Dall’Italia ad Auschwitz [di Maria Teresa Marcialis]

È un’escursione nel mondo di chi non c’è più, quasi una visita all’Ade. Ma non intendiamo evocare ombre e passeggiare con loro nei prati di asfodeli; vorremmo invece ritrovare o tentare di ritrovare se non morti e vite, almeno i modi – qualche modo – della morte e della vita di chi ci ha preceduto, in tempi vicini e lontani, con il rispetto e con l’animo di chi si accosta a chi gli è vicino, gli è fratello, perché come noi è umano.

La “mostra”, già allestita nel Museo Archeologico di Cagliari per iniziativa del Museo della Shoah romano, è costituita da fotografie, documenti, mappe, ma è incongruo e in qualche modo mortificante, avvilente se non addirittura dispregiativo, che si debba usare il termine “mostra” nel caso della Shoah, l’evento più terribile del XX secolo: quasi ad assimilarne la testimonianza ad esibizione d’arte o di curiosità.

Ma il nostro lessico è limitato soprattutto nell’evocazione dell’orrido, e la “mostra” è oggi l’unico modo per dimostrare che questa sciagurata, orribile, inqualificabile, indicibile cosa c’è stata davvero, non è un’invenzione, né uno stratagemma politico, né una tragica favola. La Shoah si sta allontanando nel tempo, i testimoni oculari, i pochi sopravvissuti, stanno scomparendo tutti: il tempo non fa sconti a nessuno neppure a chi ha già sperimentato la morte in vita.

Interpretazioni spesso viziate da politicismi più o meno abili e palesi, riletture di parte, revisionismi fallaci sempre più inquietanti e sempre più sfocianti nel negazionismo stanno invadendo l’ambito della storia, ed è come se una nebbia sempre più spessa si depositasse su un paesaggio, nascondendolo e, alla fine, sopprimendolo e confondendolo col grigiore del tutto; anche per chi è in buonafede la Shoah, sommersa in  un passato sempre più lontano, diventa nebulosa,  al massimo oggetto di curiosità.

Poi si viene qui, nella Cittadella dei Musei, a veder la “mostra” e tutto cambia. E allora si incrinano e cadono revisionismi e negazionismi, subentra l’orrore nel vedere le immagini di qualcosa che non si sospettava così tremendo: e la curiosità si trasforma in sgomento, in rabbia, in disperazione. Sgomento per quei visi che nei documenti di identità o nei passaporti qui esposti appaiono giovani, belli, sorridenti, sereni, ma che hanno accanto alla data di nascita un’altra data, 1944, la data di morte che dimostra quanto breve sia stata la loro vita.

Sgomento per le folle di spaesati che si affannano a camminare ma hanno lo sguardo smarrito di chi va,va, va ma non sa dove va, e tu sai che va verso la distruzione, verso la morte. Sgomento per i bambini che hanno invece visi sorridenti quasi li aspettasse una nuova avventura, un nuovo gioco: e non sanno, perché per loro non è ancora venuto il tempo del sapere, e del resto non possono sapere perché nessuno sa e non può neppure immaginare l’entità del disastro.

Sgomento che non è solo pietà, è più che pietà perché ti prende in prima persona, ti coinvolge, ti stringe; ma non è neppure empatia, è più che empatia perché non puoi patire, tanto grande e inattingibile è il loro patimento, con queste persone che non sono più tali perché la sofferenza le ha spogliate della prerogativa di persona, ma che pure sono come noi, appartengono alla specie umana come noi: sono come me, sono me stessa. Ma con loro è troppo doloroso identificarsi.

Rabbia, impotente rabbia, nei confronti di chi disumanamente ha  distrutto l’umanità: in tutti i sensi, non solo perché privo di rispetto nei confronti dei suoi simili, ma perché la distruzione di un solo uomo è distruzione di tutti, e dentro ogni persona ci siamo tutti, c’è il mondo, c’è il genere umano.

Rabbia per  la pianificazione del massacro: guardi le mappe di Buchenwald o di Birkenau o di Mauthausen o di Auschwitz e ti sembrano il progetto nitido di un luogo armonioso, quasi utopia di una città ideale: in spazi circoscritti e definiti da alte costruzioni verticali, quasi torri medioevali innalzate a proteggere il castello, si elevano caseggiati che la nettezza del disegno rende perfino eleganti, spiccano alberi e viali e, defilati, villini con giardini, quasi zona residenziale destinata ai detentori del potere.

Ed è proprio la precisione e l’asetticità  di queste mappe a turbarti, ad atterrirti, a indignarti fino alla rabbia: sono la prova evidente della programmazione dell’eccidio, della cura, dell’intelligenza anche con cui questa programmazione venne preparata, del disegno criminale del genocidio degli ebrei, pensato nei minimi particolari. Poi quando passi dal progetto alla sua realizzazione, l’immagine della città ideale si dissolve. Vedi le foto delle baracche dove si accalcano creature che non sai  cosa siano perché certo non sono, non possono essere, esseri umani questi assemblamenti d’ossa.

Vedi camini da cui escono, perennemente, densi fumi neri – «tu passerai per il camino» era uno slogan corrente nei campi di concentramento – e capisci che sono forni crematori, in cui spariscono inesorabilmente, ormai ridotti in cenere, gli inabili e i “diversi”, siano essi ebrei, omosessuali, zingari, comunisti, o magari solo “politici” cioè “scioperanti”. Vedi i mucchi di salme, ormai solo cadaveri, collocate disordinatamente l’una sull’altra come cose inservibili; e vedi in altre foto, mucchi di oggetti, occhiali, scarpe, effetti personali accatastati come in un mercatino delle pulci, e pensi che quegli oggetti sono appartenuti a persone come te, che forse di quegli effetti, fossero o no eleganti, si pavoneggiavano e da quegli effetti venivano identificate; persone che attraverso quegli occhiali guardavano il mondo, godevano della bellezza, esprimevano amore e passioni, comunicavano con i loro simili, emozioni, tutte, che, per quel mucchio di salme accatastate, non ci sono più, si sono spente: gli effetti personali sono ormai paccottiglia e stracci, gli occhiali pezzi di vetro attraverso cui non si vede più niente.  E la commozione che ti stringe il cuore genera l’ira e con l’ira paradossalmente convive e si trasforma in disperazione.

Disperazione, appunto. Perché anche i criminali che hanno progettato questi delitti sono esseri umani come te, appartengono alla tua stessa famiglia di viventi e, come te, vedono il mondo, hanno emozioni, sognano, amano, pensano.  Ma davvero hanno avuto emozioni che non fossero la smania di distruzione del proprio simile? Davvero hanno avuto sogni che non fossero il sogno del predoninio della propria “razza” e il Deutschland Deutschland über alles? Davvero hanno pensato, davvero hanno avuto pensieri autonomi o sono stati trascinati dalla corrente che ha soppresso in loro ogni capacità critica, lasciando solo l'”obbedienza” e l’adesione passiva?

E faccio una considerazione ovvia, quella che fanno tutti. Penso che Goethe mi ha fatto sognare, e non solo per il Faust: e Goethe era tedesco. Penso che Kant ed Hegel mi hanno insegnato – per quel poco di cui io sono capace – a pensare: e Kant ed Hegel erano tedeschi; penso che Beethoven e Brahms e (anche il “loro” Wagner) mi regalano e continuano a regalarmi intense emozioni di gioia, e addirittura di commozione: e Beethoven e Brahms (e il “loro” Wagner) erano tedeschi. E allora come è stato possibile che la terra del pensiero e della bellezza abbia compiuto questi crimini, abbia permesso che si compissero questi orrori?

Forse davvero gli dei sono fuggiti nel tempo della povertà: ma c’è solo un tempo della povertà o lo sono, poveri, tutti i tempi, anche il nostro? Anche oggi si emarginano quelli che non sono come noi; anche oggi si cacciano e si respingono i disgraziati che lasciano i loro paesi per raggiungere luoghi dove il vivere si manifesta meno doloroso e più facile. E se l’azzurro del cielo non è più oscurato dal fumo dei forni crematori,  è l’azzurro del mare ad essere oscurato dalle salme dei naufraghi.

Io non so se il male sia “banale” o sia “radicale”; forse è il retaggio del “peccato originale” d’esser nati, quel peccato che nessun battesimo è in grado di cancellare; o forse, più naturalisticamente, è quell”aggressività che qualcuno ha detto essere connaturata a tutti gli esseri viventi, umani e non umani, per poter vivere, unica arma per difendersi, acquisire un rifugio e inserirsi nell’ambiente.

Chissà. Vedo solo che il male è imperante, e non sono bastati secoli di guerre, di distruzione, di morte, non sono bastati e non bastano oggi riflessione, ragione, rispetto, amore a debellarlo. E mi sembra che riflessione, ragione, rispetto, amore siano isole per privilegiati, che non incidono sulla realtà.

Guardo ancora le colonne della mostra:  vedo disegni che rappresentano angherie e crudeltà,  momenti quotidiani della vita delle baracche, bozzetti che solo il pathos che li innerva può rendere capaci di suscitare emozioni, e che hanno dietro di sé storie di ansia, di paura per violazione di proibizioni e divieti, storie di patimenti che non siamo neppure in grado di immaginare. Sono anch’essi testimonianze dell’orrido che trasuda da tutta la mostra: dalle lettere, dai documenti, da quegli sguardi che escono dalle foto e mi inseguono, quasi a dirmi “ci sono stato anch’io, anch’io, come te, faccio parte dell’umanità”, a invitarmi a non dimenticare.

Abbiamo visto tutto, troppo o forse troppo poco, non guardiamo più, non vogliamo guardare più, e andiamo via da questo luogo di morte. Ed è come se io avessi assistito a una tragedia di Sofocle e, come gli spettatori greci, avessi provato pietà e terrore. Ma per me non c’è stata catarsi: la visione del tragico non mi ha purificato.

 

One Comment

  1. Donatella Davini

    Ricordare il passato per leggere (in tempo!) Il presente.

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