Di foreste e d’altro [di Giuseppe Mariano Delogu]

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Assunto n° 1: La selvicoltura è una scienza, non una opinione. Assunto n° 2: La pedologia è una scienza, non una opinione. Conosco l’una e l’altra scienza ed ho le mie personali opinioni in merito, di cui non voglio parlare. Dico subito però che il dibattito intorno ai “tagli nella foresta di Marganai” non attiene alla scienza ma, abusando di concetti scientifici, svolge una organizzata polemica politica con finalità che con la conservazione del suolo e della foresta nulla hanno a che vedere.

L’amico Sergio Vacca chiede al Prof. Agnoletti “dica chiaramente a tutti – e se sarà comprensibile per noi lo sarà per tutti – come queste normali pratiche di “governo a ceduopossano salvaguardare il suolo. Ossia, come fare in modo che non si determini erosione nei periodi nei quali la superficie del suolo rimarrà scoperta e perciò priva di protezione.”

Ora, caro Sergio, non c’è bisogno del Prof. Agnoletti in Sardegna per spiegare come le normali pratiche del governo a ceduo possano salvaguardare il suolo. E’ esattamente materia delle scienze forestali e chi è selvicultore conosce esattamente tutte le soluzioni tecniche – tra decine possibili – per gestire il bosco riducendo e minimizzando gli impatti della ceduazione di un bosco.

Tra le forme possibili della selvicoltura esiste l’opzione “zero” – lasciare fare alla natura e escludere l’uomo dalla montagna; esiste l’opzione opposta (utilizzazione intensiva) che comunque NON è mai “radere al suolo” – ovvero rapinare tutto il capitale legnoso e con esso suolo, bioma, paesaggio (fare terra bruciata). Questa “terza opzione” non è selvicoltura ma cattivo uso del suolo e basta.

Sulla prima opzione si ritrova (legittimamente) la filosofia di alcuni sostenitori delle campagne politiche contro i tagli nel Marganai e anche, in alcuni momenti, degli estensori dell’aggiornando Piano del SIC che, lungi dall’essere vigente o approvato sta ancora attraversando la fase delle discussioni e degli approfondimenti, dunque non è ancora legge. Sull’altro estremo hanno argomentato con due bellissimi libri e con punti di vista differenti Enea Beccu e Fiorenzo Caterini .

Tra questi estremi – opzione “zero” e opzione “terra bruciata” ci sono tante alternative tecniche ma c’è soprattutto la legge forestale e ci sono istituzioni pubbliche il cui compito è quello di vigilare, amministrare, gestire applicando a seconda delle situazioni protocolli più o meno intensivi, più o meno conservativi. Ora, a meno che non si voglia sostenere che queste istituzioni agiscono in mala fede o contro l’interesse pubblico, i protocolli adottati per la gestione della foresta del Marganai sono stati studiati, valutati, integrati e adattati anche alle preoccupazioni di tipo “culturale” (non tecnico) che pure sono importanti nella assunzione di decisioni tecniche.

Fotografie ad effetto, o interviste televisive di persone che parlano del suolo forestale senza alcuna formazione specifica in merito, non aiutano a comprendere bene la situazione, semmai amplificano la polemica. Non mi risulta che siano state violate le norme di tutela né che siano stati alterati in modo significativo e permanente gli ecosistemi forestali tutelati dalla normativa europea. Mi risulta anzi che – anche qui il parallelo che fai sulle predazioni energetiche, caro Sergio, mi risulta totalmente fuori luogo – si sia creata una virtuosa filiera bosco-territorio in materia di produzioni energetiche che lascia in loco la (per quanto sia poca) ricchezza prodotta: energia a Km. Zero. Cosa c’entrano le multinazionali in tutto questo?

Cosa c’entra il liberismo in una normale attività di gestione della risorsa legnosa entro l’ambito di un comune di montagna-collina che, giustamente, rivendica di trarre occasioni di lavoro ecologicamente sostenibile a casa propria?

Si può opinare (ma qui siamo fuori dalla dimensione scientifica) che il bosco sia più “bello” se lasciato in pace e cresce da solo. Può darsi. La porzione di bosco tagliato a Marganai (tra l’altro solo in parte su calcare, il resto è su substrato granitico) da 50 anni era stato lasciato da solo “a crescere felice”. Ma nei due secoli precedenti le stesse porzioni sono state tagliate almeno 15 volte, con “turni” da 15 a 23 anni. Non si tratta di una “foresta preistorica” come amenamente ha sostenuto G.A. Stella dall’alto della sua audience italiana.

Né si tratta di un bosco il cui taglio determina degradazione irreversibile del suolo. Perturbazioni temporanee si: schianti di singoli alberi, ossidazione della sostanza organica superficiale (ma perché c’è bisogno di dirlo in inglese, “top soil”?), linee di erosione dove si trascinano gli alberi tagliati (se non si dispongono le frasche lungo le curve di livello ad es.).

Anche la concentrazione del pascolo dei cervi nelle “radure” aperte può essere un effetto collaterale. Temporaneo ma non irreversibile. Ma poi tutto si ricompone nel giro di poco tempo e il bosco comincia a ricrescere cancellando la “perturbazione” momentanea. Basta andare a vedere.

Insisto molto su questo concetto (le perturbazioni) perché è tempo che l’Università della Sardegna si occupi non di modelli astratti di selvicoltura ma di quella che io chiamo (e non solo io) “selvicoltura delle perturbazioni”, e tra queste deve necessariamente essere posta quella che si difende dagli incendi (selvicoltura preventiva), quella che considera le nevicate pesanti (vi ricordate quella del gennaio 2005?), le “trombe d’aria” o downburst come quello della settimana scorsa che radono al suolo ogni volta decine di ettari di foresta e, non ultimo, anche le utilizzazioni forestali.

I nostri boschi da milioni di anni si sono adattati alle perturbazioni naturali (ed anche quelle umane lo sono), e continuano a vegetare bene, sempre che vengano gestite in modo responsabile e cosciente. I circa 100.000 ettari di bosco ceduo della Sardegna (in gran parte privati per l’estrema frammentazione della proprietà) sono invece non gestiti ma, purtroppo, sostanzialmente abbandonati.

Nel loro insieme producono una quantità di legna da ardere o biomassa utilizzabile in genere che, se consideriamo prudenzialmente un tasso di crescita minimo pari a 2,5-3,0 mc/ha./anno, giunge a circa 2.000.000 di quintali di legna. Questa quantità non intacca minimamente il capitale bosco in piedi, che continua anche in presenza dell’utilizzazione, a crescere e mantenersi nel tempo.

Quante occasioni perdute di posti di lavoro, quanto materiale abbandonato esposto al rischio di incendio, quante opportunità lasciate di rigenerare la vita di tanti paesi di montagna. E quanti soldi buttati al vento importando dalla Toscana e Corsica migliaia di tonnellate di legna da ardere ogni anno, insieme a nuovi insetti parassiti ed erbe infestanti (scrutare per credere i TIR giornalieri lungo la SS.131).

Dunque, caro Sergio, fidati: in Sardegna esistono tecnici ed istituzioni capaci di proteggere e valorizzare queste nostre risorse forestali. E non amano essere confusi con gli speculatori.

*Dirigente del Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione Sardegna

One Comment

  1. franco_casula

    Senza contare che la legna toscana o corsa si produce prettamente in boschi governati a ceduo e senza contare che l’unico combustibile realmente rinnovabile e che non altera il ciclo della CO2 è la legna e che legna e Pellet hanno come alternativa altri combustibili quali gasolio e gas (che alterano il ciclo della CO2) a meno di avere impianti per eolico e fotovoltaico

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