Babaiò e Babalù di Villanò [di Carlo A. Borghi]

Villanova-1940

Ugo è Babalugo e Rosella è sua sorella. Rosella è Babaiola e Ugo è suo fratello. Tra lui e lei, 9 anni di differenza. Babbo Mà non c’è più. Mamma Caterì è ancora lì, nel rione Villanova – La Vega, dove Ugo e Rosella sono nati. È Cagliari. Sale, sabbia e baballotteri rosa. Bastioni, banchine e battigie. Il resto sono case.

Babaiole e Babalughi si nasce, non si diventa. Babalù appartiene alla razza dei baby-boomer. Come tale era nato da una radio a valvole che aveva fatto la guerra e la resistenza. Da baby-boomer gli è toccato di fare il ‘68 e ‘77. Un B.B. è destinato a essere sempre giovane, anche quando va in pensione nel I decennio del III millennio. Una Babaiola come Rosella, nasce dal boom delle radio a transistor, dei televisori, delle lavatrici e delle penne panna e salmone.

Babaiò (come Ugo del resto) aveva subito imparato a nuotare nel mare spiaggiato di Cagliari. Poetto. Il mare era per entrambi l’elemento primario. Faticavano a stare con i piedi per terra, campagna o città che fosse. Babaiò e Babalù erano venuti su bene, all’ombra e al sole dei neon del negozio di famiglia. Famiglia misto sardo-emiliana e nel dettaglio abbasantese e ferrarese. Abbasanta del Nuraghe Losa. Ferrara del Castello Estense e della Palazzina di Marfisa. Losa che ha sempre da dire qualcosa. Marfisa sempre intenta a fare le fusa.

Babaiò abita a Villanova, un sito antico dentro le pieghe della città di Cagliari. Babalù in una terrazza palazzinara della città nuova. Nell’antico borgo di Rosella suona il campanile gotico-catalano di San Giacomo. Nella città palazzinara, dove vive Babalugo, suonano clacson e sfrecciano sirene. Ora, Ugo e Rosella sono seduti allo stesso tavolo di cucina. Tutto è di legno, come in una casa di bambole o in un teatrino. L’ora del caffè pomeridiano di un giorno qualunque. Caffè di macchinetta, cotto a gas di città. Seduti con loro alla tavola di caffè con biscottini pabassini, uno spaventapasseri dall’aria un po’ sgualcita e stazzonata.

“Qui dove abitate voi c’erano poche case e molti orti – diceva nostalgico – ci ho lavorato per tanto di quel tempo che neanche posso dire quanto”. Si chiama Isidoro e vive in uno scantinato di Villa Nova, insieme ad altre antiche masserizie. “Eravamo contadini di città, poi è arrivato il cemento con l’asfalto e gli orti sono spariti, così ho perso il lavoro e mi è rimasta una misera pensione di bracciante”. Babaiò gli versa un’altra tazza di caffè. È caffè di cicoria, visti i tempi che sono come quelli di guerra. Babalù fuma. È tabacco di paglia, la stessa paglia di cui è impagliato Isidoro. È ossuto e artritico e per occhi ha due fondi di bottiglia di chinotto.

“Avevamo fave e fagioli, pomodori e patate, prugne e piricocche e venivano a comprare quelli di Castello e la gente di Stampace e della Marina che erano fabbri, falegnami e pescatori”. Non mette mai fuori il suo naso di latta dal sottano dove abita. I cittadini di oggi chiamerebbero il 113, dovessero incontrarlo. Racconta dei mutilati reduci della Grande Guerra e della Seconda, fame compresa. Babaiò lo invita a cena. Zuppa di patate, carciofi e ceci. Brocca di vino Monica e via. Va sempre così o giù di lì in via Sulis, a pochi passi più in là del campanile di San Già.

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