Macomer e una storia speciale lunga un secolo [di Umberto Cocco]

Pubblichiamo la prefazione al libro di Paolo Cadoni e Paolo Sechi “Un secolo di storia giallorossa”, sui cento anni della squadra di calcio di Macomer (ndr).

Cento anni di storia del Macomer sono un secolo di storia della città, non è solo calcio.  Anzi, storia del paese e della città, colti nella trasformazione dell’uno nell’altra, negli anni tra il fascismo, il secondo dopoguerra, la seconda metà del Novecento, sino a noi.

Ci sono già nelle prime righe del lungo racconto di Tonino Cadoni e Paolo Sechi gli elementi per intravedere dietro la vicenda del pallone la storia sociale, quella economica, il succedersi delle stagioni politiche. Gerarchie sociali, chi sale e chi scende, chi si affaccia sulla scena, chi ne esce, inclusioni ed esclusioni, ceti emergenti, declinanti.

La riunione nella quale il 6 agosto del 1922 in una sala del municipio una commissione discute e decide di costituire la prima società polisportiva – con dentro anche una sezione calcio – è «partecipatissima», scrive un giornale del tempo. La presiede, con due notabili, un maggiore dell’esercito. Ci sono nel pubblico «molti ferrovieri». Un anno dopo il capo del dipartimento di Macomer delle Ferrovie Complementari Sarde – Aristide Pala, ingegnere – diventa il presidente di quel nucleo calcistico, primo nome di una lunga avventura.

Militari e ferrovieri, la spinta iniziale del fascismo tutto muscoli e vitalismo, fra dannunzianesimo e futurismo (“il treno partorito dal sole” è un dipinto di Depero), militarismo; ma i ferrovieri sono forse già socialisti o anarchici (capitolo di un libro che ancora non c’è), ne approfittano per costruire lo sport più solidale, di squadra, attorno al pallone, mentre forse coltivano anche su questa rocca di Macomer i primi sentimenti di coscienza operaia e antifascista.

A guardarci ancora un po’ meglio dentro, a questi movimenti, si apre uno squarcio sulla Sardegna intera: il gioco del pallone è dei ceti urbani anche nelle realtà rurali, è così per almeno la gran parte del secolo scorso, è così in tutta la Sardegna.

Nei villaggi agricoli il pastore non gioca a pallone, sarebbe interessante scoprire quando lo fa, se lo ha fatto, nei tempi più recenti.

Nella seconda parte del Novecento giocano a calcio gli studenti, lo hanno imparato nei seminari dove sono stati mandati dai genitori a far svoltare la loro vita. Giocano i ragazzi del ceto medio come quello impiegatizio, artigiano, commerciale, o anche popolare come gli operai e persino il sottoproletariato senza un mestiere certo. I giovani pastori no, e forse è il più tangibile segno di una specie di differente antropologia, di esclusioni e marginalità protrattesi a lungo e sofferte nonostante la retorica opposta del pastore orgoglioso della vita sana e rude, del corpo atletico libero al cospetto della potente natura.

Macomer è allora – secondo decennio del Novecento – un paese di forte ruralità. Attenzione a un altro elemento delle origini: al di là dei binari delle Ferrovie Reali – finite di costruire a fine Ottocento, incredibile apertura alla modernità, materia di uno dei capitoli più belli della storia raccontata da Giovanni Cucca nei suoi libri – c’è la campagna che guarda a Sant’Antonio, al Montiferru. E in prossimità del paese, con i binari di mezzo, la fiera del bestiame. È uno dei potenti Piercy l’uomo che regala il terreno che permette l’apertura di una strada verso quell’orizzonte, dove la città si sarebbe sviluppata, curiosamente, seguendo le orme delle giovenche, dei tori, delle greggi di pecore.

Trovato uno spazio nuovo a questo mercato che attrae commercianti, allevatori di bestiame grosso e di cavalli, macellai, abigeatari, pastori transumanti che stanno conquistando pian piano pezzi di Campeda, del Monte di Sant’Antonio e dei pascoli a valle, proprio lì dov’era il vecchio foro boario il commissario prefettizio affida in gestione alla società calcistica nel 1925 un mezz’ettaro di prateria, ed è lì che nasce il primo vero campo di calcio, il terreno sul quale sarebbe stato costruito sopra dopo alcuni decenni l’Istituto tecnico.

Il calcio di Macomer ha per almeno tutto quel ventennio – del secolo preso in esame da Tonino Cadoni e Paolo Sechi – questo carattere, i ragazzini che anche nei primi tornei nel mezzo del periodo fascista sgambettano sui campi della periferia ricavati tra i pascoli incolti e quelli di grano, senza porte vere, ruoli, arbitri, per pallone una vescica di maiale o di bue ripiena di carta straccia e poi una camera d’aria di gomma che bisognava gonfiare con le pompette delle biciclette che conducevano i padri ai cantieri (come oggi i ragazzi africani alla zona industriale).

È la dimensione popolare ed epica che si incarica di dare spensieratezza a un’umanità che non ne conosceva altra, non esisteva altro divertimento nemmeno per bambini e adolescenti, non il mare d’estate, il fascismo che cercava di irreggimentare il loro svago inquadrandoli – anche le ragazze – persino nel tempo della ricreazione a scuola.

C’è nella ricerca di Tonino Cadoni e Paolo Sechi, nella precisione dei nomi, dei calciatori e dei dirigenti, nelle notizie sulla loro origine anche solo accennata, nella successione dei tornei anno per anno e dei risultati, nell’altalena di successi e nel grigio vivacchiare in attesa di un’annata migliore, c’è tutto questo movimento insieme sportivo e, appunto, sociale.

Significativo segnale rivelatore, a un certo punto della stesura del testo i due autori cominciano ad avere qualche esitazione nel continuare a definire Macomer come un paese, il paese, anche nel racconto della vicenda calcistica.

Vedono – e registrano – che stanno arrivando anche in squadra, e tra quadri dirigenti sia pure volontari, le figure della società che sta mutando, e il paese si sta sgretolando tra le righe del racconto, perché viene assumendo inequivocabilmente i tratti di una sia pur piccola città, ma di una città.

Ai ferrovieri della prim’ora, a Piercy, si sovrappongono e man mano si aggiungono i primi casari che, arrivati dal continente già in epoca fascista, insediano i caseifici attorno alle due stazioni ferroviarie, lungo la Carlo Felice che prima di sfiorarle attraversa tutto il centro abitato.

 

In quell’angolo c’è anche l’Alas, la fabbrica tessile che arriverà ad occupare poco meno di duecento donne, elemento di incredibile forza emancipatrice.

Poi persino la guerra introduce novità financo nel calcio: arrivano anche in squadra i militari, e poi vedremo che sviluppo avrà questo filone, con i soldati in tempo di pace che segnano la vita di nuovo della città e della squadra di calcio per almeno un ventennio, dagli anni Sessanta.

 

Man mano si stanno aprendo le scuole superiori e gli istituti tecnici – siamo nei due decenni del secondo dopoguerra – arrivano studenti pendolari dalla fascia dei paesi fra Ghilarza, Sedilo, Bolotana, un tratto del Goceano, Bonorva, Pozzomaggiore, Sindia, Scano Montiferro, e i primi docenti forestieri che fanno insieme gli spettatori delle partite di pallone e i protagonisti della vita nelle sezioni dei partiti al lento risorgere della democrazia.

Le caserme di Bonu Trau si aprono al CAR – siamo nel 1961 – arrivano centinaia di giovani per il servizio militare, un’impressionante immissione di ragazzi continentali di ogni provenienza, reddito, cultura. Molti giocano a pallone. Ricchi e poveri, c’è il rampollo della famiglia del nord Italia che si fa venire a prendere con l’elicottero i giorni di licenza, i figli del contadino abruzzese e dell’operaio dell’Alfa Romeo che fanno la fila al telefono pubblico del bar del corso, da dove chiamare casa una volta ogni tanto nelle ore di libera uscita.

 

 

Pochi anni dopo, l’avvio dell’industrializzazione collegata a Ottana, il tessile dopo l’Alas. Si fa fatica persino a immaginarla, per chi non l’ha vissuta, questa storia accelerata.

 

La vitalità di quelle stagioni, il rimescolamento della società, l’economia commerciale che si sviluppa su questi poli, la forte scolarizzazione anche dei quadri operai, qualche bel presidio culturale (uno è l’Unla), tutto esalta le funzioni urbane.

 

Anche solo figurarsi la passeggiata serale e del fine settimana di queste centinaia di figure nuove degli anni fra i Sessanta e gli Ottanta, studenti, militari, operaie e operai, lungo i marciapiedi del corso, nelle nuove strade che collegano quartieri recenti, i bar strapieni, dove si beve la birra Thor prodotta in città da un altro imprenditore interessante, Antonio Sechi Mocci (che la fa assaggiare ai muratori nel suo spaccio di materiali edili), il calcio e la politica come argomento di conversazione, con la partita magari appena finita a Scalarba, le sale da ballo che aprono. Per qualcosa di paragonabile a questo La Maddalena e Buggerru si sono autoproclamate, ciascuna, la Piccola Parigi, fra Ottocento e primi del Novecento.

 

È – quello di Macomer – un interessantissimo esperimento economico e sociale forse il più rilevante del genere in Sardegna, dello sviluppo urbano e industriale in ambiente fortemente agricolo e pastorale, di mobilitazione di capitali – e di capitani – non assistiti, investimenti e rischio d’impresa sullo sfondo di una società evidentemente nemmeno troppo arcaica per come si è adattata a questa trasformazione.

Una dimensione mai andata del tutto perduta e che ha contribuito a rendere d’avanguardia l’allevamento anche quando si è sfibrata la rete della piccola industria di trasformazione.

 

Non è una storia dolente, di norma, una storia di calcio. Anzi, è il genere letterario che tende all’edificante.

Ma il dolente c’è in questo racconto di Cadoni e Sechi: non so in quale altra ricerca si sia affermato con la stessa decisione con la quale lo fa il libro – semplicemente scandendo l’impressionante serie degli episodi – che i sequestri di persona hanno contribuito più di qualunque altro elemento di crisi alla fine di questo abbozzato modello di sviluppo.

 

Non solo nei paragrafi dedicati alla vita della nascente città, ma nei ruoli assunti di volta in volta nella direzione della squadra di calcio è evidente insieme la spinta del nuovo ceto sociale industriale e mercantile – sardi e non sardi – e poi la fuga, il declino insieme del calcio e della città, in un penoso tramonto nella vergogna cui né le vecchie classi sociali né le nuove hanno saputo reagire, trattando a volte meglio i sequestratori che gli ex sequestrati, si sente dire da alcuni di questi ultimi.

 

Una storia che arriva ai nostri giorni è per sua natura senza conclusione.

La città produttiva e dinamica di quasi un secolo di vita sembra votata ad altro destino, i grandi simboli di questa tarda modernità sembrano quelli consumistici, i centri commerciali, i grandi magazzini merci, ma la città per interi quartieri anche centrali è vuota, le serrande abbassate lungo le strade affollate di qualche decennio fa.

 

Sono spariti i partiti tradizionali che hanno interpretato e organizzato quella società fra i due poli democristiano da una parte e comunista e laico dall’altra, ora sono incerte anche le appartenenze dei protagonisti di stagione.

Eppure, è come se nelle vene della città denervata circolasse ancora un poco dello stesso sangue immesso nella sua edificazione allo stesso tempo lenta e impetuosa.

 

Altre letture sono possibili di questo lungo racconto, ovviamente. Accadrà a moltissimi di riconoscersi nei capitoli descrittivi della vicenda del pallone, di ritrovare sé stessi e gli amici in una dimensione giocosa, allegra, della propria vita, senza dover ricorrere a troppe chiavi interpretative.

 

Infine, i due autori: Tonino Cadoni e Paolo Sechi sono parte della storia che raccontano, non solo perché accade sempre così e tutti i libri – quale che sia il genere – sono in un qualche modo autobiografici. Arrivato bambino da Ollolai con la famiglia nei primissimi anni Cinquanta il primo, al seguito del nonno servo pastore in una grande azienda della Campeda; macomerese di lontana origine il secondo, figlio di un medico, insegnante di scienze motorie, sintetizzano nel dato biografico l’impasto fra borghese e rurale che il calcio e lo sport hanno composto in questo originale secolo macomerese.

 

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