 febbraio, ore 17 – turno I

domenica 18 febbraio, ore 17 – turno E

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