La chiesa di san Michele in Stampace [di Anna Saiu Deidda]

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Pubblichiamo l’intervento letto da Anna Saiu Deidda letto nel sacgrato della chiesa di San Michele in occasione della FAIMARATHON Cagliari… tra bianchi colli e piazze svoltasi a Cagliari domenica 12 ottobre un percorso che ha coinvolto 10 piazze della città ed un centinaio di accademici, studiosi, professionisti, intellettuali, artisti che si sono prestati a fare i “ciceroni speciali” per spiegare la bellezza della città del sole (NdR).

La chiesa e il complesso del Noviziato dei Gesuiti nascono tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Settecento, ma la chiesa fu consacrata soltanto nel 1738. Sono evidenti le differenze stilistiche tra la grande facciata, vera e propria quinta scenografica al culmine della Via Azuni, e la chiesa, costruita sul lato breve a sinistra dell’area porticata, dove si nota immediatamente il movimento impresso alla parete dal grande portale monumentale di forme barocche.

La facciata è caratterizzata da motivi decorativi che occupano tutto lo spazio disponibile, con una sensibilità ancora legata al gusto manieristico tipico dello stile architettonico del Cinquecento isolano, tanto da far pensare che sia stata costruita alla fine di quel secolo. Sorge su una breve scalinata e si apre in basso attraverso tre ampie arcate con colonne e decoratissimi capitelli sui quali poggia una trabeazione altrettanto ornata. La parte superiore è ulteriormente divisa in due parti e, in quella mediana, ospita tre finestre ornate di timpani spezzati poggianti su immagini di sirene. In alto, al centro del fastigio con volute, si trova una bella statua di San Michele.

Malgrado la contemporaneità e per molti aspetti, la affinità con lo stile della ristrutturazione barocca del Duomo, la configurazione spaziale della chiesa di San Michele è molto diversa e costituisce un unicum nel panorama dell’età barocca in Sardegna. Pur abbandonando la più tradizionale aula longitudinale, adottata nelle chiese gesuitiche romane del Gesù e di Sant’ Ignazio, i committenti e i progettisti scelsero una pianta centrale di forma ottagonale coperta da una cupola, sempre ottagonale, dalla chiara valenza simbolica, circondata da cappelle voltate a botte.

Uno spazio unitario, dunque, all’interno del quale si può comunque facilmente individuare la croce formata dall’incontro fra lo spazio tra il portale di ingresso e il presbiterio e quello compreso fra le due cappelle mediane che sono più profonde delle altre.

Tutte le superfici murarie dell’interno sono interessate da una ricca e varia decorazione che si serve di materiali e tecniche diversi, opera di artigiani e artisti sardi e forestieri, di marmorari genovesi o lombardi da tempo ormai operanti in Sardegna, come Pietro Pozzo, o di pittori come Giacomo Altomonte o Domenico Colombino, ai quali si devono gli arredi più importanti come gli altari e il pulpito, di marmi preziosi, i dipinti che si trovano sia nella chiesa sia nella bella sacrestia, e che, collocandosi ormai ai primi decenni del Settecento, sono da considerare tra i primi e più importanti esempi dello stile rococò in Sardegna.

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