I sardi rifiutano la cultura urbana? [di Nicolò Migheli]

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Ma quale Cagliaricentrismo! Il problema sono i sardi che rifiutano la cultura urbana.” Lo scrive Vito Biolchini nel suo sito, portando un ulteriore mattone alla polemica che da anni anima le scelte territoriali in Sardegna. Cagliari, capoluogo, nell’ultimo cinquantennio avrebbe sottratto capitale umano e finanziamenti al resto dell’isola. “Il problema della Sardegna non è dunque Cagliari ma il pervicace rifiuto di parte della nostra classe intellettuale e dirigente nei confronti della cultura urbana, osteggiata come se fosse causa principale del nostro sottosviluppo. La Sardegna avrebbe invece bisogno di più cultura urbana diffusa, non di tanti paesoni senza identità.” Sottolinea Biolchini.

Aldilà delle considerazioni su come cinquant’anni di politiche abbiano operato affinché migliaia di persone lasciassero le aree rurali per trasferirsi nelle coste e nelle città, il nucleo centrale del ragionamento resta l’affermazione del rifiuto della cultura urbana. Intanto bisognerebbe essere d’accordo cosa quella espressione significhi. Sappiamo che non vi è né giudizio né definizione unanime. Perché senza volerlo, Vito riprende una classificazione del termine cultura vissuta in senso positivo o negativo.

Negativa sarebbe la ruralità, positivo invece l’ammassarsi nelle città. Ragionamento che riprende lo scontro secolare tra città e campagna, tra il civile e l’agreste. Se volessimo considerare la definizione di cultura, così come usata convenzionalmente nelle scienze sociali, la definiremmo come insieme dei modi di pensare, sentire e agire, appresi e condivisi da molte persone.

Émile Durkheim sosteneva che essa permette la costituzione degli individui in una collettività. Tali collettività possono avere ambiti territoriali diversi, dal piccolo paese al globale. Oggi inoltre abbiamo community professionali o di interesse, presenti nel web che spesso sono transnazionali; accessibili a chiunque possieda uno smart phone. Distanza o vivere in un piccolo paese, in questo senso, non costituiscono un limite. L’informazione è accessibile, lo scambio culturale diretto può essere supplito con le tecnologie informatiche.

La stessa ruralità per come oggi viene vissuta dai giovani che ritornano a lavorare in campagna, è frutto della cultura contemporanea in cui l’ecologismo non è un valore secondario. Il ritorno alla terra, oltre al bisogno del lavoro, è l’estrinsecazione di modelli culturali urbani internazionali. La coniugazione di pratiche antiche con metodologie moderne. Ragion per cui, lo stesso concetto di cultura urbana, riferito alle città, oggi resta di difficile definizione se non in un insieme di opportunità teoriche che la vicinanza tra le persone renderebbe possibili. Opportunità che si stanno rarefacendo ogni giorno che passa a causa della crisi economica. Spesso con effetti paradossali, ad esempio le presentazioni dei libri o certi convegni sono più partecipati nei paesi che non in ambito urbano.

Una ricerca sullo spopolamento della Fondazione Sardinia, mise in luce che oltre all’assenza di lavoro, l’allontanamento dai piccoli paesi era dato dalla rarefazione dei servizi. Se gli interventi pubblici statali e regionali continuano nella linea seguita in questi anni, sempre più scuole, uffici postali, bancari, presidi sanitari verranno tolti dai piccoli comuni perché considerati non redditizi; innescando così spirali perverse e la fuga definitiva degli abitanti. La stessa riforma regionale degli Enti Locali è segnata dal limite della economicità ed efficienza considerate come valore assoluto.

Di conseguenza l’ammassarsi nelle città diverrà una conseguenza voluta, così come lo è stato precedentemente. Sommovimento di persone che alla fine viene considerato positivamente, perché solo così si potrà raggiungere quella massa critica così cara agli economisti. È vero il contrario, non c’è nessun rifiuto, anzi le nostre èlite sono succube del mito della cultura urbana. Di quella del secolo scorso però. Tutto ciò sarà un bene per la Sardegna ridotta a pochi poli abitati e a territori vuoti consegnati al degrado? Per il 2050 si prevede che il 75% degli abitanti della Terra vivrà in megalopoli.

La distopia di Blade Runner è in corso di realizzazione. Per la Sardegna abbiamo in mente un modello simile? Oppure bisogna agire fin da oggi per bloccare ed invertire i processi. Un primo segno potrebbe già darlo la Regione distribuendo i propri uffici nel resto del territorio isolano. Con le nuove tecnologie è possibile lavorare a distanza e restare in contatto anche se non si condivide l’ufficio. L’altra misura sarebbe quella di invertire il processo di chiusura dei servizi. Forse è chiedere troppo.

Bisognerebbe avere un’idea di Sardegna che vada oltre l’immediato e sia proiettata in un futuro che superi le scadenze elettorali. Paradossalmente c’è bisogno di più ruralità, visto che la campagna a differenza della città, ha sempre ragionato con il tempo degli alberi.

4 Comments

  1. Giuseppe Pulina

    Nicolò ha ragione. In buona sostanza, nel pianeta dal 2009 la maggioranza della popolazione mondiale vive in città, alcune delle quali sono diventate delle ecunenopopli prive di identità (le denominazioni sono attribuite dai ring stradali che circondano l’inurbato), sovraffollate e con sterminate orribili periferie. Anche la Sardegna si é inurbata e, contemporaneamente, si é svuotata. Ma il ciclo storico ci porterà ad un nuovo popolamento, questa volta di importazione perché la natura ( anche quella delle società) aborrisce il vuoto. Resta da stabilire se avrà ancora senso parlare di popolo e di cultura Sardi. Altro che guerra fra campanili, oggi, o minareti, domani!

  2. Mariano

    Premetto che trovo insensato anche sottintendere che vi sia una superiorità della “cultura urbana” rispetto a quella “rurale” e viceversa, poiché, a mio parere servono entrambi ed entrambi dovrebbero integrarsi ed ascoltarsi. In effetti, la “cultura urbana” si è radicata anche in ampie fasce della popolazione che risiede nei centri rurali, dove il rapporto fra chi si occupa delle attività agro-silvo-zootecniche e le altre attività si è nettamente invertita nel corso degli ultimi cento anni. Di fatto, è stato ciò che proviene dalla “cultura urbana” (che penso sia anche “cultura industriale”) ad avere pesantemente condizionato e modificato gli antichi sistemi colturali e culturali propri della ruralità isolana, pretendendo il massimo della produzione e dei cibi standardizzati da mangiare con gli occhi prima che con la bocca. Ricordo che nel periodo dell’adolescenza un amico, che disarcionato da una moto è morto prematuramente, ironicamente mi invitava a mangiare le pere quando faceva buio perché così non si vedeva il vermetto che c’era dentro. Si mangiavano nel piazzale di casa, vicino alla stalla del cavallo (che poi riciclava i torsoli) , mentre numerosi pipistrelli volteggiavano sulle nostre teste. Forse non si parlava di grandi teorie ecologiche e di km 0, ma di sicuro l’ecologia applicata, fatta di duro lavoro, era di casa e faceva parte della vita quotidiana.
    Pochi anni fa ci faceva sorridere che nelle grandi metropoli i bambini rimanevano sconvolti sapendo da dove esce l’uovo. Non è passato tanto tempo e fatti analoghi si verificano oggi anche da noi nei paesi un tempo essenzialmente rurali, tant’è che si è resa necessaria l’invenzione delle “Fattorie didattiche”. Una crescente, quanto astratta, sensibilità ecologica e la consapevolezza che la combustione di prodotti fossili sia la probabile causa dei cambiamenti climatici, ha portato alla diffusione di sistemi di riscaldamento che, come in passato, fanno uso di combustibili di origine vegetale. Purtroppo tale virtuosismo viene sacrificato dal fatto che si fa largo uso di prodotti legnosi importati (legna da ardere e pellet) che viaggiano su ruota, via mare ed aerea. Questo accade perché la comprensione delle dinamiche della natura e della sua capacità di rigenerarsi, un tempo connaturata nelle popolazioni rurali, è stata soppiantata da quella “cultura urbana” aperta a tante innovazioni che, monca della “cultura rurale”, si chiude e si indigna se si parla di produrre legna dai nostri boschi . Pare che, anche politicamente, non si sia apprezzata a fondo e addirittura si abbia avuto vergogna della propria “ruralità” (fortunatamente non da parte di tutti), e quindi si sia puntato su processi di “modernizzazione” che non appartengono alla Sardegna rurale e che, il mancato sviluppo, derivi non tanto dal rifiuto della “cultura urbana”, ma dall’avere sottostimato le specificità locali. Ho avuto la fortuna di vivere nei due “mondi” per diversi anni e conoscere le scuole di pensiero “urbano” e “rurale” e proprio per questo concordo che “Paradossalmente c’è bisogno di più ruralità”. A Cagliari, alla fine degli anni 70, un vicino di casa si lamentava per l’eccessivo costo dell’olio (quello buono) che a suo dire era ingiustificato poiché le olive crescono da sole sull’albero. Paradossalmente direi che la considerazione era poco urbana ma anche priva di civiltà rurale.

  3. Roberto

    Concordo con Mariano , solo chi non ha vissuto le due culture può sentenziare sul meglio o sul peggio di entrambe .

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